Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

martedì 11 dicembre 2012

PRELUDIO DEL SUBLIME

Il baseball ha un suo linguaggio, per impararlo è necessario stare sul campo. I pensieri combattono dentro di noi perchè entrano in conflitto con le nostre emozioni: invidia, ammirazione, gioia, tristezza, rabbia. Nulla è più genuino, semplice e diretto, come l'approccio al gioco; è il vigore della sicurezza e della fiducia in noi stessi. È il linguaggio del dinamismo e del movimento, cioè della capacità di far accadere le cose, e non stare a guardare. La nostra quotidianità è appesa ad un nodo che lentamente si stringe intorno al collo. Questo nodo si chiama SPERANZA. La speranza è una parola che nasconde insidie e incertezze. Con la speranza non si ottengono i risultati perchè la parola non porta a nessuna forma di movimento e di azione. Il baseball ce lo insegna, e ci dice come essere vincenti, e non per sconfiggere, ma per coronare tanti sacrifici sostenuti per ottenere determinati risultati. Non serve vincere, se perdi te stesso. Non serve una bandiera sul balcone con scritto PACE per esorcizzare la guerra. Non serve dire abbi fede e speranza che c'è Dio. La gente povera e affamata ha bisogno di altro. Il baseball è sincero: O LO FAI, O NON LO FAI, punto e basta!. Qualche volta lo fai e qualche volta non lo fai. L'importante è capire come si diventa tenaci e perseveranti, e non ottusi e testardi. Giocare a baseball è una grossa sfida, una lunga cavalcata, un percorso di conoscienza. Disse Bob Feller prima di iniziare una partita: "Non sono Dio, ma quando salgo sul monte mi sento come la cosa più vicina a lui". Bob sapeva quando, come e dove lanciare perchè aveva la conoscienza. E Dio è la conoscenza che custodiamo dentro di noi. Tutto si può condividere o meno, a seconda della propria esperienza e del proprio credo, ma il fatto di poter spartire la magia, il fascino e l'illusione di questo sport, è di per sè molto coinvolgente e costruttivo. Certo, per molti il baseball è noioso, è lento, non succede niente e la domanda alla quale ho assistito tantissime volte è stata: "Ma tu chi sei?, quello che batte o quello che corre?...Quello che batte o quello che lancia?". Nulla di nuovo: l'incapacità di mentalizzare è propria delle persone che si annoiano, che si affidano esclusivamente a un qualcosa di visivo e dinamico rifiutando che, mentre il lanciatore spolvera col piede la pedana prima di effettuare il lancio, o il battitore raccoglie un pò di terra rossa per asciugarsi le mani sudate dall'emozione, il vorticoso alternarsi dei loro pensieri è un forte richiamo perchè è il preludio a qualcosa che accadrà e rimarrà unico nonostante sia successo milioni e milioni di volte. L'aggregarsi di nuvole grige e gonfie non è forse il preludio ad una forte tempesta?. Il silenzioso e il morbido incedere a testa bassa di una leonessa, non è forse il preludio ad un imminente attacco alla preda?. Si, lo sarà, perchè è successo da sempre e sempre succederà come nell'Old Game. Talvolta l'attesa è più emozionante del vivere la stessa emozione. E se viverla è questione di un attimo, l'attesa è una sospensione che si allontana dal tempo, è indefinita, magica e occulta. È il veggente, colui che possiede il positivo anticipo di quello che succederà, lontano dalla comune percezione sensoriale. È la sinestesia delle liriche di A.Rimbaud, lo spleen e l'ideale di C.Baudelaire dove la diversa origine emotiva dei nostri sensi si fonde per raggiungere quel sublime, tanto caro a poeti ed artisti di ogni tempo. Perchè no?. Se il lancio e la battuta rappresentano forme d'arte sportiva, come spesso è stato sottolineato dagli storici e da parecchi giocatori come Brett, Gwinn, Jackson...allora, anche se è scontato dirlo, il Baseball è sublime.
1969 Europei di Wiesbaden (GER) 2° posto
In alto a sinistra:
Civolani (accompagnatore), Bertoni, Coston (pitching coach), Cenci (coach), Lerker, Clerici,Cavazzano, Monaco, Crippa, Castelli, Morgan, Notari
Al centro da sinistra:
Rossi, Spinosa, Gatti, Bolsi, Passarotto, Meli, Silva, Cameroni.
in basso seduti:
Ricci, Mirra, Faraone, Beneck(Pres.FIBS), Morelli, Cresto, Frinolli(Prep.Atl).
(Per gentile concessione dell'amico Paolo Noro)

sabato 1 dicembre 2012

IL DUELLO DEL SECOLO

È stato il miglior confronto di lanciatori del secolo?. Veramente?.
C'è chi non è d'accordo con questa affermazione richiamando alla memoria il perfect game di Addie Joss dei Cleveland ottenuto contro Ed Walsh dei White Sox il 2 Ottobre del 1908. Joss vinse quella partita per 1 a 0. Oppure si fa riferimento alla maratona di 26 riprese tutte lanciate da Joe Oeschger dei Boston Braves contro Leon Cadore dei Brooklyn Dodgers. Era il 1920, sul punteggio di 1 a 1, la partita venne sospesa. Harvey Haddix dei Pirates, nel 1959 contro i Milwakee Braves ottenne un perfect game per 12 riprese. Alla 13esima la difesa commise un errore e i Braves vinsero per 1 a 0 con un doppio di Joe Adcock. Nel 1965 Sandy Koufax lanciò una perfect game contro i Cubs. Il lanciatore avversario, Bob Hendley, concesse una sola battuta valida. Tutte queste furono prestazioni storiche e quasi irripetibili per come oggi vengono utilizzati i lanciatori. Ma gli esperti, gli storici e gli appassionati americani indicano come il duello del secolo fra lanciatori, la partita del 2 Luglio del 1963 nella quale si affrontarono i Braves e i Giants. I due pitchers furono Warren Sphan e Juan Marichal. Un paio di Hall of Famers ingaggiarono un confronto senza precedenti, battagliando attraverso 16 riprese col punteggio sullo 0 a 0. Nei line-up delle due squadre erano presenti 5 futuri Hall of Famers e i due lanciatori effettuarono più di 200 lanci a testa. Il confronto Spahn-Marichal a livello di statistiche approda in un universo di pura magia. Il duello assunse risvolti impressionanti se si tiene in considerazione il fatto che Spahn aveva 42 anni, e Marichal 25. Fu quasi un allineamento stellare ad indicare che sarebbe stata una gara tra gli immortali del lancio. Ad inizio stagione venne modificata la zona dello strike nella National League. In particolare venne innalzata portando i limiti a sotto il ginocchio e sopra le ascelle. Con questa regola i battitori realizzarono 1.019 battute valide in meno rispetto all'anno precedente. Marichal e Spahn non potevano chiedere di meglio. Quel 2 Luglio il match si svolse al Candlestick Park di S.Francisco, considerato al tempo il paradiso per i lanciatori. The Stick, era costantemente investito dal vento che proveniva dalla baia di Sucka Free City (uno dei tanti nicknames di S.Francisco), e che soffiava contro i battitori riducendo al minimo le possibilità di realizzare un fuoricampo. Il lineup dei Giants era prestigioso con W.Mays, O.Cepeda, W.McCovey, mentre quello dei Braves comprendeva H.Aaron e E.Mathews, tutti quanti ora a Cooperstown. Con l'aiuto di battitori come E.Bailey e F.Alou, i Giants vinsero la classifica degli homer relegando Milwakee al secondo posto (197/139). Fu così che i due lanciatori presero posto sul monte, tanto diversi ma incredibilmente simili. Spahn era mancino, razza bianca, un americano dal volto scarno col naso appuntito e Marichal era un destro, dominicano e scuro di carnagione con un viso rotondo sostenuto da un collo massiccio. Entrambi, nel loro caricamento di lancio, sollevavano la gamba su al cielo per confondere i battitori, rendendo difficile individuare l'esatto punto di rilascio della palla. La vita di questi due maestri del lancio corse su binari separati, ma molto vicini anche se cresciuta in diversi contesti sociali. Edward Spahn, padre di Warren, costruì un monte di lancio nel retro della sua casa a Buffalo e ossessivamente insegnò al figlio come lanciare una pallina da baseball. "Controllo!...controllo!...controllo!...", insisteva il padre, "Se vuoi essere un lanciatore devi colpire uno spillo in una qualsiasi zona dello strike, non basta tirare la pallina". Con eguale importanza Edward Spahn insegnò a Warren la disciplina e l'equilibrio. "Non mostrare emozioni, se i tifosi o gli avversari ti insultano, lo fanno a causa di un loro complesso d'inferiorità. Sii te stesso, educato e rispettoso". Warren Spahn, nel 1942 firmò da professionista a soli 19 anni, e fece una breve apparizione con i Braves perchè nello stesso anno venne arruolato nell'esercito come sergente del 276esimo Battaglione di Fanteria. Nel 1944 durante il conflitto in Francia sopravvisse per 10 giorni nutrendosi solo di peanuts butter offertogli dai soldati inglesi. "Erano un gruppo di ex carcerati", disse Warren, "fatti uscire di prigione per essere mandati in guerra. Persone poco raccomandabili, rozze e brutali che però mi aiutarono". Spahn combattè in prima linea a Bulge e a Remagen. "Un proiettile mi ha sfiorato qui", disse Warren al giornalista Lester Biederman del Pittsburgh Press, mostrando la cicatrice a fianco dello stomaco. "Poi, la scheggia di una granata mi ha colpito qui, dietro la nuca". Nel 1946 Spahn fece ritorno in patria e certamente non ebbe il timore di affrontare le pericolose mazze dei majorleaguers. "Nessuno mi può sparare".
Warren "The Invincible" Spahn
Juan Marichal invece non vide nessuna guerra, ma l'atteggiamento militaresco giocò un ruolo importante nella sua carriera. Cresciuto nella Rep. Dominicana a soli 3 anni perse il padre e si avvicinò al baseball seguendo il fratello maggiore Gonzalo. Andando a cavallo, il giovane Juan assisteva a tutte le partite del fratello per poi tornare a casa insieme a lui, con lo stesso cavallo. Gonzalo giocava shortstop e Juan voleva seguire quell'esempio fino a quando un giorno si recò ad una partita in cui lanciava l'eroe dominicano del tempo, Bombo Ramos. Come Louis Tiant (Boston), anche Ramos all'atto del caricamento eseguiva una rotazione del busto al punto di trovarsi con la schiena rivolta al battitore ed in seguito, con un rapido movimento verso casa base, effettuava il lancio di fianco, cioè col braccio parallelo al terreno. In più Ramos parlava ai battitori e stuzzicandoli diceva: "È meglio che batti questo lancio, altrimenti non vedrai nemmeno il prossimo". Marichal venne plagiato dalla figura di Ramos iniziando così a dedicarsi all'arte del lancio. I progressi furono evidenti e il giovane Juan si impose come superstar nella Amateur League dominicana giocando per la squadra di Manzanillo. Vinse 2 a 1 contro Aviacion, la forte squadra militare dell'Air Force ottenendo la convocazione per far parte della All Star Team. Il Generale Fernando Sanchez spedì un telegramma a Marichal invitandolo a presentarsi all'Estadio La Normal per un try out. Vivendo nello spogliatoio per una settimana, Marichal fu selezionato per far parte della squadra, che fra l'altro comprendeva anche Manny Mota e Matty Alou, futuri majorleaguers. Marichal ricevette la somma di 100 pesos, l'equivalente di quasi $100 che al tempo rappresentava una cospicua somma di denaro. Andò in Messico per giocare un torneo di All Star, vinse una partita e ottenne una salvezza affrontando la squadra di Porto Rico per poi accedere alla finale contro la squadra locale. Marichal, ricordando quella partita, disse che c'erano tanti tifosi ammassati e seduti sopra la tettoia della panchina che agitavano minacciosi coltelli e pistole. "Avevamo tanta paura, a fine partita ci costrinsero a scappare". La squadra messicana vinse la finale.
Juan Marichal firmò il contratto con i S.Francisco Giants nel Settembre del 1957 ed in meno di tre anni fece la sua prima apparizione in Major League. Tutto questo grazie a Andy Gilbert, l'allenatore della squadra di Springfield in Minor League, che suggerì a Juan di lanciare la palla da sopra per essere più efficace contro i battitori mancini. E così fece Marichal il quale cambiò il suo stile di lancio, diventando un'icona del movimento per il modo con cui alzava la gamba, portandola in alto, quasi perpendicolare al terreno. Quel fatidico duello contro Spahn, non rappresentò soltanto il confronto tra due superstar, ma fu semplicemente state of the art del baseball in quanto non si assisteva solo ad una semplice gara, ma all'interno di essa si poteva percepire tutto ciò che è l'anima di questo affascinante sport, dove l'armonia, l'eleganza e la classe indiscussa vennero tramesse dai due eterni famosi ai tifosi e a tutti gli appassionati. Marichal usava 5 tipi di lancio differenti non solo per la velocità, ma anche per il punto di rilascio della palla. Spahn invece prolungò la sua carriera grazie all'aggiunta della screwball, un lancio del quale diventò maestro e che gli servì molto per aver successo contro i battitori destri. Subito, ad inizio partita, vi furono segnali di un possibile vantaggio dei Braves quando Del Crandall, con 2 out, arrivò in seconda base su errore della difesa. Poteva un uomo in zona punto impensierire Marichal, The Dominican Dandy?. Certamente no!. Gaylord Perry, al tempo un giovane lanciatore, imparò molto osservando Marichal e spesso negli spogliatoi ingaggiava delle piccole scommesse con i compagni di squadra affermando che nessuno dalla terza base con due out poteva segnare il punto mentre Juan lanciava. E così fu. Roy McMillan dei Braves ottenne una debole volata al centro esterno, facile preda per uno come Willie Mays. La partita proseguì sul perfetto equilibrio. Alla quarta ripresa Marichal obbligò Aaron ad effettuare una debole volata a sinistra ed in seguito effettuò uno strike-out su Eddie Mathews. Norm Larker ottenne la base su ball e Mack Jones fu autore di una valida al centro. Con due out Del Crandall realizzò una secca battuta al centro che venne raccolta da Willie Mayes. Il pronto rilancio del fuoriclasse verso casa base venne accolto con un boato dai tifosi che videro l'eliminazione dell'accorrente Larker a pochi cm. dal punto del vantaggio. La gara continuò sul risultato di 0 a 0 e nemmeno il vento al Candlestick Park riuscì a spazzare la tensione che si accumulava lancio dopo lancio in un silenzio quasi irreale. Con due out alla settima ripresa, Spahn, che realizzò un totale di 35HR a carriera, colpì una dritta di Marichal. Fu come una pugnalata. I tifosi seguirono con gli occhi sbarrati e con la mano sulla bocca la traiettoria della pallina che si schiantò contro il muro all'esterno destro permettendo a Spahn di ottenere una battuta da due basi. Ma la ripresa terminò così. Lo stesso Spahn sopravvisse ad un quasi-homer di Willie McCovey alla nona ripresa. La pallina passò vicinissima al palo che delimitava la zona di foul di destra dando l'impressione a tutti di assistere ad un walk-off-homerun. Ma non fu così per l'arbitro di prima base Chris Pelekoudas, che giudicò la legnata come un lungo strike sulle tribune. Dopo nove riprese regolari Spahn aveva concesso 5 valide, 0 basi su ball e uno strike-out. Marichal invece 6 valide 3 BB e 4 strike-out. Nessuno dei due ebbe la minima intenzione di essere sostituito. Nessuno dei due voleva abbandonare il campo di battaglia. Tra la 10ima ripresa e la 13esima Spahn concesse 2 singoli e Marichal solo una battuta valida. Tutti capirono che in quel momento i due maestri sarebbero andati avanti fino alla fine, fino alla morte. Alvin Dark, manager dei Giants, chiese più volte a Marichal se stava bene oppure se voleva essere sostituito. Il Dominicano rispose. "Lui ha 42 anni, io ne ho 25, non mi togli dalla partita fino a quando lui non smette di lanciare". Dark rispose "Ma lui non smetterà mai di lanciare".  "Anch'io", concluse il Dandy Dominicano. Durante i cambi di ripresa, Marichal si sedeva in panchina, scartava una Bazooka bubble gum e studiava l'avversario per poi sprintare verso il monte. Dall'altra parte Spahn si rifugiava nel corridoio che conduceva agli spogliatoi per andare dal compagno di squadra Lou Burdette che gli offriva una Camel senza filtro. Ma Burdette non faceva più parte della squadra e allora si sedeva nello spogliatoio e ne accendeva una da solo. Al termine si trascinava verso il monte di lancio. Mentre la partita procedeva, l'ardore dei tifosi dei Giants cominciò a vacillare. Nessun segnale di cedimento da parte di Spahn sempre più nei panni di un muro solido ed incrollabile. Lo stesso Dave Bush alla radio di S.Francisco iniziò ad indicare il mancino come il possibile vincitore del match. Da circa 30 minuti era passata la mezzanotte. L'oscurità della Baia, sotto il cielo nuvoloso, circondava lo stadio mentre i proiettili di Spahn brillavano sotto le luci. Alla 14esima ripresa, ancora una volta, l'ex marine si salvò da una situazione di basi piene. La 15esima passò innocua per entrambi i contendenti. Marichal iniziò la 16esima ripresa concludendola con il suo 227esimo lancio. La fatica iniziò a delinearsi sul volto del latino-americano e la sua tensione era alle stelle, oltre le nuvole che coprivano il cielo della Frisco Bay. Fu la volta di Spahn. Col suo 200esimo lancio eliminò Harvey Kuenn con una volata all'esterno destro. All'improvviso, come spesso accadeva al Candlestick Park, il vento decise di riposarsi e prese fiato lasciando spazio ad una lieve e leggera brezza primaverile che accarezzò il volto del 42enne mancino quasi a procurargli un attimo di sollievo. Nel box di battuta si presentò Willie Mays con uno 0 su 5 a carico. Warren effettuò il suo 201esimo lancio, una screwball. Immediatamente dopo il rilascio, il pitcher capì che non era riuscito ad imprimere il giusto effetto, la giusta rotazione alla pallina. Per Mays quel lancio fu come la mela tentatrice sull'albero dell'Eden. Lo swing fu rapido ed improvviso. La mazza terminò la sua ellisse poco lontano dal catcher per essere rilasciata mentre una stella saliva alta e lunga lasciando dietro a sè un'ampia scia luminosa. Per un attimo la pallina rimase sospesa prima di scendere oltre la recinzione dell'esterno sinistro. Giants 1 Braves 0. Dopo 4 ore e 15 min. i tifosi esultanti capirono che avevano assistito a qualcosa senza precedenti, a qualcosa senza futuro. Una partita di 16 inning gestita da un unico lanciatore per parte. Warren Spahn, che è sopravvissuto alla guerra, che è sopravvissuto alle pallottole e alla fame, ha dovuto arrendersi di fronte allo swing di uno dei più fantastici e spettacolari giocatori che il Baseball abbia mai prodotto. Lo stesso swing che permise a Mays di ottenere il suo primo HR in Major League nel 1951, sempre contro Spahn. Nonostante la sconfitta, quella partita sottolineò la grandezza e la figura di Warren Spahn. Eccolo!, un uomo senza età, che sfida il destino, circondato dai tifosi e dal temperamento del più forte giovane lanciatore del tempo. Con 363 vittorie, Spahn è il 6° nella All Time List ed è il primo fra i lanciatori mancini di sempre. All'età di 39 anni lanciò la sua prima no-hit e ne lanciò un'altra all'età di 40. Stan The Man Musial dirà: "Warren Spahn non entrerà mai nella Hall of Fame....perchè non smetterà mai di lanciare". Morì nel Novembre del 2003 all'età di 82 anni. Il figlio Greg Spahn, disse che se ci fosse stata la possibilità di poter ripetere un lancio, quello, di quella partita, sarebbe stato il prescelto dal padre.
Juan "The Dominican Dandy" Marichal

