Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

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lunedì 18 luglio 2011

IL GRANDE SPIRITO

L'evocazione del grande spirito e il volo dell'aquila non hanno cessato di esistere e rivivono quotidianamente nei ballpark del Nord America. Il baseball è tremendamente popolare in tutti i continenti dando prova di una vera anima universale che viene celebrata ogni anno. Questa anima ha un nome e si chiama Globalizzazione che non ha nulla a che vedere con la "guerra fredda" di un mercato in competizione dove capitali economici generano profitti soltanto per pochi eletti, attraverso un criterio vampiresco usato per succhiare sangue alla povera gente. No!. La globalizzazione dell'Old Game è il punto d'incontro di una solidarietà ritrovata, del buon senso comune e dell'appartenenza alle varie origini, alle varie culture e all'attaccamento millenario verso la nostra Terra. Asiatici, Europei, Australiani, Sud Americani, uomini bianchi, neri, meticci e creoli, tutti praticano il gioco della vita. Ma c'è un'altra etnia, affascinante e misteriosa, tanto cara ai nostri cuori di fanciulli, che fa parte di questo sogno quotidiano. Nonostante la devastazione e lo sterminio da parte degli europei è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante e a scrivere capitoli significativi nella storia dell'Old Game. Questa etnia è rappresentata dagli Indiani, i pellerossa, quelli di "Toro Seduto", di "Geronimo", di "Orso Bianco", di "Cavallo Pazzo" di "Aquila Rossa". Tribù come i Sioux, gli Apache, i Comanche, i Seminoles e tante altre, si resero protagoniste nella storia americana per aver opposto il coraggio di fronte all'avanzata del "viso pallido" conquistatore.

Ai grandi capi indiani vennero riconosciute doti quali l'astuzia, l'intelligenza e la grande strategia nelle battaglie sostenute per la libertà. Addirittura vi fu un capo indiano di nome Giuseppe, della tribù dei "Nasi Forati", che fu un grande combattente. La sua abilità nella guerriglia viene spesso ricordata ancora oggi nella base militare americana di West Point. Sappiamo tutti come finì quella guerra, conosciamo tutti le crudeltà perpetrate ai danni dei nativi. Tante furono le vittime da entrambe le parti e alla fine i "visi pallidi" ebbero la meglio. Si impossessarono dei territori degli Indiani relegando i superstiti in piccole zone del continente nord-americano che vennero chiamate Riserve. Col passare degli anni, fino ai nostri giorni, la comunità indiana è cresciuta e tutt'ora rappresenta un robusto movimento nel tessuto sociale americano, sempre presente nel rivendicare e nel promuovere i diritti e la giustizia nei confronti delle etnie più deboli. Lo spirito di Manitou, il possente frastuono della corsa del bisonte e i canti crepuscolari degli indiani da sempre hanno contribuito a creare fascino e mistero. Non di meno nei Ballpark di tutta l'America, dove la presenza di giocatori appartenenti a varie tribù di indiani ha contribuito enormemente all'inserimento dei pellerossa nella società americana. Molti conoscono la storia dell’integrazione dei giocatori di colore nel baseball, ma pochi sanno quella dei nativi americani. I fans di tutto il mondo conoscono le due squadre di MLB, i Cleveland Indians e gli Atlanta Braves. Entrambi i nomi, compreso i logos, si riferiscono agli Indiani d'America, anche se non hanno alcun legame con la cultura tribale. Ci sono tante squadre, anche nelle Leghe Minori, il cui stemma identificativo rappresenta una figura stilizzata di un pellerossa. Sono poche le persone che conoscono i nomi di Charles Bender o Louis Sockalexis, leggendari giocatori di baseball con chiare origini indiane. I nativi vennero a contatto con il baseball nei primi decenni dell’ottocento. Gli esploratori Lewis e Clark, durante il loro viaggio nel Nord America, cercarono di insegnare una prima versione del gioco agli indiani di Nez Perce che erano delle tribù della regione del Pacific Northwest. Anche i prigionieri indiani giocavano a baseball e il più importante fu il guerriero Apache Geronimo a Fort Sill, in Oklahoma. Alla fine del 1800, gli adolescenti pellerossa furono portati via con la forza dalle loro famiglie per essere civilizzati, come si diceva, nelle scuole lontano dalle riserve. Per i ragazzi indiani, il baseball fu uno strumento di integrazione e capirono che era sicuramente un modo per sopravvivere. Il 22 aprile del 1897 Louis Sockalexis , della tribù di Penobscott, divenne il primo degli Indiani d'America a giocare a baseball nella massima lega con i Cleveland Spiders nell’American Association. Sei anni più tardi Chief Bender, uno Ojibwe, fu il primo a giocare nell'American League e fu il primo ad essere eletto nella National Baseball Hall of Fame.

