Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

venerdì 26 agosto 2016

LETTERE NELLA POLVERE

Philadelphia è la più importante città della Pennsylvania. Sorge sulla riva occidentale del fiume Delaware e venne fondata nel 1682 dal quacchero William Penn, da cui il nome Pennsylvania cioè la "Foresta di Penn". I quaccheri furono i fedeli di un movimento cristiano, estremamente puritano nato nel XVII secolo in Inghilterra. Essi si distinguevano dalle altre sette cristiane per il loro approccio religioso. Il rifiuto di gerarchie ecclesiastiche, il dissenso verso la guerra ed ogni forma di giuramento erano al vertice del loro credo. Oltre a creare banche e istituzioni finanziarie, i quaccheri si espressero in opere filantropiche tra le quali spicca il progetto di uguaglianza sociale fondato sui principi di libertà e tolleranza religiosa, amicizia e amore; Philadelphia, in greco antico vuol dire Amore Fraterno. Questa città fu uno dei centri più importanti della Rivoluzione Americana. La Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America e la Costituzione, furono firmate proprio a Philadelphia nella Independence Hall. Con queste premesse verrebbe da pensare: "Wow!, un posto idilliaco dove c'è pace e giustizia per tutti". Purtroppo non fu così, perchè in MLB, la franchise dei Philadelphia Phillies fu l'ultima a voler integrare i black players, confermando quell'ostracismo razziale originato dal senso di pericolosità e inadeguatezza nei confronti dei negri. Vincendo il titolo di Lega nel 1950 con una squadra composta da razza bianca, i Phillies non avvertirono la necessità di inserire in squadra qualche giocatore di colore. Ma i Whiz Kid iniziarono un percorso in discesa risultando ultimi dal 1958 al 1961, anno nel quale fecero registarare un record di 47-107 finendo a 46 partite dietro i Cincinnati Reds campioni della National League. I Phillies si trovarono in una situazione disperata e, nonostante i pregiudizi razziali, decisero di rafforzare la squadra aprendo le porte all'inserimento dei black players.
Fu proprio in questo scenario che apparve un giocatore, il cui talento, ancora tutt'ora, è considerato impressionante e spaventoso tra gli storici e gli atleti di MLB. Mickey Mantle quando approdò allo Yankees Stadium per giocare esterno centro mostrò una combinazione di potenza e velocità irraggiungibile per qualsiasi giocatore nella storia dell'Old Game. Lo stesso discorso vale per Willie Mays dei SF Giants. Bo Jackson, Running Back nella NFL con i LA Raiders, avrebbe potuto correre 3.000 yards e segnare 25 touchdowns se avrebbe avuto un quarterback solido ed esperto. Nell'NBA Walt Chamberlain fu stratosferico con i suoi 50 punti a partita quando la media si aggira intorno ai 20 punti. Con queste premesse, è una vergogna vedere un atleta così talentuoso, tormentato dagli inforuni, dal razzismo e da un comportamento fuori dai canoni di un professionista. Benvenuti nel mondo di Richie Dick Allen, il più grande e controverso giocatore ad indossare la divisa dei Philadelphia Phillies. Richard Antony Allen nacque l'8 Marzo del 1942 a Wampum, Pennsylvania, una cittadina che fece della tolleranza razziale un punto di riferimento e di crescita sociale. Pur sapendo che il razzismo era dilagante negli States, Allen non ebbe modo di affrontarlo di persona fino a quando in High School si fece notare per le sue doti atletiche che catturarono l'interesse dell'organizzazione dei Phillies tanto da fargli firmare un contratto per le Minor League con destinazione Little Rock, Arkansas. In città, essere razzisti era un dovere etico e morale. Quando Allen arrivò a Little Rock venne sommerso da quell'ambiente ostile dove un negro era considerato un criminale, ignorante e piantagrane. La sua risposta emotiva fu rabbia, confusione e alienazione. Nell'Opening Day serale, 7.000 tifosi affollarono Ray Winder Stadium di Little Rock. All'esterno vi erano cartelli con la scritta "Non Negro-izzare il baseball" e "Nigger Go Home!". Anche il governatore dell'Arkansas Orval Faubus, meglio conosciuto per il suo infruttuoso tentativo di escludere gli studenti neri da Central High School di Little Rock, era presente e pronto per il lancio cerimoniale della pallina. Allen aveva paura. I Phillies avevano taciuto sulla condizione dei negri e dei black players in Arkansas per cui l'impatto con questa realtà si rivelò drammatico al punto che Allen si trovò solo ed emarginato.