sabato 24 novembre 2012

IL RECORD SOFFERTO

Una stagione come quella del 1961, non può non essere ricordata. Accattivante e ricca di emozioni per tutti, tragica e dolorosa per qualcuno. Nuovi records emersero dal profondo come fossero antichi monumenti resuscitati. Tutti sanno che Roger Maris ottenne il record stagionale dei fuoricampi con 61, in una stagione composta da 162 partite. La squadra degli Yankees totalizzò un numero incredibile di homers: 240, detronizzando il precedente record di 221 ottenuto nel 1947 dai Giants e nel 1956 dai Cincinnati. Il precedente record degli Yankees fu di 190 homers ottenuto nel 1956. Maris e Mantle, che ottenne 54 realizzarono insieme un totale di 115 fuoricampi che rappresentò il nuovo record di squadra. Il precedente record di coppia venne realizzato nel 1927 da B.Ruth (60HR) insieme a L.Gerhig (47) per un totale di 107Hr. Il particolare aumento della produzione di homers nelle Major Leagues, non passò inosservato ai puristi e agli esperti del gioco i quali intrapresero subito un'azione investigativa per capire quali fossero le cause di un simile incremento. Nel 1961 nell'American League vennero realizzati un record di 1.534 HR mentre nella National League ne realizzarono 1.196, per un totale di 2.730. Per curiosità, nell'anno 2000, le due leghe totalizzarono uno stratosferico 5.693 HR. Nel 2012, il totale di entrambe le leghe è stato di 4.934. Dietro Maris e Mantle nell'American league Jim Gentile dei Baltimore e Harmon Killebrew dei Twins realizzarono entrambi 46HR. Rocky Colavito e Norm Cash, entrambi di Detroit, realizzarono rispettivamente 45 e 41 homeruns. Gentile fece il record dei Grandi Slam con 5. Nella National League Orlando Cepeda dei S.Francisco ottenne 46HR seguito da Willie Mays con 40. Il Most Valuable Player, Frank Robinson di Cincinnati, realizzò 37HR. In seguito a questo pletorico ammasso di fuoricampi, l'idea di dare una mano ai lanciatori colpì le menti degli esperti e dei commissari delle due leghe. Infatti l'ipotesi di reintrodurre l'uso della spit-ball venne votata nel Novembre del 1961 a Tampa, FLA, ma vi fu un solo voto a favore, quello di Cal Hubbard, capo-supervisore degli arbitri. Mentre Maris continuava a bombardare le tribune, i ricercatori iniziarono ad esaminare le palline realizzate dalla A.G.Spalding Bros facendo i dovuti paragoni con quelle realizzate in passato. Vi fu una vera e propria analisi autoptica e le palline vennero tagliate a metà, sezionate ed esaminate in ogni loro aspetto: pelle, cuciture, filo di lana e nucleo centrale. I risultati dei tests di laboratorio vennero pubblicati sui giornali ed alla fine l'esito fu unanime: "Non ci sono differenze tra le palline moderne e quelle del passato". A questo punto gli esperti dirottarono la loro attenzione sui lanciatori, sulle loro capacità, il loro talento e la loro bravura. Anche qui le conclusioni furono unanimi e tutti concordarono che nel 1927, Babe Ruth e Lou Gerhig affrontarono lanciatori migliori rispetto a quelli che affrontarono Mantle, Maris, Mays, Robinson, considerando anche il fatto che nel 1927 non si giocava in notturna e che tutte le trasferte erano più stressanti perchè si viaggiava in treno e non con l'aereo. Studiosi del lancio affermarono anche che i moderni lanciatori possiedono un migliore repertorio di lanci, ma lo stress sul braccio è maggiore a causa dell'uso continuativo dello slider. Allora cosa fecero gli esperti?. Per loro giunse il momento di analizzare le mazze per fare il paragone con le 40 once di solido legno della mazza di Babe e dei suoi contemporanei. Le affusolate e leggere mazze del 1961, erano di qualità inferiore rispetto al legno delle foreste di frassino e, naturalmente, il credo popolare che una mazza più leggera era più efficace perchè più manovrabile, si diffuse a macchia d'olio sollevando polemiche e accese discussioni. Casey Stengel, ad esempio, disse che le mazze leggere erano più efficaci solo se la pallina veniva colpita pochi cm. sotto la testa del bastone. The Ol' Perfessor, soprannome di Stengel, suggerì anche di reintrodurre mazze più pesanti perchè quelle leggere aumentavano le possibilità per i battitori di finire strike-out. Mentre la stagione del 1961 procedeva ci si rese conto che Maris e Mantle avevano ingaggiato un duello a suon di homers e che il record stagionale di Ruth era in serio pericolo. Verso la fine di Luglio, Maris era a quota 40HR e Mantle a 38. Allertato dalla situazione, il Commissario Ford Frick annunciò che il record di Babe Ruth del 1927, realizzato in una stagione composta da 154 partite, rimarrà tale a meno che un giocatore non ne realizzi 61 o più nelle prime 154 partite di regular season. All'inizio sembrò che Frick intendesse che l'eventuale record acquistasse una dimensione secondaria riferito alle 162 partite. Ma successivamente il commissario disse che si sarebbe aperta una nuova pagina nel libro dei records. Nella partita N°116 degli Yankees  a Washington, il giorno 13 di Agosto, Maris e Mantle ottennero un homer a testa contro il pitcher Bennie Daniels. Ora Mantle era a quota 45 e Maris a quota 44. Giornalisti e tifosi iniziarono ad indicare Mantle come il favorito nella corsa al record ma lo Sweet Switcher, dovette affrontare una serie di infortuni che lo allontanarono dai campi da gioco lasciando Maris come unico pretendente per sfondare il muro dei 60HR di Ruth. Mantle fu presto reinserito nel lineup e il 10 di Settembre realizzò il suo 53esimo HR contro Jim Perry dei Cleveland. Il giorno precedente Maris realizzò il suo 56esimo HR contro Mudcat Grant, anche lui di Cleveland. In seguito i due bombers si trasferirono a Detroit e Maris sorprese i lanciatori Frank Lary, il 16 di Settembre, e Terry Fox il giorno successivo, portando il numero di HR a 58 con solo due partite per poter eguagliare o superare il record di Ruth, secondo le regole stabilite dal commissario Frick. In quel momento gli Yankees dovevano recuperare una partita contro Baltimore che fu sospesa alla settima ripresa per pioggia nel mese di Aprile con il punteggio in parità portando così a 163 il numero totale di partite della regular season. In quella gara Maris non ottenne nessun homer. Tuttavia un'altra partita venne annullata il 17 di Luglio per pioggia, sempre contro Baltimore e in quell'occasione Maris realizzò un homer al primo turno di battuta. La partita non venne recuperata e Maris perse il suo homer. In un campionato di 154 partite, Maris avrebbe totalizzato 59-HR e Mantle 53. In realtà Roger ottenne il suo 59esimo durante la partita N°155 del 20 Settembre, cioè il recupero di quella del 22 Aprile terminata in pareggio. Allo stesso modo Ruth disputò una extra partita nel 1927 sempre a causa di un pareggio. Maris raggiunse quota 60HR il 26 di Settembre nella partita N° 159 colpendo un lancio di Jack Fisher dei Baltimore. Ruth realizzò il suo 60esimo HR nella penultima partita di regular season del 1927 mentre Maris ottenne il suo 61esimo HR nell'ultima partita di regular season contro Tracy Stallard dei Boston Red Sox.
Quel missile venne raccolto da un ragazzo di Brooklyn, Sal Durante, che aveva il posto sulla seggiola della fila N°15. Il ragazzo riuscì a trattenere la pallina combattendo contro l'assalto degli altri tifosi. Un ristoratore californiano di Sacramento aveva annunciato in precedenza che avrebbe offerto $5.000 per quella sfera di pelle. Così terminò la stagione del 1961, tragica e sofferta per Maris che venne preso d'assalto dai giornalisti con un accanimento quasi selvaggio. Alle prime luci di un possibile abbattimento del record del leggendario Babe, la vita di Maris fu un inferno. I cacciatori di interviste furono come un branco di lupi assetati di sangue sotto la pressione degli editori che pretendevano notizie ad ogni costo. Maris non era il favorito dalla stampa, l'immortalità di Babe doveva essere conservata. Ogni giorno le stesse domande, ogni giorno i tentativi di fuga da quel branco ostile. Ogni sorta di statistiche vennero pubblicate, anche le più assurde per paragonare la prestazione di Maris e quella di Ruth. Ad esempio gli homers effettuati contro i lanciatori mancini, Ruth 19, Maris 12, il conteggio degli strikes e dei balls, con 2 strikes Ruth 16, Maris 11, i tipi di lancio, la lunghezza degli homers e la zona del campo dove usciva la pallina. Ogni intervista era come una punizione per Maris, una sorta di terzo grado in una stanza del commissariato. Una volta Maris scappò dai giornalisti per rifugiarsi nell'ambulatorio del trainer Gus Mauch, dove sarebbe stato al sicuro senza essere perseguitato. In seguito, i giornalisti non furono clementi con questo atteggiamento e versarono inchiostro velenoso sulle pagine dei quotidiani con aumentata ferocia. La sera del 20 Settembre, dopo 2 partite senza realizzare un homer, Maris entrò in lacrime nell'ufficio del manager Ralph Houk. "Ralph, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più a sopportare quei giornalisti, sono sull'orlo del precipizio". Houk, chiuse la porta preparandosi ad affrontare un discorso a cuore aperto che durò quasi un'ora. "Farai un altro homer domani, lascia stare i giornalisti, a malapena riescono a fare il loro lavoro". Maris connesse il suo 59esimo. Quando Ruth ne fece 60 nel 1927, tutta l'opinione pubblica era a suo favore e pensarono che il Bambino fosse sulla strada per farne 65 nel 1928 o 1929. Ma successe che con 60, The Babe raggiunse l'apice della sua carriera. Nel 1928 realizzò 54 HR e negli anni successivi non superò mai la quota di 50. Cosa si nascose dietro Roger Maris?. Come Hendrix, Joplin, Morrison, anche Roger aveva 27 anni in quella maledetta stagione. Ancora non aveva raggiunto il suo apice.
1 Ottobre 1961. Y.Berra (N°8) il batboy Frank Prudenti e R.Maris HR N°61. Il catcher è Russ Nixon (BOS.) e l'arbitro è Bill Kinnamon.

