Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

sabato 25 agosto 2012

GOT MY BAT

Uno studente della Columbia University chiese al professore cosa stesse facendo. Il docente era appoggiato al muro, appena fuori dall'aula e non si era accorto che era il momento di iniziare la lezione. "Well!", rispose allo studente, "Sto leggendo questo libro su un atleta la cui complicata carriera sportiva si è intrecciata nelle trame del nostro sport preferito, prima e dopo la II Guerra Mondiale. Il suo nome è Ted Williams". "OH!. Lo conosco", rispose con eccitazione lo studente, "Ha giocato a pallacanestro in una squadra di Boston, i Celtics, vero?". "Uhm!, che ha giocato a basket non è esattamente corretto", esclamò con tono risoluto il professore, "e non giocò nemmeno per i Celtics. Williams giocò a baseball, a Boston per la squadra dei Red Sox dal 1939 al 1960". "Uffa!, perchè era così famoso?", rispose scocciato lo studente. "Perchè è stato il miglior battitore degli ultimi 50 anni, certamente il miglior battitore mancino. Okay, forse il miglior battitore mancino di tutta la storia del baseball", concluse il professore. "C'è dell'altro?", aggiunse incuriosito lo studente. "Si!", disse il professore, "Williams è stato un'atleta fondamentale in quegli anni dove il baseball stava attraversando i migliori momenti della sua gloriosa storia. Ma fu anche un personaggio controverso, anzi, molto controverso". "Perchè era mancino?", chiese ingenuamente lo studente. Il professore sorrise e teneramente gli mise la mano sulla spalla ed entrarono in aula. Ma quella domanda, apparentemente banale, rappresenta un ottimo punto di partenza nella carriera di Ted Williams. Anche lui non ricorda il perchè e il quando eseguì il primo swing da mancino. Semplicemente, un giorno, a S. Diego, il piccolo Ted iniziò a girare una mazza da baseball e l'unico pensiero che si insinuò nella testa non fu quello di sapere se era destro o mancino, ma fu quello di voler diventare il più grande battitore che sia mai esistito. Sorretto da una spasmodica e maniacale attrazione verso la battuta, Williams più di una volta ha affermato che "Battere è tutta la mia vita". Le tante polemiche indirizzate alla sua persona vengono proprio ricondotte a questo suo desiderio. Chi ha letto il suo libro sulla battuta "The Science of Hitting", rimarrà deluso e sarà preda dello sconforto. Con quanto spasimo Ted descrive i movimenti del corpo?. Con quanta esasperazione affronta l'aspetto tecnico, mentale e matematico della battuta?. Impossibile calcolare la gradazione, la precisione e l'intensità con i quali Williams affronta l'argomento "Battuta" nel baseball. Oltre a rimanere sofferenti di fronte a tali descrizioni, talvolta caotiche e confuse, un'idea certa e sicura si fa strada nella nostra mente. Per imparare a battere come Ted Williams, devi essere Ted Williams, devi pensare come Ted Williams e devi allenarti come Ted Williams. Il suo libro ha creato tanto rumore e tanta confusione, come lo erano le sue presenze al piatto di casa base. Al posto di scrivere, lui borbotta, sibila e schernisce. Con nervosismo affronta i vari paragrafi della battuta così come intensi erano i suoi swings in partita. Dinamismo ed emozioni erano il marchio di fabbrica di Williams. La sua forte personalità era paragonabile alla natura che non seguiva l'alternanza delle stagioni. Ted era l'eccitazione continua, il focolare perennemente acceso. Al contrario di Roger Hornsby, che trascorreva l'Inverno affacciato alla finestra in attesa della Primavera, Ted era come uno squalo, in costante movimento per prevenire la morte. Quando si trovava in albergo, passeggiava nella hall e si fermava simulando uno swing a vuoto. Poi riprendeva a camminare e si fermava per figurare uno stride col passo. Poi, se vedeva qualcuno della squadra si sedeva, gesticolava e parlava con lui di battuta in continuazione. Poi si alzava, andava in camera, accendeva la radio e si stendeva sul letto. Si rialzava e spegneva la radio, si sedeva e riaccendeva la radio. Andava a far colazione e subito dopo decideva di non voler mangiare. Si alzava dal tavolo pronto per uno swing a vuoto. Il paragone di essere posseduto dalla psicosi, dall'irritabilità, da una sorta di disturbo ossessivo-compulsivo calza perfettamente. Ted era posseduto dal demonio della battuta. Il guaio era, che non esisteva nessun esorcismo così potente da liberarlo e farlo scendere da quel gradino di esuberante egoismo. L'eterno ragazzo ha illuminato le notti del Fenway e il Mostro Verde si è inchinato per rendere omaggio allo Splendido Bagliore.