L'esigenza e la necessità di un clean-up hitter aprirono le porte al debutto in MLB di Richie nel Settembre del 1963 contro Milwaukee. In 10 partite disputate ottenne una media di .292 con 2 doppi e un triplo. Fu il 1964 l'anno che vide Allen esplodere in tutta la sua potenza e il suo talento. Larry Merchant, reporter del Philadelphia Daily News, nel mese di Maggio scrisse il più bel commento che si possa fare ad un giocatore: "Ci sono voci che Allen non tornerà al Connie Mack Stadium con i Phillies. Se ne andrà direttamente a Cooperstown". Il 1964 divenne the Allen Year, un elenco di numeri e statistiche da capogiro anche per i moderni ballplayers. Terminò il mese di Aprile con una media di .431, 5HR. Dopo i deludenti anni precedenti, i Phillies si trovarono al comando, grazie esclusivamente ad un rookie negro. Nell'ultimo mese di stagione Richie battè un .341 di Media con un .618 di Slugging e 76 basi totali. Al termine della stagione aveva una MB di .318, 29 HR e 91 RBI. Guidò la National League con 125 punti segnati, 13 tripli, 80 battute da extra base e 352 basi in totale. Fu l'unico a giocare le 162 partite stagionali. Venne nominato Rookie of the Year. L'introduzione della Sabermetrica, ovvero un calcolo statistico che evidenzia le potenzialità di un giocatore attraverso un coefficente numerico, mette in evidenza quanto Ritchie Allen sia stato ai vertici di ogni categoria di attacco. Tra il 1964 e il 1967 ottenne un OPS+ (On Base Plus Slugging**) di 166. Per avere un termine di paragone, negli stessi anni Willie Mays raggiunse un OPS+ di 154. Hank Aaron di 156, Roberto Clemente arrivò a 150 e Orlando Cepeda a 144. Tutti questi atleti sono nella Hall of Fame, ma Allen non c'è. Si, Allen non è presente, come è successo tante volte nella sua carriera, quando risultava assente agli allenamenti e talvolta anche alle partite. L'incessante ostilità dei tifosi di Philadelphia nei confronti di un negro crearono una barriera insormontabile, una distanza impossibile da percorrere. Allen creò il vuoto intorno a sè, cominciò a bere e a dedicarsi con tanta passione alle corse dei cavalli. I Media ed una parte di giornalisti criticarono aspramente le sue prestazioni sottolineando i 138 strikeout e i 41 errori difensivi della stagione del 1964. Queste critiche erano infamanti e provocatorie, con lo scopo di alimentare l'ostilità nei confronti di Allen. Il 3 luglio del 1965 i Phillies si preparavano per una partita contro i Cincinnati Reds al Connie Mack Stadium. Durante il pre-partita Frank Thomas prese in giro John Briggs, un altro giocatore di colore. Allen intervenì per difendere Briggs dicendo a Thomas di smetterla. Thomas si scagliò contro Allen dicendo: "Chi stai cercando di essere, un altro Muhammad Clay?". Allen rispose con un pugno alla mascella di Thomas che reagì colpendo Allen sulla spalla con una mazza provocandogli una microfrattura. Il giorno seguente Thomas, un giocatore di razza bianca, venne ceduto agli Astros. Il manager dei Phillies, Gene Mauch, ordinò a tutta la squadra di tacere sulla vicenda. Tuttavia i reporters lo vennero a sapere e le prime pagine dei giornali di Philadelphia accusarono Allen per il suo comportamento e per la cessione di Thomas. Inutile dire che tutto ciò servì a dilatare una ferita ancor più insanabile tra i tifosi e il forte atleta di Philadelphia.
