Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

domenica 5 agosto 2012

HE SAVED MY LIFE

Per me e per tanti boys del Massachusetts, Jim Rice è stato il nostro Babe Ruth, il nostro Jim Thorpe, il nostro Jesse Owens, il nostro Satchel Page, il nostro Lou Gehrig, il nostro Ken Norton, il nostro Louis Sockalexis. Jim Rice è stato il battitore più potente che avessi mai visto. Quando Jim iniziò a giocare per i Boston Red Sox, l'odio verso la popolazione di colore era al suo apice fino al 1974 anno in cui il giudice federale A.W.Garrity Jr., con un suo decreto, pose fine a questa separazione permettendo ai ragazzi neri di frequentare le scuole dei bianchi. "La miccia è stata accesa", pensai. In breve tempo nuclei di ragazzi bianchi erano in preda alla rabbia lanciando pietre e sassi contro gli autobus delle scuole pieni di ragazzi di colore.
Questa era l'atmosfera quando Jim Rice esordì in Major League. Lui era un grande atleta nero e la gente a Boston non sapeva se odiarlo per il colore della sua pelle oppure se amarlo per il suo impareggiabile talento sportivo. Jim non fece il gioco dei Media e nel suo silenzio si preoccupò di migliorare l'aspetto difensivo del gioco. Sotto la guida di Yastrzemski imparò a gestire l'esterno sinistro a contatto con il Green Monster, il muro alto più di 20 metri del Fenway Park, simbolo e sede eterna del baseball come il monte Olimpo lo è per gli dei Greci. L'eredità dei grandi esterni di Boston è assicurata. Da Williams a Yaz, da Yaz a Rice. Unica differenza era il colore della pelle e Jim batteva di destro, mentre gli altri due erano entrambi bianchi ed erano mancini in battuta. Ma Yastrzemski si spostò in prima base affermando che Jim era pronto per affrontare il compito che doveva assolvere. Per me, un ragazzo bianco che proveniva dalle dimenticate fattorie a sud di Boston, Jim Rice era un modello nel suo ruolo. Con gli amici giocavo a baseball nelle campagne del Massachusettes, territorio riservato ai pascoli ed alle mucche. Ci davamo appuntamento nei paraggi della Stazione Nord in Easton Avenue di fronte a Sullivan Shovelshop. Jim non era il tipo di giocatore da paragonare ad uno come Louis Armstrong, Jim era più come John Coltrane, intenso, privato, profondo e potente. Tutto ciò di cui aveva bisogno era uno stuzzicadenti a lato della bocca e con la mazza in mano Jim era come Jimi con la chitarra, ma lui è morto. Negli spogliatoi delle Major Leagues si diceva che era meglio dare la base a Jim Rice anche se queste erano cariche di corridori e Whitey Herzog suggeriva al suo terza base di giocare più profondo, vicino all'esterno sinistro. Per le strade ho visto la paura, ma il distante comportamento e l'indifferenza di Jim mi sono piaciute. Era bello essere al suo fianco perchè nessuno osava sfidarlo. Accadde durante una partita al Fenway, che un piccolo bimbo seduto in tribuna poco distante da me, nella zona che stava dietro il sacchetto di prima base, venne colpito da una violenta battuta in foul ball e cadde privo di sensi in un bagno di sangue. La paura e il panico presero il sopravvento, ogni secondo che passava poteva rivelarsi fatale per il bimbo. Fu allora che Jim Rice uscì dal dug-out, scavalcò la transenna e salì sulle tribune per dirigersi verso quel corpicino steso, immobile. Fu allora che lo vidi avvicinarsi così imponente e massiccio. Rimasi sconvolto, il mio eroe era lì, vicino a me. Prese quel bimbo tra le braccia e lo strinse al petto. Scese nuovamente le tribune per andare dal medico della squadra che lo stava aspettando.
Jim Rice col piccolo Jonathan
 Quando arrivò l'ambulanza quel bimbo riaprì gli occhi per incrociare lo sguardo di un angelo sorridente che lo aveva salvato. In un periodo dove non c'erano figure rappresentative e modelli esemplari di persone di colore, quel gesto ebbe un impatto devastante su tutta una generazione di ragazzi del New England. Nelle regole della Major League non è scritto e nemmeno richiesto che un giocatore debba andare sulle tribune. Ma le regole di Jim Rice sono quelle di un uomo, sono scritte nel suo cuore. Non tanti ragazzi hanno visto Jack Johnson all'apice della sua carriera oppure Marvin Hagler al massimo della sua potenza. Noi abbiamo visto Jim Rice così vicino nella sua perfezione e non lo dimenticheremo mai. Non so perchè sono così felice di sapere che Jim Rice è stato inserito nella Hall of Fame del baseball. Tutto quello che so è che quando ho letto sui giornali la notizia ho cominciato a piangere ripensando a quel pomeriggio quando avevo 13 anni. Per tutti gli amici del quartiere Lui era il nostro Clint Eastwood e tutti noi volevamo essere Jim Rice. Nonostante tutta la merda razzista che sentivamo tutti i giorni, quando Jim era in battuta ci sentivamo dispiaciuti per la pallina. Il suo ingresso a Cooperstown è stato come una vendetta karmica per quell'orribile giorno del 1978 quando Bucky Banjo Dent fece volare la pallina sopra il Muro Verde del Fenway, in un silenzio irreale e tanto profondo da poter udire il rumore di una monetina che cadeva in Linden Street. Quell'homer pose fine al 1978, la stagione più incredibile di Jim Rice:
46-HR, 139-RBI, 213-BV, 600-SLUG.,
15-TRIPLI, 315-MB, 406-BASI TOTALI.

La vicenda di Jim Rice avvenne il 7 Agosto del 1982. I Red Sox giocarono al Fenway contro i Chicago White Sox. Lo stadio era stracolmo in ogni posto a sedere e Tom Keane aveva portato con sè i suoi figli. Jonathan di 4 anni e Matthew di 2 anni. Jonathan, che stava imparando a giocare a baseball nel ruolo di seconda base, aveva come suo favorito Dave Stapleton, un utility player dei Red Sox che giocava in tutte le posizioni all'interno del diamante. Alcune partite le giocò anche nel ruolo di esterno. Alla quarta ripresa Stapleton si presentò nel box di battuta e fu proprio lui l'autore del micidiale foul ball che colpì il povero Jonathan sopra l'occhio sinistro, a neanche 1cm. di distanza dalla tempia. Il dottore della squadra chiuse la ferita che stava sanguinando abbondantemente. In ospedale i medici riscontrarono un ematoma interno che in seguito alle cure venne riassorbito dall'organismo del piccolo Jonathan. Il padre Tom e i dottori dichiararono ai giornalisti che il tempestivo intervento di Jim Rice salvò la vita di Jonathan.
"I've hit home runs. I've driven in runs. But as far as something that stands out, it's probably the picture when I went up into the stands and took the kid out of the stands who was hit by a foul ball", così disse nel 2009 Jim Rice nel suo discorso cerimoniale di ingresso alla Hall of Fame. Appena avuta la tragica notizia, Hank Aaron telefonò alla famiglia Keane e si precipitò in ospedale insieme a Tony La Russa, al tempo manager dei White Sox, per sincerarsi delle condizioni del bimbo e dargli supporto morale. Attualmente Jonathan Keane è un tecnico informatico e lavora presso la Raleigh N.C. Internet Company. "Jim è una figura che va oltre il suo talento sportivo. È l'essere umano più grande che ho conosciuto. Semplicemente mi ha salvato la vita", disse Jonathan Keane.