Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".
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sabato 20 luglio 2013

BOW LEGGED RAY

Era un vecchietto calvo, con un viso interessante, dai morbidi lineamenti. I baffi grigi e le borse pronunciate sotto gli occhi rivelavano a tutto il mondo la sua stanchezza. Tanti erano i volti famosi e sorridenti in quel giorno, ma il suo non lo era affatto. Era oscuro nonostante la grande sala fosse arieggiata e lucente. Suppongo che fosse quell'oscurità, quel suo anonimato, derivante da una carriera giocata come sottoprodotto delle Majors, a tenere i membri della stampa lontano da lui, a debita distanza. I flash e le domande erano rivolte a quelli più famosi, agli esclusivi delle prime pagine di un baseball del passato, un baseball vissuto intensamente tra la sofferenza e la separazione, tra l'indifferenza e l'esclusione. "Yes, Ladies and Gentleman!", questo è il fine settimana per l'eleggibilità nella Hall of Fame. Week-end di induzione del 1987, un'esperienza che ho preparato diligentemente per ottenere l'invito ed essere presente a Cooperstown. Non andai per scrivere storie o intervistare qualche superstar. Io ero lì come un tifoso la cui passione per il Gioco ha accarezzato tutta la mia vita. Entrambi i giorni furono stupendi, perfetti per celebrare il nostro passatempo nazionale e per godersi le cadenze del fasto cerimoniale. Giornalisti e fotografi stavano approfittando del piacevole clima vagando per il Doubleday Field, intervistando e fotografando i membri dei New York Yankees e degli Atlanta Braves. Le due squadre erano arrivate ​​con l'autobus poco tempo prima e tra lo stretching e qualche lancio di riscaldamento regalavano qualche sorriso, qualche risposta alle domande della stampa. Sul campo vicino a casa base c'erano ex atleti del calibro di Ted Williams, Stan Musial, Robin Roberts, Lefty Gomez e due nuovi membri della Hall: Jim Catfish Hunter e Billy Williams.
Ray "Bow Legged" Dandrige
Un terzo uomo era stato eletto quella Domenica, senza attirare su di sè nessuna attenzione. È stato proprio lui, invece, che aveva catturato la mia. Quel vecchietto col viso interessante, con la sua espressione stanca, quel volto meno che famoso rispondeva al nome di Ray Dandridge. A differenza degli altri, Dandridge è stato una stella nelle dimenticate ma tanto affascinanti, Negro Leagues. Il terza base dei Newark Eagles nonostante i suoi 22 anni di carriera non aveva destato nessun interesse alla stampa, nemmeno in quel giorno cerimoniale dove riemerse tutto il suo passato, dove venne dichiarata tutta la sua grandezza con una Media Battuta in carriera di .355. Era in piedi da solo davanti al Doubleday dugout di prima base, le sue braccia penzolanti ai fianchi e il volto impassibile. Gli occhi guizzanti qua e là attraverso il verde del campo, attraverso quella marea di attività. All'inizio mi sentiì un po' dispiaciuto per lui. "Come deve sentirsi?", pensaì, "essere re per un giorno ed essere trascurato nel successivo?". Senza sudditi, senza regno, non esiste una corona, non c'è un re. Essere eletti nella Hall of Fame è di grande prestigio, ma può suscitare un sentimento di tristezza quando le prestazioni atletiche appartengono ad un passato sepolto. Ma frettolosamente pensai che quella fu una perfetta situazione per incontrare uno dei grandi e poter scambiare due parole in tutta sincerità, lontano dalle domande urlate e dalle risposte formali e circostanziali. Così mi avvicinai a lui e dissi il suo nome. "Il signor Dandridge?". Forse avrei potuto dire, "Ray?", ma non mi sembrava giusto. Avrei potuto chiamare Hunter "Cat", oppure Williams "Billy", ma Dandrige, all'età di 73 anni possedeva quell'alone di misticismo e dignità rivelate dal suo passo lento e affannoso. Si guardò intorno, come per cercare di individuare l'origine delle parole. "Il signor Dandridge?", replicai. Si girò e guardò in alto dal suo metro e 72 di altezza, la cui età aveva ulteriormente abbassato facendo sembrare il mio metro e 77 una misura da gigante. "Hmmmm?", chiese. "Volevo solo dire che ho apprezzato il suo intervento di ieri", dissi. Aveva parlato in modo sconclusionato, con la voce spezzata dall'emozione. I discorsi non erano il suo forte, ma la genuinità e la sincerità attrassero tutti i presenti. "Hmmmm?", disse ancora una volta Dandrige. "Davvero?". Fece una pausa, arricciando le labbra prima di continuare con una lenta cantilena. "Beh, non so perché. Non ho fatto altro che dire qualche parola. Un sacco di gente mi ha detto che è stato un buon discorso, quindi credo che così deve essere stato". Dandrige osservò nuovamente il campo pensando. Poi si rivolse di nuovo verso di me. "Che cosa ti è piaciuto del discorso?", e sorrise. "Mi è piaciuto vedere le persone felici", dissi. Fu un grande momento per Dandrige, un riconoscimento alla sua lunga carriera iniziata nelle Negroes per poi passare alla Mexican League, alla American Association in Minneapolis e nel farm system dei New York Giants. Un decennio di grandi giocate difensive e di grandi prestazioni in attacco con un solo obbiettivo, con una sola speranza, quella di poter ricevere quella chiamata, quell'invito ad entrare in un campo di Major League di fronte alle grandi platee dei Pro bianchi. Nonostante il suo Rookie Award e il suo MVP nel 1950, le sue 3 All Star Games, l'aver insegnato a Willie Mays i segreti del gioco e i suoi unici 2 errori difensivi in una stagione, quella chiamata non arrivò mai. Dandrige non ricevette mai l'attezione che avrebbe meritato per le sue grandi giocate difensive. Centinaia di prese in tuffo e di assistenze memorabili lo decretarono come il miglior terza base che la storia abbia mai conosciuto. Peccato che il suo talento si sia perso all'ombra delle Negro Leagues. Poi, 32 anni dopo, tutti e 15 i membri del comitato elettivo si ricordano di lui e lo eleggono nella Hall di Cooperstown. Tutto ciò spinse Dandridge, nel suo discorso di induzione, a dire: "Ho solo una domanda. Perché ci avete messo così tanto?". Ora, in piedi vicino a quella panchina del Doubleday Field, sorride alla mia risposta. "Oh, God!, sì", disse. "Sono felice. La Hall of Fame è un grande onore". Ancora una volta Dandrige guardò il campo, in direzione della zona di terza base, un regno che aveva conosciuto così bene su tanti diamanti d'America, tanti anni prima. "E' solo che ..." disse, e si fermò. Alcuni secondi passarono. Ebbi la sensazione che le sue parole si strozzassero in preda all'emozione. Poi sospirò. Finalmente quelle parole uscirono a bassa voce, e ancora oggi, non sono sicuro se fossero rivolte a me oppure frutto di un suo pensiero intimo. "Vorrei solo che tutti mi avessero visto quando giocavo...vorrei solo che ognuno mi avesse visto giocare."
Ray Dandridge morì il 12 febbraio 1994 a Palm Bay, in Florida.