Spesso, negli ottimi atleti, vengono ricercati appellativi talvolta imbarazzanti che servono per costruire un percorso statuario, una leggenda, col compito specifico di colmare un vuoto, ossia quell'assenza di modelli di riferimento. Ad esempio Babe Ruth è stato associato a Gargantua, divertente e grottesco personaggio dello scrittore F.Rabelais che con semplicità e con un linguaggio satirico, racconta la storia di questo gigante che venne partorito dall'orecchio di sua madre. Il romanzo è caratterizzato da un'estrema crudezza e da un umorismo che si aggrappa anche alle funzioni corporali. (Se vogliamo fare un parallelismo con il film "The Babe" del 1992, interpretato da John Goodman, troviamo delle scene che ricalcano il romanzo di Rabelais specialmente quelle riferite all'appetito di Babe e ai suoi eccessi di flatulenza). Ma Babe Ruth, con la sua presenza, ha rivitalizzato il gioco soddisfando i sogni ambiti dell'immaginario collettivo. Ted Williams è stato diverso. La sua eroica presenza era quella di un lupo solitario, un incubo per le sue prede dove la tecnica di caccia e la sua abilità regnarono supreme nel box di battuta. Le perplessità nascono lontano da quel box, dove l'astuto lupo si trasformava e veniva assalito da un predatore ancora più forte. Era il suo atteggiamento sconvolto e disorganizzato paragonabile a quello del semidio greco Achille, che passava il tempo nella sua tenda facendo il broncio ed evitando gli altri. Così era Williams, quando evitava la stampa e i media giudicandoli come fossero persone inferiori. Essi non avevano i requisiti necessari per intervistarlo. "Chi sei tu per farmi questa domanda?", "Non meriti di scrivere sul giornale". Così rispondeva Ted. Ma, come Achille, nessuno aveva l'ardore e il coraggio di sfidarlo direttamente sul campo. Il percorso di Williams all'interno della tradizione del Baseball si interrompe bruscamente perchè sfocia in un autentico paradosso. Come ha potuto un tale giocatore, in possesso di autocontrollo, precisione e pazienza quando era in battuta, trasformarsi in un mostro di temperamento e disordine, volgarità e disprezzo quando si trovava lontano dal piatto di casa base?. Ted considerava la battuta come una valutazione infinitesimale della reazione prima dello swing, dove il controllo e la gestione dell'area dello strike dipendevano da una costante autodisciplina. Ma fuori dal campo, il suo autocontrollo gli permetteva solo swings feroci e selvaggi su qualsiasi tipo di lancio. Perchè Williams esibì certe qualità caratteriali che non avrebbe tollerato nel box di battuta?. Il suo focus era talmente elevato tanto da consentirgli di vedere il tipo di lancio ancora prima che arrivasse. Come mai, lontano da casa base, la sua rabbia lo rendeva cieco?. Sarebbe quasi intrigante poter dire che il suo temperamento era alla base delle sue prestazioni. Le teorie di Ted sulla battuta, che erano anche le sue teorie di allenamento, possedevano risvolti a dir poco chirurgici, e inadatti ad essere esposti sulle prime pagine dei giornali. Questa sua convinzione ha creato una frattura con i mass media che non si sono risparmiati ad esibire il loro malcontento dilatando ulterormente la già controversa figura di Ted. Il risultato di questa intolleranza mediatica non ha fatto altro che alimentare la concentrazione dello Splendido Bagliore tanto da renderlo quel fine e pregiato battitore che tutti hanno potuto ammirare. In un certo senso, con una punta di eccitazione, l'esuberante e diffidente Williams ha coltivato la sua natura di baseball-player allo stesso modo di Ty Cobb che fece uso di tutta la sua emotività come pezzo d'artiglieria sul campo e, nonostante la ferocia dei suoi atteggiamenti, Ty era in grado di convertirli in strategie vincenti. Sebbene Williams, fosse di natura un