sabato 17 novembre 2012

THIS IS BASEBALL

The Game for all America dice Ernie Harwell editorialista dello Sporting News quando nel 1955 il suo manifesto diventò un classico, un must, più volte ripreso ed inserito nelle pagine dei quotidiani sportivi, sottolineato da tanti speakers durante le partite, ed infine suggellato anche nella Hall of Fame a Cooperstown. Si può affermare che questo manifesto non rappresenta il gioco dell'America, ma una pratica universale in grado di coinvolgere le popolazioni dell'intero pianeta.

 Il Baseball è il Presidente degli Stati Uniti col suo lancio inaugurale ad inizio stagione. È il paffuto ragazzino che dopo la scuola gioca con suo padre sulle rive del Mississippi. È il lanciatore di Major League che canta nei night-clubs ed è il cantautore di Hollywood che lancia il Batting-Practice ai giocatori dei Giants durante gli Spring Training. È un uomo alto e magro che dal dug-out agita col braccio teso uno scorecard*, questo è il Baseball. Come un grande e grasso battitore col naso butterato che scaraventa uno dei suoi 714HR fuori dalle tribune percorrendo le basi con passo smaliziato**. È l'America, questo Baseball. Una revisione dei sogni dell'infanzia, quei sogni che trafiggono il cuore segnando la differenza tra un bimbo ed un uomo. È il tifo del Bronx e l'addio di Baltimora. È il Green Monster all'esterno sinistro, la palude all'esterno destro di Sulphur Dell a Nashville, le tribune aperte di S.Francisco, il polveroso e ventilato diamante di Amarillo. C'è un uomo a Mobile che si ricorda di aver visto un triplo di Honus Wagner a Pittsburgh 48 anni fa. Ciò è Baseball. Così come lo scout che dice di aver visto un ragazzo 16enne di Cheyenne giocare in un campetto di periferia, lanciare fulmini ai suoi compagni. È il nuovo Walter Johnson. È l'astuto piccolo uomo che dall'alto delle tribune urla e insulta i giocatori. È il grande e sorridente prima base che sistema i capelli di un bimbo seduto in prima fila. Il Baseball è la corsa animata dell'uomo contro l'uomo, dei riflessi contro i riflessi. Un gioco di millimetri. Ogni abilità ed ogni azione è misurata, approvata o contestata ed è subito parte delle statistiche. Nel Baseball, la democrazia brilla di luce eterna. L'unica razza che conta è quella di razziare le basi. Il credo è il regolamento del gioco. Il colore serve solo per distinguere le divise delle squadre opposte. Il Baseball è Sir Alexander Fleming, che chiede una spiegazione dei segnali dei Dodgers mentre scopre la penicillina. È il giocatore Moe Berg*** che parla 7 lingue e si esercita con le parole crociate in Sanscrito. È la zuffa sulle tribune per accaparrarsi la pallina battuta in foul che rovina il vestito da $125. È un uomo che urla tra la folla per avere una birra fresca. Ciò è il Baseball. Così come il giornalista, che dice ad un battitore di .385 come fare lo stride oppure ad un lanciatore vincente come si effettua uno slider. Il Baseball è un balletto senza musica, un dramma senza parole, un carnevale senza pupazzi colorati e bambole danzanti. È la casalinga della California che non conosce il colore degli occhi del marito, ma lei sa che Yogi Berra sta battendo .337, ha gli occhi scuri e gli piacciono le banane con la mostarda. Tutto ciò è Baseball. Così come la brillante luce di Cooperstown e della sua Hall of Fame. È la continuità, lancio dopo lancio, ripresa dopo ripresa, partita dopo partita, stagione dopo stagione. È la pioggia che bagna il tappeto erboso tra il disappunto dei tifosi sulle tribune inzuppate d'acqua. È il click delle macchine da scrivere nella press-box che si svegliano come grilli salterini. Baseball è lo spavaldo bat-boy che parla al major-leaguer e prevede che otterrà una battuta valida. È una donna che festeggia il fuoricampo con un profondo abbraccio stringendo lo scorecard arrotolato nella mano. Il Baseball sono i chiari e freddi occhi di Rogers Hornsby, i luccicanti spikes di Ty Cobb, il folletto che risponde al nome di Rabbit Maranville ed è Jackie Robinson che invoca la giustizia all'Auditorium di fronte a tutti. Baseball?, è solo un gioco, così semplice come la mazza e la pallina. Ma è anche complicato perchè simboleggia lo spirito americano. È uno sport, un affare, una religione. Il Baseball è la tradizione delle divise in flanella dei Knickerbockers e l'umiliazione di essere pescato fuori dalla base. È la dignità dell'arbitro che si affretta durante la partita e ti avvisa agitando con rapidità il suo pollice. È l'umore e il divertimento che immobilizza il pubblico di fronte ad un cucciolo errante, che attraversa il diamante in fuga dagli addetti al campo e dal più veloce esterno. È l'ansia e l'emozione senza respiro dei tifosi dopo aver visto il battitore steso per terra nel box. I soprannomi sono il Baseball, come Zeke e Pie, come Kiki e Home Run e Cracker e Dizzy e Dazzy. Il Baseball è un vaporoso e sudaticcio spogliatoio dove le speranze e i sentimenti sono nudi come gli atleti sotto la doccia. È la panchina ticchettata dal viavai continuo degli spikes e sono le ombre che corrono al tramonto attraversando lo stadio vuoto. È l'interminabile lista di nomi nel foglio del line-up, spesso abbreviati, quasi irriconoscibili. Anche i contratti sono il Baseball. Lui chiede milioni di dollari altrimenti non muove un singolo muscolo. Ma è anche il ragazzo che fa l'autostop dal South Dakota alla Florida per effettuare un provino. Chiacchere, discussioni, Casey at the Bat, figurine, foto, Take me out to theBallgame. Tutto questo è Baseball. Il Baseball è un rookie il cui pomo d'Adamo non è più grosso della sua esperienza. Ma è anche l'acciaccato veterano che spera che i suoi muscoli lo possano portare verso i soffocanti mesi di Agosto e Settembre. Per nove riprese il Baseball è la storia di Davide e Golia, di Sansone, di Cenerentola, dell'Iliade e del Conte di Montecristo. È Willie Mays che gioca a baseball per le strade di S.Francisco col manico di scopa insieme ai bambini. È la voce strozzata di Lou Gerhig che dice "Mi considero l'uomo più fortunato sulla faccia della Terra". Il Baseball è il sigaro, il fumo, le noccioline arrostite, The Sporting News, il mercato invernale, lo Stretch del settimo inning, i gomiti e le spalle infiammate, le mazze rotte, la no-hit e le note di The Star Spangled Banner. Il Baseball è Bob Gibson che prima della partita si avvicina e ti sussurra: "I'm gonna hit you today", e puoi esserne sicuro, lui lo farà. È Roy Campanella che dice ai finanzieri di tutta America che "Bisogna essere uomini per giocare in Major League, ma bisogna anche conservare un animo da bambino". Questo è il Baseball, creato per gli uomini, creato per i fanciulli.