A detta di tutti, la potenza di Allen era un qualcosa di inconcepibile. Stiamo parlando di un bestione cresciuto in un'epoca ben distante dalle diete dissociate o iperproteiche, dalle preparazioni atletiche personalizzate, oppure da specifici programmi di weight-training e dall'uso di anabolizzanti. Lui si presentava nel box di battuta maneggiando una mazza il cui peso variava dalle 40 alle 44 once mentre la media si aggira tra le 32 e le 35 once. Per avere un'idea, Ted Williams, Mickey Mantle, Josè Canseco, Mark McGwire e Barry Bonds, giusto per citare alcuni tra i più forti battitori, usavano un peso tra le 34 e 36 once. Nel 1965, contro i Cardinals, Allen fece un homer che sorvolò il tetto del Connie Mack Stadium sopra la scritta Coke. Quell'homer di 530 piedi ispirò Willie Stargell che disse:" Ora capisco perchè fischiano Richie tutte le volte. Quando batte un fuoricampo non c'è souvenir per i tifosi". Nello stadio di St.Louis, Allen fece un homer devastante a sinistra sopra il club al terzo anello. Il broadcaster Jack Buck così lo descrisse:" Ai tifosi seduti lassù gli sono tremate le gambe quando hanno visto quel proiettile arrivare". Dopo aver giocato con i Cardinals e i Dodgers, nel 1972 Allen approdò per la prima volta nell'American league con i Chicago White Sox. Venne nominato MVP con 37-HR 113-RBI 99-BB SA-603. In pratica fu l'artefice della gloriosa stagione dei "Good Guys" che terminarono al secondo posto dietro gli Oakland Athletics di S.Bando, R.Jackson, G.Tenace, J.Rudi che in seguito vinceranno le World Series. Fu un traguardo importante per tutta la franchise di Chicago perchè già si pensava di togliere la squadra dalla Lega per sostituirla con St.Petersburg. In quell'anno Richie divenne il primo ed unico giocatore nella storia ad ottenere 2 "inside the park home run" nella stessa partita. Era il 31 Luglio del 1972 al Metropolitan Stadium contro i Minnesota Twins. Un altro devastante homer venne realizzato al Detroit Stadium. Tifosi e giornalisti testimoniarono di non aver mai visto una cosa del genere. Appena colpita, la pallina decollò in linea retta come un aereo da guerra sorvolando il tetto dello stadio. Ormai era quasi un passatempo per tutti; dove giocava Allen la scommessa non era se lui avrebbe fatto un homer, ma, a quale distanza avrebbe scagliato la pallina.
I problemi di Allen con l'alchool erano noti a tutti. Del resto lui non lo nascondeva affatto. Teneva una bottiglia di whiskey negli spogliatoi in cima al suo armadietto in modo che tutti la potessero vedere. Gli veniva detto di toglierla ma Allen semplicemente rispondeva con un NO!. Egli non aveva il dono della retorica, del dialogo e della dialettica come C. Flood oppure J. Robinson, semplicemente era se stesso senza regole e senza sottomissioni; Allen danzava a braccetto con la sua ombra, un'ombra creata dalla discordia, dall'intolleranza e dalla quale non poteva liberarsi a causa del colore della sua pelle. Spesso quando veniva intervistato chiedeva ai giornalisti se volevano un goccio di whiskey. Talvolta entrava in campo balbettante e appena il catcher avversario se ne accorgeva intimava ai propri pitchers di non lanciare interno a Richie. Essi chiedevano:"Perchè?". La risposta del catcher era semplice: "Richie è ubriaco". L'affermazione era un monito per i lanciatori perchè Allen avrebbe scaraventato la pallina...chissa dove. Chuck Tanner, manager dei White Sox, durante le trasferte non vietava ai giocatori di bere i quali si radunavano al bar dell'albergo. "Almeno so dove sono", disse Tanner. I ritardi e le assenze di Allen alle partite e agli allenamenti ormai non si contavano più. I compagni di squadra non si preoccupavano perchè sapevano che Richie, ammesso che sarebbe arrivato, avrebbe contribuito ad una vittoria. Negli Spring Training non fece allenamento per 3 settimane e durante la stagione arrivava una mezz'oretta prima della partita. Si scaldava al punching ball e poi era pronto per giocare. Sembra impossibile, ma le continue telefonate, prima del manager e poi dei compagni di squadra pregandolo di venire a giocare, ottenevano sempre la stessa ed unica risposta; Richie diceva semplicemente "NO".     

