Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

venerdì 30 dicembre 2011

LE RAGAZZE DI NEWARK

L'autobus era vecchio, di colore arancione e sporco. La strada, poco livellata, era piena di buche e l'autista non ne evitava una, prendedole tutte quasi fosse un gioco, mentre fischiettava una semplice melodia. Quando i pneumatici affrontavano una buca, tutti i passeggeri erano preda all'inerzia generata dal sobbalzo, tutti in perfetta sincronia. Una voce in fondo al bus sembrava arrivasse dall'oscurità, "Hey man, stai attento". L'autista guardava nello specchietto e rispondeva: "Non sono stato io a costruire queste strade". Il bus procedeva attraverso il New Jersey, un'ampia e vasta zona pianeggiante dove regnava un antico silenzio, il segno di una natura fertile e rigogliosa. Ad un tratto l'autista si girò verso il giovane seduto vicino alla porta laterale del bus, con la schiena appoggiata al vetro del finestrino. Il suo sguardo era immerso in quella distesa di prati come se volesse accarezzarli respirando un profondo senso di libertà. Con un mezzo sbadiglio il driver disse: "Figliolo, a Newark ci sono tante ragazze carine, Si!, veramente carine". Il giovane ascoltando quelle parole fece un cenno con la testa come se volesse trasmettere il desiderio di poterne incontrare una. L'autista intanto continuava a guidare intonando sottovoce la melodia interrotta, questa volta aggiungendo un lieve ondeggiamento delle spalle quasi volesse anticipare i continui sobbalzi dovuti alla strada dissestata. Il rumore del motore echeggiava assordante all'interno del bus. Tutti i componenti della squadra sembravano marionette in preda agli urti. Alcuni stavano con gli occhi chiusi alla ricerca di un pò di sonno, ma il giovane guardava fuori dal finestrino con lo sguardo che si perdeva nella verde piana del New Jersey. "Non è divertente vero?", disse l'autista all'improvviso asciugandosi il sudore dalla fronte. "Figliolo, per te è un divertimento giocare a baseball, e io devo guidare questo bus". Il giovane disse di si con la testa lasciando la parola all'autista. "Sei un ragazzo fortunato lo sai?. Stai vivendo gli anni migliori". Gli anni migliori, pensava dentro di sè il giovane mentre l'autista aggiunse, "La prossima volta che vedi Josh Gibson salutamelo. Digli che Amos della 78esima Strada gli dice Ciao". Newark intanto si avvicinava e quando il bus arrivò davanti all'albergo, il giovane fu il primo ad uscire e fu il primo ad entrare nella stanza d'albergo da un dollaro al giorno. Sul tavolino vi era il quotidiano che lui sfogliò con molto interesse stendendosi sul letto per leggere le notizie che riguardavano gli Yankees, i Dodgers e i Giants. James Malcomb Gilliam Jr. cadde in un sonno profondo sommerso in un carosello di pensieri dove le speranze e le illusioni ruotavano in un vortice senza fine. Prima di chiudere gli occhi pensò che non avrebbe mai fatto parte di quel mondo popolato da persone dalla pelle bianca, dove un negro dopo aver pulito gli spogliatoi avrebbe dovuto rispondere sempre: "Si, Signore!".

Sono passati 23 anni da quel viaggio in bus attraverso il New Jersey, da Baltimore a Newark. Quel ragazzo adesso è un uomo con famiglia. Lui racconta quando abbandonò la scuola per giocare a baseball mentre James Malcomb Gilliam III sta frequentando il college. Nei paraggi c'è un giovane esterno che batte mancino e che dice: "Hey Junior. Insegnami come si batte in campo opposto", e il coach paziente risponde: "È ciò che ti ho insegnato per tutto il mese". C'è anche un ragazzino con la T-Shirt dei Cardinals, con il quaderno degli autografi e una penna in mano che dice: "Sei un giocatore?". E l'uomo risponde: "Non più figliolo, ora osservo e basta". Più tardi l'uomo si dirige nel fresco dello spogliatoio con il Jukebox che suona il brano All the lonely people di Ray Charles e comprendi come deve essere stato il passato. NO, tu PENSI di comprendere come è stato, ma solo la persona che chiamano Junior o Jim lo può sapere. "Sono stato fortunato", dice, "Sono nato al momento giusto". Ora si sente la voce di Stevie Wonder dal jukebox. Junior alza lo sguardo fissando il tavolo: "Sono fortunato perchè ho avuto l'opportunità. Hai mai sentito parlare di Josh Gibson?", continua Junior, "Oggi andrebbero da lui con un contratto su un foglio con uno spazio in bianco dicendogli di scrivere la cifra che vuole!". Ecco quanto bravo era Josh Gibson. Era forte come Babe Ruth ed era il miglior ricevitore vivente. Soltanto che aveva la pelle nera. Poi c'era Tommy Butts e Willy Wells che avrebbero giocato in qualsiasi squadra di Major League. E Jonas Gaines?, un mancino che lanciava proiettili. Ce n'erano tanti che avrebbero potuto giocare in una squadra di bianchi". Ora l'atmosfera si riempie con la voce di Aretha Franklin e Junior ritmicamente tappeggia il dito medio sul tavolo. "Capisci perchè sono stato fortunato?", dice Junior, "Gli altri sono tutti morti ormai. Loro non hanno avuto l'occasione che ho avuto io. Sai perchè?. Non hanno mai creduto che potesse succedere. Non hanno mai pensato che un negro potesse giocare insieme ai bianchi. Loro erano contenti di giocare a baseball e basta". Junior aveva 15 anni quando lasciò la scuola. Un uomo di Nashville gli diede $125 per giocare nella sua squadra come seconda base. Era la Southern League, o meglio la Negro Southern League. Junior aveva 17 anni quando lo mandarono nella National League, o meglio nella Negro National League e dalla panchina osservava i giocatori, i giocatori negri che tanto aveva sentito parlare. Aveva 18 anni quando diventò titolare ed essendo il più giovane i compagni di squadra lo chiamarono Junior. Per 5 anni sedette davanti al bus, per 5 anni dormì negli alberghi dei ghetti neri. Aveva 21 anni quando uno scout dei Brooklyn Dodgers lo vide e gli offrì un contratto per giocare nella squadra insieme a Jackie Robinson. Junior ricorda spesso quei giorni, e mentre qualcuno ripropone Ray Charles, lui pensa ai giocatori che ce l'hanno fatta, a Campanella, Doby, Mays, Robinson, Irvin e Junior Gilliams. Lui pensa ai suoi 4 figli, al desiderio di diventare manager. Nei suoi ricordi c'è Satchel Paige e il grande Josh Gibson. Non diventerà mai manager perchè un'emorragia cerebrale lo strappò alla vita nel 1978. Il suo numero è l'unico ad essere stato ritirato dalla squadra dei Dodgers nonostante Junior non appartenga alla Hall of Fame. Fu Rookie of the Year nel 1953. Amos  della 78esima Strada sarebbe dannatamente orgoglioso ripensando a quel giovane seduto davanti al bus che ascoltava e sognava le belle ragazze di Newark.