* Riferimento a Connie Mack, l'unico manager a dirigere la squadra in giacca e cravatta.
** Babe Ruth
***Terminata la carriera come giocatore Moe Berg venne assunto presso "The Office of Strategic Services" durante la II Guerra Mondiale come agente segreto al servizio del Governo Statunitense.

martedì 13 novembre 2012

MIKE PAGNOZZI

La cosa straordinaria di Mike era la sua disponibilità verso chiunque. Insieme alla moglie Michelle e alla figlia Rachel devo dire che era un'appuntamento quasi giornaliero, quando mi recavo a casa loro a prendere un caffè. E di cosa si parlava?, di baseball, naturalmente. Di tanto baseball e ancora baseball. Mike era incredibile per questo, perchè l'argomento calza perfettamente con l'abitudine di sedersi e raccontare storie su storie di questo fantastico sport. Mike aveva sempre la risposta giusta come ogni suo lancio dal monte. Lui dominava con la sua dritta come un fulmine. La sua curva lanciata da sopra sembrava avesse vita propria e quell'occasionale "cambio di velocità ad uscire" rappresentava il colpo di grazia per parecchi battitori. Grinta, volontà e desiderio hanno fatto di Mike un giocatore-modello da seguire. Dolcezza, simpatia e sincerità hanno fatto di lui una persona amabile e piacevole con cui stare. L'infortunio al gomito, quando giocava in AAA gli ha precluso una sicura carriera in Major League. Non lo ha mai fatto capire, ma il dispiacere di non aver raggiunto questo traguardo era presente nel profondo del suo cuore. "You're a Major Mike!", non ho mai smesso di dirglielo, ed ora sono sicuro che si sta preparando ad affrontare i grandi del baseball al di là dei cieli, perche se i sogni non si avverano da questa parte, c'è quell'altra, quella oscura dove tutto è possibile e chi, se non il baseball è il perfetto tramite?, il giusto biglietto per l'autobus che ti porta verso l'eterno playground.
So long Mike.
Il poster dedicato al grande lanciatore mancino in occasione del ritiro della sua casacca. Grazie al tecnico Filippo Tiburtini 16-7-2013


venerdì 9 novembre 2012

WELCOME TO PAYETTE

La prima volta che ho sentito parlare di Harmon fu dalla voce di Charlie Manuel, al tempo hitting-coach ed in seguito manager dei Cleveland Indians. Quando realizzai un homer, Charlie disse "Wow!, Jimmy, quell'homer mi ricorda quelli che faceva Harmon Killebrew". Ed io risposi "Cosa vuoi dire?", e lui "Well, voglio dire che era una lunga bastonata e sembrava che la pallina non dovesse mai scendere". Charlie Manuel parlava spesso di Harmon, e quando firmai il contratto con i Twins e mi recai agli Spring Trainings, lui era là e lo vidi per la prima volta. Harmon Killebrew è una leggenda, una forte emozione, è il vento che accarezza le cime più alte delle montagne in Tibet. Con lui puoi sederti e parlare di qualsiasi cosa, è come un padre disponibile e rassicurante con tutti. Anche nei momenti di difficoltà, durante la sua lunga carriera, si è sempre preoccupato prima degli altri e questo testimonia il suo carattere e la sua grandezza. Non ho mai affrontato l'argomento della battuta con Harmon eccetto qualche volta in cui si trovava nei pressi del batting cage e diceva "Io provavo a fare questo in BP...". La sua teoria era quella di allenarsi a fare fuoricampi perchè lui era un battitore di potenza. Ma Harmon non era solo un tecnico che arrivava e parlava di come si gira la mazza. Lui, prima di tutto voleva conoscere la persona, instaurare un rapporto di fiducia ed in seguito costruire il battitore. Tutto questo è stato unico da parte sua. Un vero gentleman fortemente contrario all'era dei battitori anabolizzati. Quando passano gli anni e devi affrontare gli infortuni, non è facile specialmente quando ti trovi in prossimità di un traguardo importante. Quando giochi è come disputare l'ultima partita della tua vita, desideri fortemente quel traguardo e metti in campo tutte le tue energie. Sono state necessarie 23 partite ad Harmon per passare da 498 a 499 fuoricampi in carriera e altre 14 per realizzare il 500esimo. In quella notte Harmon fece anche il 501esimo e si può capire benissimo che, una volta raggiunto il traguardo, ci si sente più rilassati nel box di battuta. Killebrew non ha mai ottenuto una stagione con 50HR. Ne fece uno a Boston nel 1969 che colpì la sommità del Green Monster, il N°49, ma venne giudicato come una battuta da due basi. Un altro homer a Cleveland colpì la ringhiera di ferro ma l'arbitro lo giudicò un lungo strike in zona foul. In certi momenti, verso il tramonto della tua carriera, ci sono i pensieri amari come "Damned!, se non ci fosse stato il vento!,...Se la traiettoria fosse stata più rettilinea!...Pochi cm., forse anche mm....". Ecco cosa rende il fuoricampo così speciale, non è qualcosa che bisogna provare in continuazione, bisogna lasciare allo swing la priorità di realizzarlo. Forse Harmon non è d'accordo, ma sicuramente Harmon era speciale in questo. Quando ti paragonano a lui è ancora più speciale perchè stai camminando al suo fianco in un terreno dedicato al Massimo e Supremo Slugger. Harmon ha rappresentato la fine di un era in Major League. La sua divisa era di flanella, non c'era ancora l'Interlega, beveva milkshake e percuoteva le tribune oltre le recinzioni dei ballparks. Non c'era Sport-Center, parlava con dolcezza, ma tra le mani stringeva la clava del terrore. Non c'era la TV satellitare, quella che penetra nelle case dei Majorleaguers di oggi e nemmeno la cable TV. Ecco perchè un alone di mistero e fascino circondano la sua figura leggendaria, ecco perchè non tanti conoscevano Harmon Killebrew e questo, rappresenta il dispiacere più grande. La carriera del Killer in MLB è un ampio arcobaleno di tempo durato più di 20 anni le cui origini risalgono ai vecchi Washington Senators quando T.Williams, Y.Berra e E.Wynn erano le superstar dell'American League fino ad arrivare a R.Yount, G.Gossage e D.Eckersley. Quando Harmon arrivò, Babe Ruth stringeva il record degli homer in carriera e di quelli stagionali. Quando Harmon uscì nel 1975, Ruth aveva perso entrambi i records. Harmon invece risultò essere il più grande fuoricampista destro nella storia delle Majors, un titolo che ha conservato per 37 anni, ora in possesso di Alex Rodriguez dal 2009.


Procedendo in macchina verso Payette, Idaho, è facile individuare i segnali della presenza di Harmon Killebrew all'ingresso della città. Per coloro che non sono di quelle parti, all'inizio possono rimanere confusi perchè appeso in alto e centralmente si erge un gran cartello con la scritta "Benvenuti a Payette / Home of the Pirates", opportunamente condita con accessori quali: un teschio e le ossa incrociate sul cappello da pirata, un occhio bendato e un coltello stretto tra i denti. È il perfetto logo dei Pittsburgh Pirates, dei Tampa Buccaneers e degli Oakland Raiders. Ma, proseguendo, subito dopo ci si trova di fronte ad un altro grande cartello che raffigura la foto di un sorridente e affabile Majorleaguer degli anni 60'. "Welcome to Payette / Hometown of Harmon Killebrew", così è scritto. Gli occhi sono attratti da questa foto in bianco e nero, una snapshot che fa rivivere nella memoria antichi eroi del coraggio e della lealtà. Quella è la foto di un ragazzo che entrò in Major League ai tempi del presidente Eisenhower e che uscì ai tempi di Ford. Se volete rallentare e leggere meglio cosa c'è scritto sotto quell'immagine, bèh!, vale la pena di fermarsi e scendere dalla macchina.
"Harmon Killebrew--leggendario slugger dei Minnesota Twins. Una breve apparizione all'inizio con i Washington Senators e alla fine con i Kansas City Royals. 573 home-run-tutti-naturali, 5° nella classifica di sempre, 11° all'inizio della stagione 2012. Alti e maestosi erano i suoi homers e Harmon si fermava a guardarli per un paio di secondi prima di fare il giro delle basi. Avambracci, bicipiti e polsi che avrebbero fatto gola anche a Popeye. Otto stagioni con 40 e più homers. 6 titoli nell'American League. È terzo in tutta la storia come percentuale di realizzazione. 1 homer ogni 14,2 presenze alla battuta, dietro a B.Ruth 11,7 e Ralph Kiner 14,1**. 9 stagioni con 100 o più RBI, 1584 in tutta la carriera. AL MVP nel 1969. 3 avventure nel post-season con i Twins, 1965, 69' 70'. Eletto nella Hall of Fame nel 1984. Un gentiluomo i cui soprannomi Killer e Harm suscitano all'istante una forte ironia e inquietudine. Amico e vicino di casa la cui battaglia contro il cancro ebbe inizio nel 2010 e terminò il 17 Maggio del 2011. Se invece arrivate in macchina da Boise, circa 110 km a Sud-Ovest di Payette e girate a destra del cartello "Welcome to..." e procedete verso Nord lungo la US-95, si può leggere un altro grande tributo ad Harmon. "Harmon Killebrew Field--Idaho's Athlete of the Century". Di fronte a questa scritta può sorgere un dubbio, una domanda. "Di quale century si parla?". Non c'è un century, non c'è dimensione temporale. C'è e basta. Per i giusti non esiste un domani, come non esiste una settimana o un mese o una anno. Il tempo dei giusti e della giustizia sociale come Harmon, è ADESSO.

** Attualmente è M.McGwire in testa alla classifica con 1 HR ogni 10,6 presenze alla battuta. Segue B.Bonds con 12,9.

domenica 4 novembre 2012

L'INIZIO DELLA FINE.