                  AB x (H + BB + HBP) + TB x (AB + BB + SF + HBP)
** OPS+=                    DIVISO
                  AB x (AB + BB + SF + HBP)

AB=Tutte le presenze in battuta
H=Battute valide totali
BB=Basi su Ball
HBP=Totale delle volte colpito dal lancio
TB=Totale della somma delle basi raggiunte
SF=Battute di sacrificio

Richie dichiarò che a lui non importava nulla se i tifosi lo fischiavano e che avrebbe dato il 100% ad ogni incontro di stagione. In una Philadelphia ostile, tale affermazione risuonò come un tuono, un boato presso i tifosi che iniziarono un vero e proprio tiro al piattello contro Allen. Tutte le volte che si presentava in campo veniva sommerso con lanci di bottigliette, pezzi di frutta, petardi, batterie, cubetti di ghiaccio e rifiuti vari. Richie fu costretto ad indossare il caschetto anche in difesa, dove ricopriva il ruolo di terza e di prima base guadagnandosi anche l'appelllativo di CRASH. Tale soprannome diventerà nel 1989 il titolo del libro autobiografico. Esausto, chiese più volte di essere trasferito. Il GM Bob Carpenter accettò la richiesta, ma soltanto alla fine della stagione. Da quel momento in poi, Richie cominciò a rispondere agli insulti scrivendo sulla terra rossa: BOO, OCT 2, riferendosi alla fine della stagione. Capitava di vedere l'arbitro cancellare quelle scritte, ma Richie le riscriveva. Il manager, gli arbitri, e perfino il Commissario della Lega Bowie Kuhn gli dissero di smettere. Come risposta Allen scrisse sulla terra: WHY e, come un tema ricorrente, aggiungeva semplicemente: NO!.
Richie Dick Allen terminò la sua carriera con gli Oakland Athletics nel 1977 dopo aver giocato per St.Louis, Los Angeles, Chicago, Philadelphia e Atlanta.
"Una volta amavo questo gioco. Ma dopo quattro trasferimenti ho capito che non è altro che un business. È una vergogna, hanno distrutto il mio amore per il gioco."
                                                                   MUSICA
Oltre al baseball, Dick Allen si dedicò alla musica e fu il cantante del gruppo The Ebonistics che si esibivano nei night clubs di Philadelphia. La voce di Allen, delicata e tenorile, lo portò negli studi di registrazione dove incise Echoes of November. Il brano è inserito nel video commemorativo dei 100 anni dei Phillies. Nel 2010, Ana Volans, celebre pop star brasiliana, fece una cover di successo di Echoes of November. Il CD contiene una dedica alla candidatura di Dick Allen nella Hall of Fame. Qui la canzone.
Anche Chuck Brodsky, affermato cantautore country americano ha dedicato un brano a Dick Allen dal titolo "Letters in the Dirt".
"Me and you, we never booed Richie Allen
I never understood why people did
He hit a homer every time he stepped up of the plate
that's what i remember as a kid
Richie in the field out there by first base
the target of some mighty foul words"
                                                          HALL of FAME
Mark Carfagno, lavorara come groundskeeper allo stadio di Philadelphia vivendo in prima persona la vicenda di Richie Allen. Ecco cosa dice in una intervista al popolare quotidiano USA TODAY:
"Dick Allen è la persona più incompresa che abbia mai conosciuto. Non smetterò di dirlo fino alla morte. Quest'uomo appartiene alla Hall of Fame. Qui si parla di un atleta che ha giocato a Philadelphia in quegli anni. Ho visto il modo col quale è stato abusato. L'hanno etichettato, deriso e insultato con ogni nome possibile ed anche inimmaginabile. Non riesco ancora a credere come abbia potuto giocare in tale atmosfera".

lunedì 22 giugno 2015

BASEBALL CANTO

« ...di questa sorprendente vita quaggiù
e degli strani clown che la controllano »
(Lawrence Ferlinghetti, da "Usi della poesia").

Lawrence Ferlinghetti, nasce a New York il 24 marzo 1919. È un poeta statunitense. Il padre, Carlo Ferlinghetti, nacque nel 1872 a Chiari in provincia di Brescia. Emigrò negli Stati Uniti nel 1894 dove fu naturalizzato nel 1896. Carlo Ferlinghetti morì sei mesi prima della nascita del figlio Lawrence. La madre venne ricoverata in manicomio quando il piccolo Lawrence aveva appena 7 mesi. Il bimbo fu affidato alla zia Emily con la quale visse i suoi primi cinque anni a Strasburgo imparando il francese come lingua madre. Quando la zia fu assunta come governante in una ricca famiglia di New York, la stessa famiglia si prese cura di Lawrence consentendogli di studiare giornalismo. Si arruolò nella Marina statunitense durante la seconda guerra mondiale e dopo il conflitto, incontrò a Parigi il poeta Kenneth Rexroth, il promotore del rinascimento poetico nonchè correlato alla Beat Generation. Rexroth persuase Ferlinghetti a recarsi a San Francisco per sperimentare la nascente scena letteraria della città. Nel 1953 fondò la libreria e casa editrice City Lights mentre nel 1955 Ferlinghetti pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Pictures of the Gone World, il cui tema predominante è il forte dissenso verso il potere costituito e verso le ineguaglianze sociali. Finì in prigione per aver pubblicato Urlo, di Allen Ginsberg, un libro di poesie che venne condannato per oscenità. In un riferimento a Gesù Cristo si legge:

«E appoggiò la tela a terra. E giacque solo con lei. E a lungo giacque con quella vergine, desiderando una purezza tutta per sé ».