ragazzo piacevole e cordiale, ha aggravato le reazioni contro di lui perchè il suo accanimento verso gli altri, altro non era che la voce irritante del suo ego. Lui sentiva e sapeva che quella voce dentro di lui espressa con tono aggressivo, poteva risvegliare la sua mazza in ogni situazione. Ogni suo fallimento sul campo corrispondeva ad una prima pagina di dissenso, ma quel dissenso, fatto da esseri inferiori, era resurrezione per il grande Ted. Nulla sfuggiva al sensitivo ed esuberante Williams, nemmeno una virgola di quelle parole. Quando un giornalista lo irritava, era guerra dichiarata per Ted, e il reporter avrebbe sofferto per ogni cosa che avrebbe scritto. "Non ti ho mai visto prima, non sei bravo, ringrazia che ti ho risposto, non ho bisogno di nessuno. Io ho la mia mazza".
T.Williams - Y.Berra
Perchè Ted Williams è stato perseguitato?. Lui, un mix adolescenziale di istinto e genuinità, sempre in fuga dalla vivida passione di chi lo stimava. Ted ha sempre rifiutato quel senso di idolatria che arrivava dalla gente che lui definiva come sciocche e stupide figure umane. Ted percepiva, Ted ascoltava, Ted era un sensitivo attanagliato da un profondo dualismo conflittuale. Ted è stato il desiderio di essere riconosciuto dalla gente come il miglior battitore nella storia del baseball, ed è stato il rifiuto verso la stessa gente esibizionista, persone che lo accerchiavano come fossero materia infetta. Come successe una volta alla stazione di Philadelphia, quando Williams allontanò con la forza insultando un gruppo di fans che lo avevano preso d'assalto. Il senso dell'ascolto di Ted era acuto, lui sentiva il bisbiglio, il battito di ali di un uccello notturno, il rumore di una foglia che cadeva. I suoi occhi penetravano lo sguardo di chiunque, riusciva a vedere oltre le linee del Fenway e sapeva cosa succedeva nel box office quando lui sputava in quella direzione. Williams è come un letto, un prato assortito con tutte le nevrosi che accomunano i più grandi artisti, dai pittori ai poeti dagli scultori agli attori della strada. A tutto questo si aggiunge l'antipatia dei tifosi, della Boston benpensante nei suoi formalismi anglosassoni...Ah!, se solo avesse salutato una volta, l'avrebbero fatto sindaco immediatamente. Su di lui hanno scritto di tutto e di più, l'hanno pubblicizzato allo spasimo. Ted è stato la vittima incosciente di una nazione affamata di eroi, in competizione con il frenetico stato d'animo di una cultura post-guerra. Williams era il box office, il vincitore, e come tale, è "terra di conquista" di tutti quelli che volevano usarlo per ricavarne  profitti. Ma l'oro degli ignavi non attira Williams, la sua ribellione è stata mitigata da quel senso di compostezza, di equilibrio e di maturità che l'hanno reso l'eroe riluttante, colui che raggiunse il cielo per potersi poi lanciare in caduta libera. Williams si detestava, specialmente quando falliva nel raggiungere l'obiettivo per il quale il suo corpo e i suoi riflessi furono costruiti. Tutti i bimbi sognano di giocare in Major League, collezionano le figurine dei grandi campioni ai quali spesso si associano. Tutti i bimbi vogliono battere come Ruth, Gerhig, Di Maggio. Ma solo un bimbo su questa terra non aveva tale desiderio. "Ehi Ted!, a chi vorresti assomigliare come battitore?", chiese un giornalista. "A nessuno!", rispose Williams. "Voglio solo battere come Ted Williams". Lui non collezionava figurine, non aveva e non gli interessavano eroi da emulare ed era l'unico che poteva e voleva battere come Williams. Questo bimbo si chiamava Ted, e nelle sue mani ha stretto non solo un 34 once, ma anche il caos da lui stesso generato e che gli è servito per poter partorire una stella, una stella che brilla in eterno tanto da meritare l'appellativo di Splendido Bagliore.