Dopo una partita di esibizione contro una All-Star di Cleveland, Joe e i White Sox si prepararono ad affrontare i New York Giants nelle World Series del 1917. Quattro anni prima, le due squadre viaggiarono insieme per un tour promozionale in Europa e in Egitto. Non correva buon sangue tra i giocatori delle due squadre. All'ombra delle Piramidi, dopo una serie di provocazioni, ingaggiarono una furiosa rissa senza esclusione di colpi. "Bastardi musi gialli", urlò Buck "Ginger kid" Weaver, superstar dei White Sox. "Spero soltanto di affrontarvi in una World Series e dimostrarvi cos'è una vera squadra, razza di culi gialli". Ora, a distanza di quattro anni, Weaver e i suoi White Sox ebbero la possibilità di dimostrare il loro valore. La Regular Season del 1917 rappresenta un record per la squadra di Chicago. Infatti, in quell'anno vinsero 100 partite, un traguardo mai più raggiunto dalla squadra della Windy-City. Nel 2005 ebbero un record di 99-63. Il sole brillava alto e luminoso in quell'Ottobre del 1917. I tifosi accorsero in massa per assistere alla prima World Series ospitata al Comiskey Park. I Sox entrarono in campo con una nuova divisa a strisce rosse e calze blue, sopra uno sfondo bianco-crema. Il proprietario della squadra, Charles Comiskey, si agitava euforico dall'alto del settore chiamato Woodland Bards, un circolo privato composto dai ricconi del tempo. L'eccitazione e le emozioni, come quel sole splendente, raggiunsero temperature elevate, ancor prima di assistere al lancio inaugurale di Eddie Cicotte. Non c'era nessun dubbio, i 35.000 tifosi di Chicago erano i più rabbiosi di tutta la lega. I White Sox si riunirono prima della partita sapendo che avrebbero dovuto affrontare le provocazioni degli avversari iniziate quattro anni prima in Egitto. Decisero di non rispondere e di concentrarsi sulla partita incuranti di quello che avrebbero detto i Newyorkesi. E così fu. Subito, anche durante il pre partita, i giocatori di New York iniziarono a punzecchiare quelli di Chicago "Hey, rammolliti, non eravate una squadra di combattenti?. Hey Jackson, come si scrive mamma?. Ti ha insegnato a leggere?". Ma, come stabilito, i giocatori di Chicago rifiutarono di rispondere ad ogni provocazione. Il manager Pants Rowland era molto tranquillo e osservava con attenzione il batting practice della sua squadra. Non aveva mai giocato una partita in Major League, ma conosceva bene il gioco e i suoi giocatori. Al contrario, John "Little Napoleon" McGraw, manager dei NY Giants, era stato una grande superstar dei vecchi Baltimore Orioles ed era conosciuto come il più rude e barbaro giocatore di quella squadra. Anche nel 1917, all'età di 44 anni, McGraw era sempre pronto ad affrontare una rissa sia sul campo che nei bar notturni dove spesso saziava la sua sete di whiskey. Rowland fece un cambio nel line-up prima della partita, introducendo Fred McMullin in terza base e spostando Buck Weaver all'interbase al posto del rookie Swede Risberg. Sul monte di lancio i Sox presentarono il loro asso, Eddie Cicotte, vincitore di 28 partite nella regular season. McGraw invece decise di utilizzare il suo secondo miglior lanciatore, il mancino Slim Sallee, che aveva vinto 18 partite in regular season. McGraw cercava di fermare le potenti mazze di Joe Jackson e Eddie Collins anch'essi battitori mancini. A disposizione del manager di NY c'erano due ottimi lanciatori destri, Pol Perritt e Jeff Tesreau, ma lui avrebbe iniziato ogni partita con un pitcher mancino. Eddie Cicotte sparò il primo lancio della partita sopra il piatto di casa base contro il leadoff di NY George Burns il quale rispose con una secca battuta valida al centro-esterno. Buck Herzog venne eliminato al volo da Jackson. Burns rubò la seconda base e Benny Kauff esplose con un line-drive che venne catturato ancora da Jackson con una presa spettacolare a pochi cm. dal terreno. Fu il turno di Heinie Zimmerman che ottenne una lunga volata al centro che si perse nel guanto di Happy Felsch per il terzo eliminato. I Chicago risposero subito con una valida di Shano Collins sul mancino Slim Sallee. Fred McMullin lo portò in seconda con un bunt di sacrificio e Eddie Collins lo spinse in terza con una battuta a terra sul seconda base. Joe Jackson ottenne una debole volata davanti all'esterno centro ma il seconda base di NY Buck Herzog correndo all'indietro realizzò una spettacolare over-the-shoulder-catch per il terzo out. Nella terza ripresa i White Sox si portarono in vantaggio. Cicotte e Shano Collins realizzarono una battuta valida. Cicotte tentò di arrivare in terza base ma venne eliminato dalla toccata di Zimmerman per il secondo out. Fred McMullin ottenne un doppio a sinistra che permise a Shano Collins di segnare il primo punto . I Sox incrementarono il vantaggio alla quarta ripresa quando Happy Felsch sparò la pallina oltre la recinzione per un homer da un punto. I Giants accorciarono le distanze alla quinta ripresa quando Lew McCarty fu autore di un triplo e segnò il punto su valida del pitcher Sallee. "Shoeless" Jackson non ottenne nessuna valida, ma probabilmente salvò la partita quando alla settima ripresa con un out, Walter Holke dei Giants ottenne un singolo seguito da un line drive di Lew McCarty sulla linea di foul di sinistra. Con un disperato sforzo Jackson si tuffò col corpo e col braccio in completa estensione riuscendo a catturare la pallina nel guanto. Holke era già pronto per segnare il punto del pareggio. In seguito Eddie Cicotte non concesse più nulla ai battitori di New York vincendo la partita per 2 a 1. Le due squadre si affrontarono il giorno seguente. Fu la prima volta in assoluto che si disputò una partita nel giorno di Domenica. Ancora una volta i Giants inveirono nel pre-game contro gli avversari con più accanimento, ma i White Sox, ancora una volta non cedettero alle provocazioni. McGraw decise di utilizzare il pitcher mancino Ferdie Schupp, vincitore di 21 partite nel campionato mentre Chicago si affidò ai lanci di Red Faber, artista e maestro della spit-ball. I NY Giants segnarono subito alla seconda ripresa. Robertson e Holke ottennero una valida a testa e arrivarono a punto su una battuta di McCarty che venne raccolta da Jackson. Il rilancio a casa base di Shoeless non venne raccolto dal catcher Schalk, e Faber dubitò molto su questa azione pensando ad una congiura, ad una partita truccata. Questi dubbi non si affievolirono anzi presero più consistenza quando, nella partita decisiva delle Series, il terza base dei Giants Heinie Zimmerman, ex dei Chicago, fu protagonista di un'azione del tutto inusuale che destò molti sospetti. Eddie Collins, dei Chicago, fu preso in ballerina fra terza e casa base. Il catcher di NY, Bill Rariden, lanciò la palla al terza base Zimmerman il quale rincorse l'intrappolato Eddie Collins. Ma tutti sapevano che Collins era molto più veloce di Zimmerman e l'interno dei Chicago arrivò in scivolata a casa base segnando il punto decisivo per la vittoria delle World Series del 1917. Zimmerman si lamentò dicendo che, nè il pitcher, nè il prima base, andarono in copertura a casa base e che quindi non poteva tirare la palla se non all'arbitro. Questi due episodi rappresentarono la miccia per dare inizio, da parte delle autorità, ad una capillare indagine che esploderà con lo scandalo del 1919 quando i Chicago vendettero le partite di finale ai Cincinnati.
A turbare la situazione fu anche l'atteggiamento del prima base di Chicago, Chick Gandil che, nel Settembre del 1917, ricevette l'autorizzazione da parte del manager Rowland per recarsi a Philadelphia. Lo stesso manager disse di non sapere che Gandil, invece, si recò a Detroit per consegnare dei soldi alla squadra dei Tigers. Rowland affermò che Gandil si recò a Philadelphia per far visita ad amici e Gandil rispose che non aveva amici a Philadelphia. Fu proprio Chick Gandil l'artefice dello scandalo del 1919, fu proprio lui l'uomo al quale Joe Jackson diede tutta la fiducia, ma con risultati disastrosi. Tutti sanno che l'esito dello scandalo del 1919 fu l'espulsione a vita di 8 giocatori dei Chicago. A nulla valsero i tentativi di un possibile reinserimento di questi giocatori, il giudice K.Landis fu inamovibile. Nel 1925 lo stesso giudice distribuì la cifra delle scommesse, circa $7.000, in egual misura ai giocatori dei Chicago che vennero giudicati onesti.
Joe Jackson giocò a baseball fino all'età di 44 anni. Disputò vari campionati nel Sud degli Stati Uniti presso leghe non ufficiali di semiprofessionisti garantendosi così i soldi per poter vivere. In seguito iniziò un'attività aprendo una lavanderia-stireria ottenendo delle donazioni dai suoi appassionati e tifosi di baseball. Ma l'orgoglioso Joe li restituiva sempre. Un giorno si presentò Ty Cobb nel suo negozio, ma Il vecchio Joe non lo riconobbe. Se guidate verso Sud in direzione di Greenville e percorrete la East Wilborn Street, potrete trovare un anziano signore con pochi bianchi capelli in testa, seduto all'ombra di una piccola quercia al N° 119. L'azzurro dei suoi occhi è un mare con le acque agitate dal rancore e dalla sofferenza. La sua anima è la tristezza di un fiore appassito nel mezzo di un arido deserto. Lui è Joe, "Shoeless" Joe, talvolta conosciuto come il più grande battitore naturale della storia del baseball. Nella sua South Carolina lui è un idolo ed è un uomo perseguitato. Tutti, per sempre crederanno che "It ain't so Joe!", Joe è innocente."
Ottobre 1949.   

domenica 7 ottobre 2012

THE LEGACY

Giocare a baseball è fantastico, parlarne aggiunge un tocco di fascino. Raccontare e discutere dell'Old Game è un legame, una connessione, un'eredità offerta da chi è stato prima di noi. Valorizzare questo lascito è molto importante perchè attraverso di esso ora possiamo ammirare questo sport nella sua più elevata forma di spettacolo. Fino a pochi decenni fa, era impensabile poter assistere alle prestazioni degli odierni giocatori, i quali si avvicinano sempre di più al limite delle umane possibilità. Ma il ricordo dei grandi del passato, cioè quelle leggendarie figure, quasi eroiche, che hanno contribuito allo sviluppo e all'espansione del baseball, è vivo nella memoria degli americani. Nessun serio appassionato si sognerebbe di sminuire le prestazioni degli atleti del passato perchè senza di loro non ci sarebbero quelli di oggi. L'impatto che hanno avuto i vari Cobb, Ruth, Jackson, Johnson, Feller, Hornsby, Di Maggio, Williams, Mantle e così via, è stato a dir poco esplosivo. Lo stesso si può dire di quella grande leggenda giapponese, cioè quel Sadaharu Ho che guida la classifica dell'intero pianeta del baseball con i suoi 868-HR in 21 anni di carriera sportiva (1959-1980). Cosa avrebbero fatto questi grandi del passato in un baseball moderno come quello attuale?. Well, non ci sono dubbi. Avrebbero fatto le stesse cose e il motivo è semplice. Questi atleti possedevano un dono degli dei come il talento, ovvero l'innata predisposizione ad un gioco come il baseball, l'intuito e l'istinto che rappresentano qualità impossibili da insegnare. Se a tutto questo si aggiungono l'intelligenza e la capacità cognitiva di performare, ecco che questi atleti sono pronti per giocare in una qualsiasi epoca. OK!, probabilmente, a livello di statistiche e numeri si potranno osservare delle differenze che, tutto sommato, non inquinerebbero la loro immagine di grandi campioni perchè il talento non conosce nè frontiere nè barriere temporali, è eterno. In questi ultimi 10 anni sono caduti alcuni primati importanti realizzati nel primo ventennio del secolo scorso. Ci sono voluti 84 anni e un giocatore giapponese per battere il record stagionale di battute valide detenuto da G. Sisler con 257 hits nel 1920. Ichiro Suzuki ne realizzò 259 nel 2004. Se Sisler avesse giocato anche lui un campionato a 162 partite invece di 154, chissà!. Nel Settembre del 1985, P. Rose ottenne la sua valida N°4192 in carriera battendo il precedente record appartenuto a Ty Cobb ritiratosi nel 1928. Cobb giocò regular seasons di 140 e 154 partite. Altri records:

SLUGGING PERCENTAGE in SINGLE SEASON:
Barry Bonds .863 nel 2001. Precedente: B.Ruth .847 nel 1920
BASI su BALL in SINGLE SEASON:
B.Bonds con 177 nel 2001. Precedente: B.Ruth 170 nel 1923
PUNTI SEGNATI in CARRIERA:
R.Henderson 2295 nel 2001. Precedente: Ty Cobb 2246 nel 1928
PERCENTUALE di ARRIVI in BASE in SINGLE SEASON:
B.Bonds .582 nel 2002. Precedente: T.Williams .553 nel 1941
Questi sono solo degli esempi Altri records sono stati battuti, ma tanti ancora resistono come le 511 vittorie in carriera di Cy Young ritiratosi nel 1911, oppure il PGL (punti guadagnati sul lanciatore), sempre in carriera, di 1.82 di Ed Walsh, ritiratosi nel 1917. Poi ci sono i 191 RBI di Hack Wilson nella stagione del 1930, le 56 partite consecutive in cui Di Maggio ottenne una valida nel 1941. La più alta MB stagionale, .426 di Nap "The assassin" Lajoiè, ottenuta nel 1901. Sono solo alcuni dei tanti records che forse rimarranno imbattuti ancora per molti anni. D'accordo, erano altri tempi. I campi, le attrezzature da gioco, i guantoni, le palline e le mazze non erano certo come quelle odierne. I viaggi, le trasferte e gli alberghi erano ben lontani dalle comodità attuali. Le regole, le difese  la zona dello strike, più ampia di quella attuale. Ed infine gli arbitri, poveri martiri, che per molto tempo dovettero dirigere una gara da soli e che molte volte si affidavano alla fama e alla notorietà del battitore per giudicare un lancio. "Se Mr. Cobb non gira la mazza, è un ball!", oppure "Se Mr. Hornsby ha guardato il lancio, vuol dire che non era uno strike!". Queste erano le classiche risposte degli arbitri di fronte alle proteste dei lanciatori. Erano tempi duri per i battitori che dovevano affrontare le traiettorie insidiose della spit-ball, della pallina tagliata e raschiata con la carta vetrata. Si giocava spesso con una sola pallina, immaginarsi alla sesta o alla settima ripresa a cosa poteva assomigliare, forse ad un oggetto di forma sferica e scura, difficilmente visibile. Spesso era diretta alla testa del battitore che al tempo non indossava il caschetto protettivo. Ebbene, entrare nel box di battuta e affrontare un lanciatore di quell'epoca, non era cosa facile, eppure con tutte le difficoltà gli sluggers sono riusciti ad intrattenere milioni di tifosi, creando un forte legame che si è sempre più consolidato nel corso degli anni. Sono stati proprio quei giocatori, i veri protagonisti che hanno delineato quel margine di distinzione che separa il buon atleta dal fuoriclasse. Grazie a loro possiamo ammirare le superstars odierne nell'intento di raggiungere quei limiti, quei traguardi riservati a baseball-player di eccellenza. Gli storici dell'Old Game, non si sognerebbero di sminuire queste figure leggendarie dicendo che i lanciatori di una volta non erano all'altezza di quelli di oggi e che le difese non erano spettacolari e dinamiche come adesso. Discorsi di questo tipo appartengono a quella mandria di tifosi grossolani che affollano i bars e i pubs bevendo birra e whiskey,  sputando veleno sulle squadre avversarie senza nemmeno risparmiare insulti alla propria squadra quando perde. Valorizzare gli avversari e i grandi del passato appartiene ad un numero esiguo di acuti osservatori, di appassionati animati da una profonda analisi dove la vera differenza è costituita dalla cultura verso la pratica sportiva. Tra gli argomenti più interessanti da affrontare nel baseball quello della battuta riveste un posto d'onore. Essendo il gesto atletico più difficile di ogni sport attuale, le teorie, le tecniche e gli approcci mentali si sono susseguiti nel tempo creando a volte confusione e incomprensione. Una cosa va detta: la tecnica di battuta, in sostanza, non è cambiata da un secolo a questa parte. L'unica differenza sono le mazze e il caschetto. Per il resto, i battitori di un tempo sapevano come battere, come usare le varie strategie e come affrontare un buon lanciatore. Tutto è confermato dal fatto che certi records del passato hanno resistito per oltre 50, 60 ed anche 70 anni prima di cadere, mentre altri records resistono ancora a distanza di quasi un secolo. Le statistiche offrono dei risultati interessanti sul numero di HR realizzati in una stagione sommando le due leghe AL e NL.
Anno 1901:  455 HR
 "       1910:  361 HR
 "       1920:  630 HR
 "       1930: 1565 HR
 "       1940: 1571 HR
 "       1950: 2073 HR
 "       1960: 2128 HR
 "       1970: 3429 HR
 "       1980: 3087 HR
 "       1990: 3317 HR
 "       2000: 5693 HR
 "       2012: 4880 HR (al momento in cui scrivo, manca 1 sett. a fine stagione).