Oltre a Ginsberg, la City Lights pubblicò i primi lavori letterari della Beat Generation, tra cui quelli di Jack Kerouac, Gregory Corso, Peter Orlowsky. "60 anni di Pittura" è il nome della mostra di dipinti di Lawrence Ferlinghetti che si è tenuta prima a Roma (Febbraio-Aprile) e successivamente a Reggio Calabria (Maggio-Luglio) nel 2010, a testimoniare il suo percorso creativo che si riflette sul ruolo dell'artista nei temi sociali e politici del ventesimo secolo. Nel 2011 ha collaborato alle celebrazioni del 150º anniversario dell'Unità d'Italia con l'invio di due poesie che sono state la fonte d'ispirazione per numerosi artisti nella grande mostra "Lawrence Ferlinghetti e i 150 anni dell'Unità d'Italia" (Torino, Maggio-Giugno 2011).

« L'universo trattiene il suo respiro
C'è silenzio nell'aria
La vita pulsa ovunque
La cosa chiamata morte non esiste »
(Lawrence Ferlinghetti, da "Un mucchio di immagini spezzate")

Sotto l'aspetto politico, Lawrence Ferlinghetti si è descritto come anarchico nel cuore (un anarchico etico e orientato alla comunità). Tuttavia, per il limitato pensiero, l'uomo comune non è ancora pronto a vivere nell'anarchismo. Fra i numerosi componimenti poetici, da grande appassionato di baseball, Lawrence Ferlinghetti ne ha dedicato uno all'Old Game che si distingue per originalità, contenuti e per le varie metafore che rendono questa poesia un qualcosa di unico nel suo genere.
L.Ferlinghetti-S.Francisco
                                              BASEBALL CANTO
 Watching baseball, sitting in the sun, eating popcorn,
reading Ezra Pound,
and wishing that Juan Marichal would hit a hole right through the
Anglo-Saxon tradition in the first Canto
and demolish the barbarian invaders.
When the San Francisco Giants take the field
and everybody stands up for the National Anthem,
with some Irish tenor's voice piped over the loudspeakers,
with all the players struck dead in their places
and the white umpires like Irish cops in their black suits and little
black caps pressed over their hearts,
Standing straight and still like at some funeral of a blarney bartender,
and all facing east,
as if expecting some Great White Hope or the Founding Fathers to
appear on the horizon like 1066 or 1776.

But Willie Mays appears instead,
in the bottom of the first,
and a roar goes up as he clouts the first one into the sun and takes
off, like a footrunner from Thebes.
The ball is lost in the sun and maidens wail after him
as he keeps running through the Anglo-Saxon epic.
And Tito Fuentes comes up looking like a bullfighter
in his tight pants and small pointy shoes.
And the right field bleechers go mad with Chicanos and blacks
and Brooklyn beer-drinkers,
"Tito! Sock it to him, sweet Tito!"
And sweet Tito puts his foot in the bucket
and smacks one that don't come back at all,
and flees around the bases
like he's escaping from the United Fruit Company.
As the gringo dollar beats out the pound.
And sweet Tito beats it out like he's beating out usury,
not to mention fascism and anti-semitism.
And Juan Marichal comes up,
and the Chicano bleechers go loco again,
as Juan belts the first ball out of sight,
and rounds first and keeps going
and rounds second and rounds third,
and keeps going and hits paydirt
to the roars of the grungy populace.
As some nut presses the backstage panic button
for the tape-recorded National Anthem again,
to save the situation.

But it don't stop nobody this time,
in their revolution round the loaded white bases,
in this last of the great Anglo-Saxon epics,
in the territorio libre of Baseball.