Le Tribù indiane ebbero una lunga tradizione nel gioco del baseball, sia fuori che dentro le riserve. Dai primi anni del '900, ai giorni nostri, ci sono stati tanti giocatori di Major League con chiare origini pellerossa, considerati mezzosangue, come Gene Bearden, Johnny Bench, Howie Fox, Nippy Jones, Ernie Koy, Roy Meeker, Willie Stargell, Joseph Tipton, Jim Toy, Thurman Tucker, Virgil Trucks, Zack Wheat e Early Wynn.
Jacobus "Jim" Franciscus Thorpe, figlio di un irlandese e madre pellerossa,tribù Sac e Fox, fu sicuramente l'atleta più famoso. Ottenne  grandissima fama anche fuori dagli Stati Uniti vincendo due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon. Grande atleta, dotato di forza e velocità, Thorpe fu anche una stella del football americano a livello universitario e professionistico. Giocò nella Major League baseball con i New York Giants, Milwaukee Brewers, Cincinnati Reds e Boston Braves. Thorpe è l'unico atleta di tutti i tempi ad aver realizzato 3 homers in una gara in 3 diversi Stati Americani. Tutto avvenne durante una partita di semi-pro, in uno stadio costruito al confine con Texas-Oklahoma-Arkansas. Il primo homer venne realizzato a sinistra e la pallina rimbalzò in  Oklahoma. Il secondo homer sorvolò la recinzione a destra e la pallina rimbalzò in Arkansas. Il terzo homer fu un Inside the park, per cui la pallina rimase in Texas. I titoli olimpici del 1912 gli furono ritirati proprio per aver giocato a baseball da professionista, e gli vennero restituiti postumi dal CIO solo nel 1983. Moses Yellow-horse, un Pawnee, è considerato da molti storici come il primo mezzosangue indiano a giocare in formazioni di baseball professionistico. Moses giocò con i Pittsburgh Pirates per due anni dal 1921. Rimase anche famoso perché nella stagione del 1922 colpì Ty Cobb con un lancio in mezzo agli occhi. Questo episodio venne provocato da Cobb che, posizionandosi vicino al piatto, insultò l'indiano con frasi razziste. Ci sono stati nella storia del baseball quattordici ballplayers comunemente chiamati Chief o semplicemente soprannominati chief. Al contrario dei giocatori neri alcuni players Indiani giocavano nei campionati più importanti già da decenni. Per la cronaca, nel 1924 venne riconosciuta ai pellerossa la cittadinanza statunitense. I nativi subirono nel mondo del baseball un mix di razzismo e di accettazione, anche se, a differenza dei neri, venne concesso a loro di poter giocare. Tuttavia, in quegli anni, gli indiani erano pur sempre considerati come dei selvaggi. Attualmente ci sono due fenomenali giocatori pellerossa al servizio della MLB. Uno è Jacoby Ellsbury, esterno dei Boston Red Sox, appartiene alla tribù Navajo. L'altro è Joba Chamberlain, un mezzosangue della tribù Winnebago che lancia per i New York Yankees. Con i Cardinals di St. Louis gioca il lanciatore Kyle Lohse della tribù dei Nomlaki. Questi tre, al momento in cui scrivo, sono gli unici Indiani d'America nelle Major Leagues. A seguire, ecco l'elenco di tutti i pellerossa che hanno giocato in MLB. AUGH!!