domenica 5 agosto 2012

HE SAVED MY LIFE

Per me e per tanti boys del Massachusetts, Jim Rice è stato il nostro Babe Ruth, il nostro Jim Thorpe, il nostro Jesse Owens, il nostro Satchel Page, il nostro Lou Gehrig, il nostro Ken Norton, il nostro Louis Sockalexis. Jim Rice è stato il battitore più potente che avessi mai visto. Quando Jim iniziò a giocare per i Boston Red Sox, l'odio verso la popolazione di colore era al suo apice fino al 1974 anno in cui il giudice federale A.W.Garrity Jr., con un suo decreto, pose fine a questa separazione permettendo ai ragazzi neri di frequentare le scuole dei bianchi. "La miccia è stata accesa", pensai. In breve tempo nuclei di ragazzi bianchi erano in preda alla rabbia lanciando pietre e sassi contro gli autobus delle scuole pieni di ragazzi di colore.
Questa era l'atmosfera quando Jim Rice esordì in Major League. Lui era un grande atleta nero e la gente a Boston non sapeva se odiarlo per il colore della sua pelle oppure se amarlo per il suo impareggiabile talento sportivo. Jim non fece il gioco dei Media e nel suo silenzio si preoccupò di migliorare l'aspetto difensivo del gioco. Sotto la guida di Yastrzemski imparò a gestire l'esterno sinistro a contatto con il Green Monster, il muro alto più di 20 metri del Fenway Park, simbolo e sede eterna del baseball come il monte Olimpo lo è per gli dei Greci. L'eredità dei grandi esterni di Boston è assicurata. Da Williams a Yaz, da Yaz a Rice. Unica differenza era il colore della pelle e Jim batteva di destro, mentre gli altri due erano entrambi bianchi ed erano mancini in battuta. Ma Yastrzemski si spostò in prima base affermando che Jim era pronto per affrontare il compito che doveva assolvere. Per me, un ragazzo bianco che proveniva dalle dimenticate fattorie a sud di Boston, Jim Rice era un modello nel suo ruolo. Con gli amici giocavo a baseball nelle campagne del Massachusettes, territorio riservato ai pascoli ed alle mucche. Ci davamo appuntamento nei paraggi della Stazione Nord in Easton Avenue di fronte a Sullivan Shovelshop. Jim non era il tipo di giocatore da paragonare ad uno come Louis Armstrong, Jim era più come John Coltrane, intenso, privato, profondo e potente. Tutto ciò di cui aveva bisogno era uno stuzzicadenti a lato della bocca e con la mazza in mano Jim era come Jimi con la chitarra, ma lui è morto. Negli spogliatoi delle Major Leagues si diceva che era meglio dare la base a Jim Rice anche se queste erano cariche di corridori e Whitey Herzog suggeriva al suo terza base di giocare più profondo, vicino all'esterno sinistro. Per le strade ho visto la paura, ma il distante comportamento e l'indifferenza di Jim mi sono piaciute. Era bello essere al suo fianco perchè nessuno osava sfidarlo. Accadde durante una partita al Fenway, che un piccolo bimbo seduto in tribuna poco distante da me, nella zona che stava dietro il sacchetto di prima base, venne colpito da una violenta battuta in foul ball e cadde privo di sensi in un bagno di sangue. La paura e il panico presero il sopravvento, ogni secondo che passava poteva rivelarsi fatale per il bimbo. Fu allora che Jim Rice uscì dal dug-out, scavalcò la transenna e salì sulle tribune per dirigersi verso quel corpicino steso, immobile. Fu allora che lo vidi avvicinarsi così imponente e massiccio. Rimasi sconvolto, il mio eroe era lì, vicino a me. Prese quel bimbo tra le braccia e lo strinse al petto. Scese nuovamente le tribune per andare dal medico della squadra che lo stava aspettando.