                                          TRADUZIONE
Guardando il baseball, seduto al sole, mangiando popcorn,
leggendo Ezra Pound,
desiderando che Juan Marichal potesse battere la palla nel buco a destra per superare la tradizione anglosassone del primo Canto (1)
e demolire gli invasori barbari.
Quando i San Francisco Giants scendono in campo
tutti si alzano per l'inno nazionale,
ascoltano la voce di un tenore irlandese attraverso gli altoparlanti.
Tutti i giocatori sono fermi come colpiti a morte,
gli arbitri immacolati come poliziotti irlandesi nei loro abiti neri
con i piccoli berretti che premono sul cuore.
Tutti in piedi e fermi come al funerale del barista Blarney,
tutti rivolti verso est,
nell'attesa che qualche Grande Speranza Bianca o i Padri Fondatori (2)
appaiano all'orizzonte come nel 1066 o 1776.
Ma invece appare Willie Mays, nella parte bassa del primo inning,
e un ruggito sale mentre colpisce il primo lancio verso il sole
e scompare come un corridore di Tebe. (3)
La palla si perde nel bagliore e le fanciulle gemono dopo di lui
mentre continua a correre attraverso l'epopea anglosassone.
E arriva Tito Fuentes, sembra un torero
coi pantaloni stretti e le piccole scarpe a punta.
Sulle tribune di destra impazziscono i Chicanos e i Neri
e i bevitori di birra di Brooklyn,
"Tito! Colpisci, dolce Tito!".
E dolce Tito mette il piede nel secchio (4)
e ne schiaffeggia una che non tornerà più indietro,
e corre intorno alle basi
come se stesse sfuggendo alla United Fruit Company, (5)
mentre il dollaro gringo batte la sterlina.
E dolce Tito ha vinto, ha sconfitto l'usura,
per non parlare del fascismo e dell'antisemitismo.
Juan Marichal si presenta di nuovo,
e le tribune dei Chicano esultano ancora,
Juan batte la prima palla lontano da tutti,
e passa la prima base e continua, e passa
la seconda base e la terza base per
per finire sul terreno che paga (6)
mentre il ruggito dei tifosi è sempre più sgangherato.
Qualche sciocco preme il pulsante dietro le quinte
per suonare l'Inno Nazionale registrato su nastro,
per salvare la situazione.
Ma nessuno si ferma questa volta,
è la loro rivoluzione intorno alle candide basi cariche,
in questo ultimo dei grandi poemi epici anglosassoni,
nel libero territorio del Baseball.

(1) Il riferimento riguarda Ulisse quando si reca nell'Oltretomba per consultare l'indovino Tiresia sulla sorte del conflitto contro i Troiani.
Nel poema di Ezra Pound viene definito come "Odysseus's Homer", da qui il legame con "Homer", ovvero "fuoricampo"

(2) The Great White Hope, la "Speranza Bianca" è un riferimento al razzismo che coinvolge Jack Johnson, il primo pugile Afro-Americano a conquistare il titolo di Campione del Mondo, difendendolo per ben 17 volte.

(3) Filippide, che da Maratona corre fino ad Atene per annunciare la vittoria
del generale Milziade contro i persiani.

(4) "foot in the bucket" espressione tecnica per un battitore che effettua il passo con la punta del piede rivolta al lanciatore

(5)"United Fruit Company", oggi Chiquita, detta anche Repubblica delle banane, indica in genere una piccola nazione, spesso latino-americana o caraibica, politicamente instabile, governata da un'oligarchia ricca e corrotta, la cui economia dipende solo da un modesto settore agricolo il cui controllo è in mano a multinazionali.

(6) Nell'immagine di Ferlinghetti, "paydirt" può essere riferito al piatto di casabase oppure alla sporcizia dopo una scivolata in base. In entrambi i casi, la paga è garantita. 