Questo mostruoso aumento di shots sulle tribune ha poco a che vedere con la qualità dei battitori, se non in minima parte. Bisogna considerare un miglior approccio con la dieta quotidiana, allenamenti mirati al potenziamento atletico e muscolare. Le palestre offrono macchine altamente tecnologiche. Le palline, sempre più compatte e leggere, esplodono letteralmente al contatto con la mazza. Ma soprattutto, la riduzione delle dimensioni dei campi ha permesso questo aumento della produzione di homeruns. Non ci sono più gli aeroporti come il Polo Grounds, il Griffith Stadium, Hilltop Park, Huntington Avenue Baseball Grounds, Weegham Park, Briggs Stadium, Shibe Park dove le distanze dal piatto di casa base all'esterno centro arrivavano a misurare 140, 150 e nel caso dell'Hilltop Park addirittura 165mt. In tutta sicurezza credo che anche per i moderni fuoriclasse sarebbe stato difficile terminare la stagione con 20 o 30 HR. Tanti dubbi si possono sollevare e tante argomentazioni si possono esporre, ma la sorgente che unisce ogni giocatore di ogni epoca è il legame, quella connessione che permette di perpetuare, di accogliere a braccia aperte ciò che è stato fatto in precedenza per poterlo rendere disponibile a coloro che verranno dopo. Rimanendo nel tema della battuta spesso ci si chiede se esiste il lancio più difficile da battere nel baseball. Intuitivamente si potrebbe rispondere che è un lancio fuori dalla zona dello strike, oppure la fast-ball, il change-up o lo slider. Niente di tutto questo. Il lancio più difficile da battere è quello che il battitore non si aspetta. Ma anche qui, possono sorgere dei dubbi perchè ogni successo in un turno di battuta può derivare dal corretto ragionamento in una particolare sequenza di lanci. Però è anche vero che restare per molto tempo nel box di battuta è più stressante per il battitore. In definitiva non c'è una risposta ben precisa, cioè non esiste il lancio più difficile da battere e se "tutti gli strikes sono lanci buoni da battere, non tutti i lanci buoni da battere sono strikes!".
G.Mirra-R.Laribee-T.LoNero Nettuno 1982
Russ Laribee, AAA con Boston e prima base con la Sicma Nettuno nel 82 dice: "Come battitore, potrei anche avere un'idea del lancio che mi può arrivare, dipende dal conteggio dei balls e degli strikes e dalla situazione di gioco, ma rischierei molto se quel tipo di lancio non dovesse arrivare. Il mio approccio fondamentale è sempre stato quello di battere la situazione di gioco e non il lanciatore. Prima di tutto, continua Russ, "non ho mai pensato ad un lancio basso ed esterno. Perchè avrei dovuto farlo?. Non sarei riuscito a batterlo con autorità in ogni modo. Ho sempre pensato alla situazione di gioco. Quando andavo a battere con il corridore in seconda e zero out, sapevo che il lanciatore avrebbe fatto il possibile per tenere la palla lontano da me essendo un battitore mancino. Come minimo avrei voluto far avanzare il corridore in terza base. Questo vuol dire che mi posizionavo vicino al piatto per incoraggiare il lanciatore a tirarmi interno. In quel caso pensavo solo a quella zona dello strike con l'intenzione di battere forte in anticipo. Il lanciatore, vedendomi più vicino al piatto, pensava che ero pronto per un lancio esterno e invece...booom!. Sorpresa!. Per me è sempre stato difficile prevedere un lancio senza conoscere la situazione di gioco. Quando giocavo la mia idea era quella di obbligare il pitcher a lanciare dove volevo io. Ricordo quando venni in Italia e affrontai Lou Colabello. Mancino contro mancino, la sua curva era un incubo per me. Al primo turno realizzai un homer a destra sopra la casa a Nettuno. Al secondo turno, sapevo che mi avrebbe lanciato nella zona esterna del piatto. Mi avvicinai e colpìì la sua fastball esterna per l'homer N°2 a sinistra del campo. La terza volta sapevo che avrebbe lanciato con più attenzione e allora mi spostai in avanti nel box di battuta sfidandolo a lanciarmi interno come volevo io. Risultato?. Home Run N°3!". Russ aggiunge che lui ha avuto un grande vantaggio perchè negli spring training ha avuto un maestro come Ted Williams e che spesso si trovava con lui seduto in panchina a parlare di battuta. "Alla fine, conclude Russ, "quando andavo a battere mi concentravo sulla fastball per potermi aggiustare agli altri tipi di lancio. Un pitcher con un buon movimento del suo change-up, è sempre stato una spina nel fianco per me. Non c'è confronto. Il duello lanciatore-battitore, è quello più affascinante che ci sia nello sport. È una partita a scacchi che si rinnova in continuazione". Da Boston, ci spostiamo verso il caldo tepore della West Coast, a Los Angeles dove Wes Mitchell AA con Cleveland e protagonista in Italia per diversi anni con le squadre di Torino, Firenze e Rimini dice: "Se sei Paperino, tutti i lanci sono difficili da battere. Difficile poter rispondere con efficacia perchè ogni battitore possiede abiltà atletiche diverse e il lancio difficile per qualcuno può non esserlo per altri. Avendo giocato anche nel ruolo di lanciatore, ho sempre pensato che un lancio nella zona bassa esterna dello strike sia quello più difficile da battere. Sono pochi, anche tra i battitori di oggi, quelli che riescono a colpire con forza e autorità quel tipo di lancio. Lo slider basso esterno era il mio lancio migliore, non so se Mike Romano si ricorda, dopo una partita mi disse che non aveva mai visto uno slider ben posizionato nella zona bassa esterna come quello che gli avevo lanciato in partita. Il lanciatore è in vantaggio, è lui che ha la pallina in mano ed è lui che inizia le danze. Ecco perchè molti battitori sono selettivi nella scelta del lancio da battere. La battuta riguarda molto il tempismo perciò se uno gira un lancio che non si aspetta, le possibilità di ottenere una battuta valida cadono drasticamente. Anche per i buoni battitori può essere un problema. Magari battono, ma non ottengono una battuta insidiosa. D'altronde lo scopo del lanciatore è quello di confondere il più possibile il battitore, il quale si concentra per uno specifico lancio fino a quando non ha due strikes a carico. In quel momento, il buon battitore si predispone con un atteggiamento diverso detto protective mode, dove lo swing e il tempismo non vengono compromessi dalla diversa velocità della pallina". Continua Wes, "I lanci dritti, in genere, hanno una traiettoria rettilinea, per cui un battitore deve concentrarsi sulla zona e sulla reattività. I lanci ad effetto invece non sono tutti uguali. Oltre alla diversa velocità e alla zona di strike, possiedono una diversa parabola che può essere più o meno incisiva. Un battitore che riesce a reagire bene in 4/10 di secondo, sicuramente vedrà le sue probabilità di successo aumentare sensibilmente. E per finire, il Baseball è l'unico sport dove 7 fallimenti su 10 rappresentano un grande successo".
1980-Engel Stadium-W. Mitchell AA CLE
Infine, c'è anche Lenny Randle che racconta la sua esperienza in Major League dove ha giocato in diversi clubs tra cui i Mets, i Washington, i Texas, gli Yankees, i Cubs ed infine i Mariners con i quali, nel 1982, concluse la sua cavalcata in Grande Lega. Lenny catturò l'attenzione su di sè quando il 27 Maggio del 1981 contro Kansas City, in seguito ad un bunt eseguito da Amos Otis vicino alla linea di terza base, soffiò sulla pallina nel tentativo di mandarla in zona foul. Fu anche protagonista contro i Montreal Expos nel 1977, quando realizzo l'homer vincente alla 17esima ripresa. Nel 1983 fu la vera attrazione del nostro campionato dove giocò per la squadra di Nettuno, vincendo la classifica della media battuta con .477. "L'unico lancio che mi mette in difficoltà, è quello che non vedo", esordisce Lenny, "Non è mai successo, anche quando una volta affrontai Nolan Ryan e su un lancio di 104Mph realizzai un bunt-valido verso il seconda base. "God bless, no stress!", ho giocato a baseball in giro per il mondo, in Giappone, Canada, Porto Rico, Korea, Venezuela, Repubblica Dominicana affrontando i migliori lanciatori. La risposta è semplice. Il lancio più difficile da battere è quello fuori dalla zona di strike. Però ci sono battitori come Ichiro e Guerrero che riescono a battere anche palline a pochi cm. dal terreno. Yogi Berra batteva anche i lanci all'altezza della testa. Il riferimento è il piatto di casa base. Quello non si muove. Anche l'organizzazione dei Pittsburgh Pirates insegna ai giovani a colpire i lanci fuori dalla zona dello strike. "Gira la mazza!, ragazzo, gira la mazza!", questo è il mio motto. Fare tanto esercizio è la chiave di tutto perchè aumenta la confidenza". Lenny Randle attualmente insegna il baseball nella sua Pro Baseball Academy a Diamond Bar in California, poco distante da Los Angeles.
http://lennyrandlesportstours.com/
1983-Nettuno-L.Randle
Roberto Clemente è stato probabilmente il più grande battitore di lanci fuori dalla zona dello strike. Nel nostro campionato ci fu il guatemalteco Carlos Guzman, ricevitore per la squadra di Ronchi dei Legionari e della grande World Vision di Parma. Anche con 2 strikes a carico, "Cabrito-Guzman" riusciva a battere i lanci sopra la testa con il suo chop-down-swing. Babe Ruth diceva che per battere bisogna essere persone speciali che si allenano tanto. Ty Cobb diceva "Io non giro la mazza, colpisco la pallina". Pete Rose era semplice ed essenziale "Guarda la palla, batti la palla". Mantle voleva battere sempre la pallina fuori dallo stadio. Gwinn, composto, elegante ed efficace. Williams, intelligente, metodico e scientifico. Non c'è nulla di diverso da quello che Weston, Russ e Lenny hanno brevemente illustrato in queste righe. Loro lo sanno perchè hanno mantenuto saldo il legame e gli insegnamenti con i grandi del passato. Battere è storia antica che si ribadisce anno dopo anno. Nulla di nuovo, un secolo fa sapevano come si batte una pallina e come muoversi su un campo da baseball.