               

domenica 10 luglio 2011

WRIGLEY FIELD

 Chicago racchiude una scheggia all'interno di una delle sue ampie spalle. La scheggia si trovava lì ancor prima che un elegante reporter, A.J.Liebling, con fermezza chiamò la città col nome di "Second City". Ma quella scheggia venne carbonizzata perchè la città visse la sua prima esperienza di vita col fuoco. Se Phoenix è la "Wrong City", Chicago di certo "is the right one" poichè risorge dalle sue proprie ceneri. Ma il fatto è che Chicago aveva già un nome, un nome che i nativi Seminoles gli avevano dato. Checagou, cipolla selvatica. Ogni città con un nome del genere dovrebbe essere amarognola più che delicata o dolce. Chicago lo è, come lo è la Chicago del baseball. In America si sa, una organizzazione di Major League all'interno di una città è come un fiore, robusto in eterno che cresce alimentato dalla diversità sociale, dai suoi attriti e dalla sua solidarietà. E' modellato e definisce la sua città. Chicago possiede due fiori e sono proprio così, ma con una differenza. Ognuno di essi è cresciuto per sviluppare una diversa Chicago pur appartenendo alla stessa radice.

La storia della "Second City" iniziò con una calamità. Era l'8 Ottobre del 1871, Mr O'Leary, ubriaco o negligente, questo non lo sapremo mai, lasciò la lanterna accesa nel fienile mentre stava mungendo una mucca. Ad un tratto l'animale diede un calcio alla lanterna e tutto il fieno prese fuoco. L'incendio si propagò per 36 ore e tutta Chicago che al tempo era costruita in legno crollò sotto le fiamme. Da quel momento la città divenne l'emblema di una energica rinascita che coinvolse tutti i cittadini. Dal grano al bestiame, dal bestiame al grezzo ferro, dal fuoco fino a quel senso di euforia crescente in una popolazione desiderosa di ricostruzione. E con tale desiderio si stava materializzando l'idea di un passatempo nazionale, un gioco, un carosello di vita che meglio poteva identificare e dare un senso alla rinascita. Pioniere e interprete di questo progetto fu un giovane lanciatore il cui nome si diffonderà come polline al vento diventando il marchio di una delle più prestigiose linee sportive: A. G. Spalding. Spalding arrivò a Chicago al tempo in cui la città non disponeva di confini, anzi non c'erano confini, soltanto una frenesia di costruzione che contaminava le iniziali 500 anime che poi, verso gli inizi del 900, sarebbero diventate 1.000.000. Tutti erano in costante movimento tra 1.300 miglia di binari che si intersecavano con le strade per collegare la North Side con la South Side. Il risultato fu una costante carneficina. Chicago incorpora il moderno dilemma americano. La tensione tra lo stoico individualismo e l'inveterata e tranquilla comunità. Ma la grande frattura della città era tra Nord e Sud, dove le numerose etnie, sempre in crescita, erano in costante ostilità e, appartenere ad una razza, significava essere dei vicini di casa molto scomodi e lontani.

Si è detto che il baseball è Greco, perchè si basa sulla rivalità fra città-stato. Chicago è diversa perchè rispecchia la rivalità tra Nord e Sud. L'astio che corre fra i Cubs e i White Sox è duraturo e talvolta feroce. Ma il luogo e la posizione delle due squadre ha garantito la lealtà e la correttezza tra i tifosi in quanto appartenenti allo stesso suolo sociale, alla stessa radice. Oh, Chicago!, con Michigan Avenue, il Miglio Magnifico, e i suoi appartamenti sulla "Gold Coast" che rappresentano una visione folgorante da togliere il fiato. Oh, Chicago!, dove il giorno più bello per gli innamorati è stato festeggiato con mitra e pallottole.  Sweet Home Chicago, il brano del 1936 di Robert Jonhson, "super-coverizzato" dai più grandi bluesman quali John Lee Hooker, Eric Clapton, Muddy Waters, senza dimenticare l'interpretazione di J. Belushi e D. Aykroyd nel film The Blues Brothers. Oh, Chicago!, c'è tanto baseball, un'alternanza continua di gioie e dolori, una mescolanza tra il dramma di una sconfitta e l'estasi di una WORLD SERIES. Fu proprio nel 1932 a Chicago al Wrigley field che Babe Ruth dichiarò il suo fuoricampo. Fu proprio al Comiskey Park che si materializzò la più grande infamia mai successa nel baseball. Nel 1919 i Sox barattarono le Series e 9 giocatori vennero espulsi a vita dal commissioner Landis. Anche la gloria del baseball di Chicago possiede un aspetto mortificante.