martedì 28 aprile 2015

IL SACRO ALTARE

La parola Baseball ci dice tutto, è molto semplice. Ci sono le palline, le mazze e le basi. La pallina in modo particolare è al centro dell'attenzione, forse perchè è il vero oggetto in movimento. Nessuno si chiede quale impugnatura usa il lanciatore o come fa un battitore a piazzare una battuta in campo, oppure come reagisce un difensore spesso con acrobazie al limite delle possibilità umane. Si, non ci sono dubbi, la pallina è la vera protagonista, è la reginetta sul trono. Tuttavia, come ha osservato Walt Whitman, cantore della libertà e di un ideale visionario, durante una partita di baseball del 1846, le basi rappresentano un luogo estraneo, un culto e una metafora rispetto a tutti gli altri sport con mazza e palline. Sono i quattro angoli del diamante che segnano il campo di gioco, che formano la sua fondazione. Nominate come Prima, Seconda, Terza e Casa, le basi creano gran parte del dramma di questo sport. È ormai un cliché rilevare la tensione che sale durante un lungo full-count at-bat con basi cariche, oppure, sempre a basi cariche, l'ansia generata da una lunga volata con i corridori incollati alla propria base e pronti a scattare. Le basi sono importanti, ma una si distingue: CasaBase. Si potrebbe pensare che noi la chiamiamo Piatto perchè si trova incastonato per terra ad un angolo del diamante con la sola faccia superiore visibile, ma probabilmente il nome si riferisce ai dischi di ferro tondi che costituivano la sua prima iterazione. Col passare degli anni, CasaBase si è drammaticamente distinta dalle altre basi sia nell'aspetto fisico quanto in quello simbolico. Cominciamo con la composizione fisica del piatto e con la storia del materiale usato. Le basi risiedono sopra la terra, CasaBase è fissa, sepolta nel terreno. Sui campi professionali le basi numeriche hanno una radice che serve per fissare la gomma in posizione. I terreni di gioco amatoriali, tipo Sandlot portano in sè il ricordo di semplici e morbidi cuscini legati al terreno. Spesso e volentieri ad ogni contatto queste basi scorrevano fuori posto. Il gioco si fermava e la base veniva riannodata. Anche l'espressione inglese Bag richiama ad una composizione fragile e morbida, così come è stata costruita nel 1877, un soffice cuscino di tela. È passato quasi un secolo prima di vedere le basi con l'aspetto di gomma che vediamo nel baseball odierno. Ma una base non è CasaBase. Il Piatto venne costruito con un materiale rigido e duraturo come la pietra o il metallo. Scivolare a Casa Base comportava un grosso rischio specie alle gambe che urtavano contro gli spigoli appuntiti del piatto. Tuttavia non c'era da preoccuparsi perchè passarono alcuni decenni prima che la Scivolata diventasse una tecnica acquisita. Alcune fonti affermano che Ned Cuthbert dei Philadelphia Keystones fu il primo giocatore in assoluto a Scivolare sulle basi nel 1865. Bisognerà attendere il 1880 per dare un nuovo vestito al Piatto di Casa Base. La National League introdusse per la prima volta un Home Plate fatto di dura plastica e nel 1885 vi fu anche la possibilità di scegliere tra la gomma e il marmo. Il piatto di gomma smussato usato nel gioco contemporaneo deve molto a Robert Keating, un lanciatore dilettante. Keating aveva firmato con i Washington Nationals nel 1887 giocando un singolo incontro affrontando i Baltimore Orioles. A causa di un infortunio al braccio, Keating si ritirò dallo sport e iniziò a seguire un'altra carriera, quella delle invenzioni. Vendette e progettò una popolare moto americana alla quale diede il proprio nome. Keating ridisegnò il piatto di casa base sviluppando una gomma composita ed elastica che avrebbe dato al battitore un ottimo slancio per iniziare la corsa e lo avrebbe protetto dagli urti che le mani subiscono quando si picchetta la mazza sul piatto per prendere posizione. Di certo, la seconda opzione è molto più probabile della prima, ma quel piatto di casa base diventò popolare grazie alla sicurezza e accessibilità. Un necrologio del 21 gennaio 1922 sul New York Times riferisce che Keating fu l'inventore della Keating Bicicletta, senza nessuna menzione dei suoi successi nel baseball come inventore. Anche se il nome Home Plate può essere fatto risalire alla storia materiale dell'oggetto, la differenza tra le basi numeriche e CasaBase assume una certa simbologia e retorica nel contesto del baseball. Le basi sono numerate e i corridori si possono fermare in piedi sul sacchetto per la loro sicurezza. Infatti le basi offrono un rifugio dai pericoli del gioco. Essere a contatto con essa vuol dire essere al sicuro. Non è così a CasaBase. Nessuno ci rimane. I battitori si posizionano di lato pronti per girare la mazza su un eventuale lancio che passa in una ipotetica zona di strike, i cui limiti sono imposti dai bordi del piatto. CasaBase è una