sabato 22 settembre 2012

BASEBALL BLUE, BASEBALL GREY


È stato Abner Doubleday a creare le prime regole del baseball nel 1839?. Well, è come dire: "Chi ha creato l'Universo?, Dio?, oppure la materia si è generata da sè?". Non ci sono certezze, solo il dubbio e un religioso mistero. Una cosa è certa, Abner Doubleday fu il primo Nordista a sparare una palla di cannone durante la Guerra Civile Americana, e fu il comandante del Primo Corpo D'Armata nella battaglia di Gettysburg che, con oltre 150.000 vittime, viene tristemente ricordata come la più sanguinosa del conflitto americano. Gli storici affermano invece che Alexander Cartwright fu il vero creatore del baseball nel 1845, quando definì ufficialmente le prime regole moderne del gioco e fondò la prima squadra ufficiale di baseball: i New York Knickerbockers. A parte le origini del gioco, il baseball era ampiamente diffuso ancor prima della Guerra Civile dove era praticato nell'area intorno a New York, nel New Jersey fino ad arrivare a Washington D.C. Lo stesso presidente Abraham Lincoln fu talmente appassionato al gioco che fece costruire un campo da baseball sul prato antistante la Casa Bianca. Un giorno, i generali si presentarono alla White House per iniziare un tavolo di discussione sulla guerra. Lincoln venne informato e lui rispose così: "Possono aspettare, tra poco è il mio turno di battuta". Bisogna ammettere che, con tutte le brutture e le sofferenze annesse ad una qualsiasi guerra, quella Civile Americana fu un avvenimento speciale per il baseball, al punto che rappresentò l'elemento fondamentale per una completa espansione del gioco, fornendo le basi per quello che in seguito diventerà un vero e proprio business professionale. Durante la guerra vi furono periodi di inattività. Per combattere la noia, i soldati si dedicarono ai semplici esercizi di lancio e di battuta. Gli stessi comandanti stimolarono la pratica del baseball perchè era una buona occasione per mantenere alto il morale delle truppe. Vennero creati veri e propri tornei all'interno di ogni accampamento e i risultati delle partite erano resi noti attraverso lettere e dispacci che venivano recapitati alle altre guarnigioni. I primi a praticare il baseball furono i soldati dell'Unione, i Nordisti, le cui truppe erano composte per lo più da immigrati europei, canadesi e uomini di colore. Le truppe Confederate, i Sudisti, conobbero il baseball grazie ai prigionieri nordisti, i quali insegnarono le basi del gioco ai soldati del Sud. Dall'altro fronte, avvenne la stessa cosa solo che i prigionieri sudisti impararono il baseball vedendolo giocare negli accampamenti dei nordisti. A tutti i soldati piacque il baseball e ben presto vennero create, all'interno di ogni accampamento, squadre con soldati del nord e prigionieri del sud e viceversa. L'entusiasmo e la competizione balzarono alle stelle e se una squadra doveva recarsi in un altro accampamento per giocare, si spostava solamente sotto scorta per evitare i solitari cecchini. Successe che durante uno spostamento, uccisero un giocatore con un colpo di fucile ed un altro venne ferito durante una partita. Va ricordato che le scommesse erano ampiamente valutate e sostenute da tutti i soldati, quindi, privare una squadra di un buon giocatore significava incassare una lauta ricompensa. Oltre ai cecchini, vi era il pericolo di imbattersi in tribù di indiani ostili ma anche in gruppi di banditi, i disertori, i quali erano animati da uno spirito di vendetta personale per aver subìto la distruzione della propria casa o la perdita dei propri familiari. Le violenze e i saccheggi perpetrati in questa guerra fratricida, portarono molti soldati di entrambi i fronti ad abbandonare l'esercito per riunirsi in bande rivoluzionarie pronte ad assaltare treni e diligenze che trasportavano armi e oro. Un altro fatto curioso riguarda la popolazione di colore. Tra le varie motivazioni che generarono questa guerra, oltre a quelle politiche, amministrative e religiose, vi fu quella che riguardava la posizione degli schiavi negri, condannata dagli Unionisti, ma fortemente voluta dai Confederati. Furono centinaia di migliaia gli uomini di colore che si arruolarono presso le file dei nordisti, ma furono altrettanto numerosi i negri che si arruolarono presso le file dei sudisti perchè al di là della loro condizione di schiavi, alcuni padroni li trattavano bene. Anche se non per tutti, parecchi schiavi potevano godere di assistenza sanitaria, avere una propria casa e mettere su famiglia. Certo, il razzismo era dilagante nel sud degli Stati Uniti e spesso sfociava in un odio profondo che portò a continui linciaggi e violenze su intere famiglie di negri. In questo panorama di contraddizioni, contrasti, finti ideali (tanti furono gli uomini che si arruolarono per sfuggire ad una condizione di miseria e non perchè convinti delle ragioni di questa guerra), separazione e segregazione, fuorilegge e banditi, violenze e devastazione, indiani, bianchi, negri e persino messicani, il baseball fu l'unica attività che riuscì ad unire, attenuare e placare i conflitti generati dalla Guerra Civile.
L'attrezzatura per giocare a baseball durante la Civil War era molto spartana. Innanzitutto non esistevano i guantoni, si giocava a mani nude. I soldati usavano una noce che veniva avvolta con del filo e dello spago fino ad ottenere le dimensioni tonde desiderate. In aggiunta, talvolta, veniva usata anche parte della criniera e della coda dei cavalli per avere un insieme più compatto. A quel punto i soldati usavano la pelle di cavallo e la cucivano per ottenere la pallina da baseball. Questo sistema di arrotolamento manuale venne usato fino al 1889, quando fu creata una "macchina arrotolatrice". Potrà sembrare incredibile, ma con tutte le grandi invenzioni brevettate dal tempo della Guerra Civile ai nostri giorni, le palline della odierna Major League Baseball sono ancora cucite a mano in Costa Rica e precedentemente ad Haiti. Nel 1974 una legge vietò l'uso di pelle equina a causa di un forte calo di questi animali e da quel momento le palline vennero ricoperte di pelle bovina. Durante la Guerra Civile, i cavalli ebbero un ruolo fondamentale perchè dovettero trainare i  pesanti pezzi d'artiglieria, affrontando terreni accidentati e spesso in salita. È stato stimato un numero di circa 3 milioni di equini, oltre a muli e buoi, che furono impiegati durante il conflitto. Gli sforzi immani, lo stress della guerra e dei bombardamenti portarono questi poveri animali ad uno stato di schok estremo che terminava con la loro uccisione. Dall'altro lato, avere diverse palline per poter giocare a baseball era prioritario. I campi all'interno dei presidi militari non avevano certo le dimensioni, per così dire, convenzionali, e spesso una battuta usciva all'esterno dell'accampamento. Nessuno pensava di uscire per recuperarla. Nessuno avrebbe rischiato di essere vittima di un'imboscata o di un colpo di fucile alla testa. "Meglio avere qualche pallina di riserva!". Si può affermare che la Guerra Civile fu un'esplosione di palline da baseball, la stessa esplosione che si potrebbe verificare in Costa Rica dove l'odierna fabbrica è situata proprio ai piedi di un vulcano attivo. 

Le mazze invece venivano ricavate tagliando grossi rami di quercia che poi venivano sagomati grossolanamente. Il peso, il bilanciamento e la rotondità della superficie non erano presi in considerazione. Per annerirle, o meglio, per compattare il legno, i soldati, masticatori di tabacco, aggiungevano della resina e ci sputavano sopra. La "Black Betsy", il nome della mazza personale di Joe Jackson, fu proprio realizzata in questo modo. Alcuni reggimenti più fortunati, potevano disporre di mazze professionali costruite a Cooperstown, NY, le quali  venivano spedite insieme ad armi, munizioni e viveri. Il piatto di casa base era rappresentato da una lamina di ferro con dei fori per essere inchiodata al terreno. Le regole di gioco, non erano le stesse per ogni accampamento e solo in seguito vennero uniformate per tutti i presidi militari. Il lanciatore lanciava da sottomano e il battitore doveva indicare la zona in cui avrebbe battuto. Basi su balls, strike-out e regola del foul-ball erano in pratica inesistenti. Il battitore veniva dichiarato "OUT" se la sua battuta veniva presa al volo oppure catturata dopo un solo rimbalzo. Sulle basi non si poteva prendere il vantaggio e nemmeno rubare. Il corridore poteva essere eliminato se il difensore, dopo aver preso la pallina battuta, con un lancio colpiva il corpo dello stesso corridore prima che potesse raggiungere la base successiva. Quest'ultima regola, venne abbandonata in breve tempo. Le partite terminavano con punteggi stratosferici, improponibili al giorno d'oggi. Il 2 Luglio del 1861 il Reggimento militare di Washington fu sconfitto per 41 a 13 in una partita giocata contro il 71esimo Reggimento di New York. L'anno seguente, il 1862, il 71esimo Reggimento raggiunse Washington per dare sostegno e supporto difensivo contro gli attacchi dei Confederati. Giocarono un'altra partita e questa volta vinse Washington per 28 a 13, grazie soprattutto al fatto che alcuni giocatori del 71esimo vennero uccisi nella battaglia di Bull Run (Manassas), che si svolse poche settimane dopo il primo incontro del 1861. Un altro aspetto importante dello sviluppo del baseball durante la Guerra Civile fu la corrispondenza. Nelle tante lettere scritte dai soldati e dai prigionieri ai loro familiari, vi erano chiari riferimenti al gioco, dove venivano elencati i risultati delle partite, le regole e le istruzioni riguardanti l'attrezzatura.
Volontari del 48° di NY. Fort Pulaski Ga. 1862
La lettera di George Putman, un soldato dell'Unione che stava combattendo in Texas, è tra le più famose. Così scrisse G. Putman: "Eravamo in prima linea. Durante una pausa del combattimento iniziammo a giocare a baseball. All'improvviso si sentirono dei colpi di fucile e i nostri 3 esterni si trovarono sotto il fuoco nemico. L'esterno centro fu colpito e catturato mentre gli altri due riuscirono a stento a rientrare tra le nostre file. L'attacco fu respinto senza troppe difficoltà. Purtroppo, non solo perdemmo il nostro esterno centro, ma anche l'unica pallina da baseball che avevamo a Fort Alexander, Texas". Un altro soldato, B. Parker del 10imo Massachusetts scrisse: " Il piazzale è stato  occupato per una settimana o più. Abbiamo giocato a baseball e tutti gli ufficiali, i comandanti e i soldati, hanno dimenticato per un momento il loro rango di appartenenza per dedicarsi al gioco con l'ardore di uno scolaro". Un'altra lettera dalla Virginia diceva: "È sorprendente come una persona diventi sprezzante del pericolo. I colpi di moschetto si sentono poco lontano, eppure qui si gioca a baseball con passione, incuranti che da un momento all'altro possiamo essere chiamati a praticare un altro tipo di gioco". Le lettere di quel periodo, accesero una vera e propria esplosione di interesse nei confronti del baseball. Gli stessi familiari che ricevettero le notizie dei propri cari, iniziarono a praticare il gioco ed in breve tempo l'America era il Baseball e il Baseball era l'America. Quando la Guerra Civile terminò nel 1865, l'Old Game era già una pratica stabile e fiorente in ogni comunità. I Colleges organizzarono tornei molto competitivi. La "Princetown University" e la "University of Pennsylvania" oltre che ad essere acerrime rivali rappresentarono il primo segnale di una svolta verso il baseball come pratica professionale. Non passò molto tempo dalla fine della Guerra Civile e nel 1869 il baseball diventò professionistico. Per la prima volta i giocatori vennero pagati e i Cincinnati Red Stocking furono la prima squadra composta da atleti professionisti. Vinsero il campionato con zero sconfitte, e se vogliamo, è un record ancora tutt'ora imbattuto, e c'è da credere che rimarrà tale. E le donne?. Tutti pensano al periodo della II Guerra Mondiale, quando parecchi "majorleaguers" vennero arruolati nella Marina Statunitense. Per riempire questo vuoto nacquero squadre di baseball femminile tra le quali la più famosa fu quella delle "Rockford Peaches", resa celebre anche dal film "Ragazze Vincenti" (A league of their own) con T.Hanks, Madonna, Geena Davis. Ma le origini del baseball femminile risalgono proprio al periodo della Guerra Civile. Nel 1867 venne creata la prima squadra femminile, The Dolly Vardens, composta da donne americane e africane. The Female Baseball Club of Philadelphia invece, fu la prima squadra femminile a giocare a baseball contro gli uomini nel 1880. Tutti giocarono a baseball durante la Guerra Civile e tra un colpo di cannone, una battuta valida, un soldato agonizzante ed un reggimento vincente, mazza e pallina iniziarono un lunghissimo viaggio attraverso gli angoli più remoti del nostro pianeta. "Che strano, c'è voluto un massacro di persone per rendere popolare una pratica sportiva affinchè potesse affermarsi come vera istituzione sociale". Come magia, dal sangue di circa 700.000 soldati, è germogliato il fiore più profumato di sempre. La Guerra Civile terminò nell'Aprile del 1865, guarda caso, proprio all'inizio di una stagione di baseball. La notizia fu resa ufficiale il 9 Maggio del 1865 anche se piccoli focolai di discordia continuarono fino al 22 Giugno, giorno nel quale venne sparata l'ultima palla di cannone.

Qui di seguito sono elencate alcune partite disputate durante la Guerra Civile.

                                1862
Forze dell'UNIONE. Le reclute del 13esimo Massachusetts e del 51esimo Pennsylvania giocano tra di loro di sera sul campo di guerra prima dello spiegamento delle forze.

Forze dell'UNIONE. La fanteria francese (Zuavi) del 165esimo NY affronta il Reggimento "All-Star-Nine" di NY di fronte a 40.000 soldati-spettatori.

Forze dell'UNIONE. Partita disputata tra la "Brigata Irlandese". Le sentinelle dei Confederati erano appostate dall'altra parte del fiume Cickahominy ad osservare la partita.

Forze dell'UNIONE. Partita tra il 57esimo e il 69esimo di New York. La gara venne bruscamente interrotta dalle cannonate dei Confederati che stavano avanzando.

Forze dell'UNIONE. Partite disputate tra la II° Brigata, II° Divisione e l'artiglieria Potomac contro la selezione "Honey Run Club". Gli appartenenti alle due Brigate, si allenarono costantemente per tutta la durata della guerra.

                                1863
Forze CONFEDERATE. Partita disputata tra i soldati del 24esimo Alabama in attesa dell'avanzamento delle truppe Federali del Gen. Sherman.

Forze dell'UNIONE. Partite disputate tra il 26esimo Pennsylvania e il 22esimo Massachusetts e tra il 13esimo di New York e il 62esimo "Volontari" di NY. Le partite vennero disputate con le regole di New York e le regole del Massachusetts.

Forze dell'UNIONE. 13esimo Massachusetts contro il "Rhode Island Artiglieria Leggera". In molti furono convinti che entrambe le squadre erano competitive per il campionato professionale del tardo 1800.

                                1864
Forze dell'UNIONE. II° Volontari del New Jersy contro il 77esimo Volontari di New York. Partita tra le più importanti riportata anche sui giornali che criticarono il 77esimo per comportamento scorretto.

Forze dell'UNIONE. I° Artiglieri del New Jersey contro la 10ima Fanteria Massachusetts. Il quotidiano "New York Clipper" scrisse della partita vinta da New Jersey per 13 a 5.