Jim Rice col piccolo Jonathan
 Quando arrivò l'ambulanza quel bimbo riaprì gli occhi per incrociare lo sguardo di un angelo sorridente che lo aveva salvato. In un periodo dove non c'erano figure rappresentative e modelli esemplari di persone di colore, quel gesto ebbe un impatto devastante su tutta una generazione di ragazzi del New England. Nelle regole della Major League non è scritto e nemmeno richiesto che un giocatore debba andare sulle tribune. Ma le regole di Jim Rice sono quelle di un uomo, sono scritte nel suo cuore. Non tanti ragazzi hanno visto Jack Johnson all'apice della sua carriera oppure Marvin Hagler al massimo della sua potenza. Noi abbiamo visto Jim Rice così vicino nella sua perfezione e non lo dimenticheremo mai. Non so perchè sono così felice di sapere che Jim Rice è stato inserito nella Hall of Fame del baseball. Tutto quello che so è che quando ho letto sui giornali la notizia ho cominciato a piangere ripensando a quel pomeriggio quando avevo 13 anni. Per tutti gli amici del quartiere Lui era il nostro Clint Eastwood e tutti noi volevamo essere Jim Rice. Nonostante tutta la merda razzista che sentivamo tutti i giorni, quando Jim era in battuta ci sentivamo dispiaciuti per la pallina. Il suo ingresso a Cooperstown è stato come una vendetta karmica per quell'orribile giorno del 1978 quando Bucky Banjo Dent fece volare la pallina sopra il Muro Verde del Fenway, in un silenzio irreale e tanto profondo da poter udire il rumore di una monetina che cadeva in Linden Street. Quell'homer pose fine al 1978, la stagione più incredibile di Jim Rice:
46-HR, 139-RBI, 213-BV, 600-SLUG.,
15-TRIPLI, 315-MB, 406-BASI TOTALI.

La vicenda di Jim Rice avvenne il 7 Agosto del 1982. I Red Sox giocarono al Fenway contro i Chicago White Sox. Lo stadio era stracolmo in ogni posto a sedere e Tom Keane aveva portato con sè i suoi figli. Jonathan di 4 anni e Matthew di 2 anni. Jonathan, che stava imparando a giocare a baseball nel ruolo di seconda base, aveva come suo favorito Dave Stapleton, un utility player dei Red Sox che giocava in tutte le posizioni all'interno del diamante. Alcune partite le giocò anche nel ruolo di esterno. Alla quarta ripresa Stapleton si presentò nel box di battuta e fu proprio lui l'autore del micidiale foul ball che colpì il povero Jonathan sopra l'occhio sinistro, a neanche 1cm. di distanza dalla tempia. Il dottore della squadra chiuse la ferita che stava sanguinando abbondantemente. In ospedale i medici riscontrarono un ematoma interno che in seguito alle cure venne riassorbito dall'organismo del piccolo Jonathan. Il padre Tom e i dottori dichiararono ai giornalisti che il tempestivo intervento di Jim Rice salvò la vita di Jonathan.
"I've hit home runs. I've driven in runs. But as far as something that stands out, it's probably the picture when I went up into the stands and took the kid out of the stands who was hit by a foul ball", così disse nel 2009 Jim Rice nel suo discorso cerimoniale di ingresso alla Hall of Fame. Appena avuta la tragica notizia, Hank Aaron telefonò alla famiglia Keane e si precipitò in ospedale insieme a Tony La Russa, al tempo manager dei White Sox, per sincerarsi delle condizioni del bimbo e dargli supporto morale. Attualmente Jonathan Keane è un tecnico informatico e lavora presso la Raleigh N.C. Internet Company. "Jim è una figura che va oltre il suo talento sportivo. È l'essere umano più grande che ho conosciuto. Semplicemente mi ha salvato la vita", disse Jonathan Keane.