soglia, un confine, un punto di partenza e simbolicamente è anche un punto di ritorno per coloro che hanno ottenuto una battuta valida, o hanno guadagnato una base su ball, oppure sono stati colpiti. Essi partono da casa base ed entrano nel labirinto del gioco. Per i battitori destri il piatto rappresenta un trampolino di lancio in quanto viene attraversato; per quelli mancini invece è un indicatore direzionale. I corridori che sono sopravvissuti alle insidie del gioco e che hanno completato il viaggio intorno al diamante, tornano a casa toccando il piatto per segnare un punto. Il significato metaforico di tornare a casa non dovrebbe essere minimizzato, tantomeno l'impatto del suo nome, una chiara metafora per il sesso. The Home-stretch è l'obbiettivo finale. Che il baseball sia diventato più popolare in America durante i periodi di guerra, dà alla nozione di tornare a casa una simbologia ancora più forte. Si potrebbe dire che il baseball è il perpetuo rullo dei tamburi che scandiscono il tempo attraverso la storia americana, come disse l'attore James Earl Jones, Field of Dreams, nei pressi delle gradinate fatte in casa nello stato dell'Iowa. Se tante superstars del baseball prestarono servizio militare durante la II Guerra Mondiale tutto ciò permise al militarismo e al baseball di stringere ancora di più i fili del ritorno a casa nonostante questi fili fossero già evidenti 70 anni prima con la Guerra Civile. La metafora e la simbologìa del tornare a casa, persiste in un evento annuale di beneficenza al Fenway Park per cui chi gioca a baseball sa che la salvezza (e la vittoria) è il ritorno a casa.
CasaBase assomiglia anche ad una casa, almeno nella sua forma disegnata a pastello. Il pentagono è stato adottato per la prima volta nel 1900, per aiutare i lanciatori e arbitri a visualizzare meglio la zona di strike. Non vi è alcuna certezza in merito, ma il nome Casa e il disegno che la rappresenta, è una notevole coincidenza. Un bambino che disegna una casa, lo fa proprio in quel modo cioè partendo dal tetto appuntito. Anche se il baseball genera miliardi di dollari, è ancora un importante gioco infantile. Anche se in questi giorni è raro vedere un gruppo di bimbi giocare a streetball per le strade di Brooklyn, molti di essi in tutto il mondo giocano ancora diverse versioni del baseball come parte di piccoli campionati organizzati ad hoc in un Sandlot. Gli occhi del bimbo vedono Casabase come la dimora, il collegamento al gioco e alla sicurezza, il tutto in una visione semplicistica e genuina. Però, tale nostalgica simbologia associata al baseball, è anche un frainteso dal punto di vista della storia ed è molto più probabile che un grattacielo o un appartamento era la realtà della casa per il bambino che viveva in centri urbani come Boston, Chicago, St. Louis e soprattutto New York, ovvero i centri urbani più importanti per lo sviluppo dell' Old Game. Purtroppo la casa di periferia associata al Piatto di Casa Base è un simbolo per una visione incompleta del baseball americano, una visione che smentisce il significato culturale del gioco. Home Plate è stato abbandonato dai centri urbani e il gioco ha perso la sua vitalità primordiale. I prezzi dei biglietti per le partite di MLB sono saliti alle stelle, il baseball marcia su canoni aziendali e lo streaming è presente nelle case di coloro che possono permettersi di guardare. Siamo stati lasciati e ci chiediamo: "A quale casa appartiene CasaBase?".
Spesso durante la partita l'arbitro-capo tirerà fuori dalla tasca un pennello di piccole dimensioni. Immagino che sia fatto di crine e di avorio o qualcos'altro di costoso. Si gira con le spalle al campo e meticolosamente rispolvera CasaBase. Apparentemente, l'atto è eseguito in modo tale che l'arbitro, il catcher e il lanciatore possano visualizzare più chiaramente la zona di strike. Preferisco vedere quel gesto come un rituale. Forse l'arbitro deve riposarsi, prendere un pò di tempo tra le azioni del gioco, come la polvere che si deposita sul Piatto. Forse è l'occasione per sgranchirsi le gambe e camminare un po'. Però ho anche il sospetto che le spalle e la schiena dell'arbitro-capo siano dolenti a causa del continuo accovacciarsi dietro il catcher. La pulizia di CasaBase potrebbe essere solo un atto funzionale, ma è anche un sospiro di supplica, un atto di riverenza.

Nel baseball, CasaBase è robusta, fissata al terreno, è calpestata, ma è preziosa. Home è come un altare. È protetta, è difesa allo stremo ed è pulita. Il Piatto di casa rappresenta il sacro nel turbinio del profano. Come un'icona religiosa, Home è il simbolo del baseball nel baseball. CasaBase porta la complessa retorica del suo nome, che corrisponde alla polisemia di un gioco che, nel corso della sua storia, si è evoluto in una riflessione significativa e conflittuale delle culture che lo hanno praticato.