Forze CONFEDERATE. 11esimo Mississippi (Prigionieri di guerra), contro "Confederate Club". Partita svolta nel campo di prigionia di Sandusky Ohio. I Confederati vinsero 19 a 11.

                                1865
In seguito alla resa del Gen. Lee i soldati di entrambi i fronti disputarono alcune partite che coinvolse il Reggimento Potomac e quello della "North Virginia".

                                1866
Forze dell'UNIONE. I Prigionieri di guerra giocarono contro i Confederati nel Campo di Salisbury NC. Il baseball era già ben diffuso, nonostante la morte di tanti prigionieri per malattie infettive dovute al sovraffollamento nei campi di prigionia.

venerdì 7 settembre 2012

AMISTAD

Viviamo nell'era delle celebrità, non degli eroi, viviamo nell'era dei famosi, non dei primi. La parola eroe appartiene ad un contesto passato, fuori dal tempo, dove era possibile la presenza di grandi personalità le cui azioni avevano un forte significato, un impatto magnetico che si rifletteva nel quotidiano. Nella storia del Vecchio Gioco, cioè di uno specchio dello sviluppo sociale di un paese con tante virtù e colpe, si possono trovare pagine nascoste e annerite dal tempo. Con un pizzico di retorica si potrebbe dire che spesso, la Verità, si cela proprio all'interno di queste pagine oscure. E se è vero che ricercarla è sempre stato un traguardo ambito dall'umanità, ciò è dovuto al fatto che essa rappresenta una fonte di salvezza. Ebbene, soffiando sulla polvere di queste pagine, si possono trovare i peccati nascosti, ma anche e soprattutto, si trovano potenti figure umane che hanno prosperato nell'oscurità, che hanno solleticato le corde più profonde dell'anima e che hanno insegnato a risalire verso la luce. J.J.O'Neil è un eroe. Non nel senso sportivo dell'atleta che realizza l'homer vincente alla nona ripresa con 2 out, ma come essere umano verso il quale tutti dovrebbero rivolgere il proprio sguardo. La sua vita è il riflesso di un passato amaro, quello che il suo paese ha riservato alle persone di colore. Ma non c'è amarezza nei suoi occhi, perchè la sofferenza e la solitudine sono state abbandonate per dare spazio alla luce dorata del sorriso e della generosità. O'Neil è l'eroe riscoperto, un amico, un mentore. È come Jackie Robinson. È tutto ciò che può essere identificato come il progresso dell'uomo. Quando J.J. parla è come essere investito da una forte carica elettrica che ti pervade e ti magnetizza. Non è il piacevole formalismo di una stretta di mano che dice "È stato un piacere conoscerla, Mr O'Neil!", oppure, "Onorato di averla incontrata, Mr O'Neil!". No, non è tutto questo. Le sue parole sono l'incanto di un abbraccio, la vicinanza del cuore. "Non siate così formali, non nascondetevi dietro atteggiamenti convenzionali!", così è J.J.O'Neil. Nato a Carrabelle, FLA, nel 1911, O'Neil è stato un pò come un vecchio relitto abbandonato negli abissi dell'oceano. Ci ha pensato Ken Burns nel suo documentario BASEBALL, a riportarlo alla luce fornendo una forte testimonianza di quel mondo parallelo e sfuocato rappresentato dalla Negro League. O'Neil aveva un arsenale di nicknames. Qualcuno lo chiamava Jay, oppure Foots, Country e Cap ed anche Nancy, quest'ultimo riferito ad una storia che coinvolse Leroy "Satchel" Paige. Ma il suo soprannome più famoso è stato Buck, quasi una contraddizione perchè a John Jordan O'Neil non interessavano i Bucks, i soldi. Per lui, giocare a baseball è stata una cosa meravigliosa, niente di meglio per un essere umano perchè ti riempie di gioia come il sesso e la musica. Niente lacrime per Buck. Non se n'è andato troppo presto, tutto è successo nel periodo giusto. Non c'è una storia triste da raccontare. La vita di Buck, come lui stesso ha affermato, è stata una benedizione. Lui ha visto personaggi come Connie Mack, John McGraw e Babe Ruth durante gli allenamenti primaverili. Lui ha giocato Prima base per i Kansas City Monarchs, la prestigiosa squadra della Negro League. Buck ha giocato con Satchel Paige, Josh Gibson e Cool Papa Bell e ha visto crescere Ernie Banks, alias Mr.Cubs. Ha insegnato il baseball ad un giovane Lou Brock e ad un giovane Bo Jackson. "Babe Ruth?", dice Buck, "Wow!, il sound della mazza contro la pallina era come la dinamite. Se lo sentivi, anche senza vederlo, sapevi che non era Gerhig o Lazzeri". Lo stesso sound l'ho sentito nel 1938, al Griffith Stadium. Sono corso fuori dagli spogliatoi in maglietta e con i pantaloni slacciati. Non era Ruth, era Josh Gibson. Dio!, quanto era forte quell'uomo!". Oltre a Gibson c'erano tanti altri giocatori nella Negro league in grado di competere contro i migliori majorleaguers del tempo. Richie Ashburn, William Hulbert, Leon Day. E poi c'era Bullet Joe Rogan, Smokey Joe Williams, Willie Foster, Hilton Smith e Cannonball Redding. Battitori come Turkey Stearnes, Mule Suttles, Willard Brown e Willie Wells. C'è voluto parecchio tempo, ma grazie al documentario di Ken Burns e alle testimonianze di Buck O'Neil, anche le porte di Cooperstown si sono aperte per ospitare, in una sezione dedicata alla Negro League, gli antichi eroi dimenticati, le leggende di un mondo fuori dal tempo, quasi invisibile. "Se verrò eletto nella Hall", disse Buck, "lo devo soprattutto a K.Burns. Ero un buon giocatore, ma i buoni giocatori non fanno parte della Hall of Fame. I grandi giocatori, si. Ora voglio solo far conoscere i nomi di altri players che meritano l'elezione nella Hall. Poi, se un giorno qualcuno farà il mio nome, sarò molto contento di essere al fianco di tanti amici scomparsi".
K.C.Monarchs 1946-B.O'Neil è in alto a destra
Di fatto i negro-players erano davvero in gamba e avrebbero potuto competere con le squadre di MLB. Anche se non l'hanno fatto, hanno mantenuto la fede e hanno spianato il terreno per Jackie Robinson. Un terreno tortuoso e contorto rappresentato da quei diamanti dove Jackie fu sottoposto ad ogni forma di ostilità e disprezzo sia in campo quanto sugli spalti. "Mi serve un giocatore di baseball e non un rissaiolo", disse Branch Rickey a Robinson, poco prima della firma del contratto. "Ti serve un giocatore senza il fegato di reagire?", rispose Jackie. "NO!", concluse Rickey, "Ho bisogno di un giocatore con il fegato di non reagire". I black players non hanno mai battuto contro Lefty Grove e non hanno mai lanciato contro Ted Williams, ma dovettero affrontare Bullet Joe Rogan e la mazza tremenda di Josh Gibson. Al funerale di Satchel Paige, avvenuto nel 1982, molti dissero che fu una vergogna che Satch non ebbe una carriera in MLB. Pensare che la Negro League fosse un campionato disorganizzato, è un errore. Già ai tempi della Guerra Civile i negroes giocavano a baseball e con il passare degli anni l'organizzazione diventò sempre più capillare e professionale. Tenuto conto del profondo atteggiamento razzista del tempo, fu una grossa conquista il fatto di poter disporre di 4 Leghe ufficialmente riconosciute: la Negro National League, la Negro American League, la Negro Southern League e la Negro Western League. Il programma comprendeva una All Star Game che si disputava ogni anno, oltre ai Play Off e alle Negro World Series che venivano giocate negli stadi della MLB come il Griffith Stadium e il Comesky Park di Chicago. L'affluenza degli spettatori era massiccia, dalle 40 alle 50mila persone testimoniarono la vittoria della All Star Negro Team contro la squadra All Star di MLB. Nonostante l'ardente fiamma del razzismo, parecchi furono i personaggi di razza bianca che rimasero affascinati da questi Negro players. Uno di questi fu James Leslie Wilkinson, il primo proprietario di razza bianca, di un team della Negro League, i Kansas City Monarchs, la stessa squadra che verrà in seguito acquistata dal jazzista Louis Armstrong. Tra le mosse vincenti di Wilkinson, sia in campo organizzativo che in quello promozionale, vanno ricordate la fondazione della prima squadra di baseball femminile avvenuta nel 1909. Nel 1912 il manager creò la prima squadra All Star-multietnica, che comprendeva giocatori di diverse razze tra cui indiani, negri, bianchi, polinesiani e asiatici. Nel 1930 i Kansas City Monarchs furono la prima squadra in assoluto a giocare sotto un set portatile di fari dell'illuminazione proposto da Wilkinson. Fu proprio lui nel 1945 ad offrire il primo contratto professionistico a J.Robinson per giocare nei K.C.Monarchs. Wilkinson morì nel 1964, all'età di 86 anni e grazie a K.Burns e alle testimonianze di Buck O'Neil, è stato inserito nella Hall of Fame nel 2006.

Dei tanti soprannomi di O'Neil, quello di Nancy è il più divertente. Successe durante un'avventura insieme a Satchel Paige. I due erano compagni di squadra nei Monarchs, e un giorno giocarono una partita nella riserva indiana vicino a Sioux Falls nel South Dakota. Paige conobbe una fanciulla indiana di nome Nancy e la invitò a raggiungerlo a Chicago perchè la squadra dei Monarchs, successivamente, avrebbe dovuto affrontare i Chicago American Giants. Nancy, che aveva alcuni parenti a Chicago, accettò l'invito e Paige le disse che la squadra avrebbe alloggiato all'Evans Hotel. Qualche giorno dopo, a Chicago, Buck O'Neil si trovava nella hall dell'albergo quando vide arrivare un taxi dal quale scese l'indiana Nancy. Subito O'Neil le diede il benvenuto e le disse che Satch era in camera. Rivolgendosi al facchino, gli ordinò di portare i bagagli della ragazza. Passarono pochi minuti, quando un altro taxi si fermò davanti all'albergo. Dalla vettura scese la fidanzata di Paige, Lahoma, la quale non avrebbe dovuto essere presente secondo gli accordi presi in precedenza con Satch. Quella visione allarmò O'Neil il quale si precipitò verso Lahoma dicendole che Satch era uscito e che sarebbe tornato a breve nell'albergo. "Siediti qui con me!", disse O'Neil alla ragazza, "Dirò al facchino di portare i tuoi bagagli in camera". O'Neil andò a parlare col facchino e gli spiegò tutta la faccenda. "Vai di sopra, e sposta Nancy con i suoi bagagli nella camera adiacente", disse O'Neil, "Poi bussa alla camera di Paige e digli che è arrivata Lahoma". Il facchino eseguì gli ordini ricevuti e poco dopo, scendendo le scale, con un gesto fece capire a O'Neil che era tutto a posto. Nel frattempo Satchel era uscito dall'albergo usando le scale sul retro e si stava avvicinando all'ingresso dando l'impressione di aver fatto un giro nei dintorni. "Ecco il vecchio Satch che sta arrivando!", esclamò O'Neil. Appena Paige vide Lahoma, le diede il benvenuto dicendo "Ma che bella sorpresa". Entrambi salirono le scale e andarono in camera. Tutto sembrava risolto, tranne il fatto che quella notte O'Neil, che alloggiava di fronte alla stanza di Satch, sentì la porta della camera di Paige che si apriva e si chiudeva. Un attimo dopo sentì lo stesso Paige che bussava alla porta della camera di Nancy. "Nancy!...Nancy!", chiamava Paige. In quel momento la porta della camera di Paige si aprì nuovamente e O'Neil, sapendo che si trattava di Lahoma, temendo il peggio, balzò fuori dal letto e aprì la porta della sua camera. "Hey Satch!, cosa succede?". Sotto lo sguardo sorpreso di Lahoma, Paige, rivolgendosi a O'Neil, rispose "Hey Nancy!, sei tu?....A CHE ORA GIOCHIAMO DOMANI?".

Questo era Buck O'Neil. Lui non aveva storie tristi da raccontare. Questa era la Negro League, come un oasi circondata dal deserto della segregazione e dell'odio razziale. O'Neil morì nell'Ottobre del 2006, ma il suo contributo al baseball come giocatore prima, e come manager in seguito, è stato reso immortale con la costruzione di una statua in bronzo presso il National Baseball Hall of Fame Museum. Buck è tornato alle sue origini. Ha intrapreso il viaggio di ritorno per approdare sulle rive del Niger, nel cuore dell'Africa, per ritrovare l'abbraccio della sua tribù nativa, quella dei Mandingo. Questa volta il suo Amistad, cavalcando a ritroso le onde dell'oceano, ha spezzato per sempre le catene della sofferenza.