I White Sox del 1906 vinsero la regular season con la media battuta più bassa di tutti (.230) meritando l'appellativo di "hitless wonder" diventando in seguito, poderosi nelle finali. Contro quale squadra?, i Chicago Cubs. Giocatori dalla lunga carriera senza partecipare alle World Series dove si trovano?, a Chicago. Luke Appling 19 anni, Ernie Banks 20 anni, Ted Lyons un record di 21 anni di carriera sportiva senza mai giocare una World Series. Solo a Chicago i Cubs segnarono 5 punti all'11esimo e persero la partita. I Mets ne segnarono 6 nella parte alta della ripresa. Il 18 Giugno 1911 i Sox conducevano per 7 a 0 contro i Tigers. A metà partita per 13 a 1 per poi perdere 16 a 15. Quale squadra concesse 13 punti con 2 out?, i Sox del 1956. Chi perse la partita dopo aver segnato un record di 22 punti?, i Cubs. "Vincere è una vergogna", era lo slogan per le strade di Chicago. Baseball è una dolce emozione ed è una bella esperienza in particolare se lo si osserva da uno stadio ben fatto. E Chicago li ha sempre avuti, ma anche qui, con una differenza. L'ex Comesky Park è idoneo per i lanciatori con il suo ampio prato esterno in grado di assorbire le volate più profonde. Mentre il Wrigley Field con la sua edera crescente al limite del fuoricampo, è più congeniale ai battitori nonostante l'alito del vento sia diretto verso casa base. Sono meravigliosi nell'architettura, come antichi templi in contrasto con i grattacieli ad un passo dalle stelle. Il jazz, il blues e la pizza, da sempre, sono gli stili del baseball, a Chicago.

                                                      WRIGLEY FIELD

Per le strade nei pressi del Wrigley Field altro non si parla che di streghe e fantasmi, di magia, di riti pagani ed ogni sorta di creatura dal mondo delle tenebre. Il suo aspetto sobrio e genuino, con una spiccata impronta bucolica e la sua ancestrale fame di pennant, rendono il Wrigley perfetto per una sorta di esorcismo. E che dire della costante brezza che spira a favore del battitore?. È forse il lamento di dolore delle antiche tribù dei Chippewa, dei Potawatomi, dei Kickapoo sterminate dai soldati governativi?. Si!, Wrigley Field è il centro dei fenomeni inspiegabili, del mistero ricorrente e dell'alito dell'Antico Bisonte. Tanto è successo al Wrigley Field, tanto succede e tanto succederà al Wrigley Field. Ogni evento, ogni battuta, ogni lancio è impresso nelle verdi foglie dell'edera che da quasi un secolo artigliano, stringono e avvolgono in un abbraccio di gelosia il Wrigley Field. Una perfetta scenografia per lo stadio dal fascino quasi tribale e soprannaturale.

Solo al Wrigley Field si è consumato il mistero di due palline in gioco in una partita. Successe nel 1959 durante un confronto tra le squadre dei Cardinals e dei Cubs. Il lanciatore Bob Anderson di Chicago concesse la base per ball a Stan Musial. Il catcher si lamentò con l'arbitro affermando che Musial, sul conteggio di 3 ball e uno strike, aveva fatto un foul ball. Nel frattempo la pallina rotolò dietro allontanandosi dal ricevitore. Musial se ne accorse e dalla prima base iniziò a correre verso la seconda base. Alvin Dark, il terza base di Chicago si precipitò a raccogliere la pallina per assisterla all'interbase Ernie Banks che era andato a coprire la seconda base. Nell'attimo precedente, INSPIEGABILMENTE, l'arbitro consegnò una nuova pallina al lanciatore di Chicago, il quale cercò di eliminare Musial che si stava dirigendo in seconda base. Il tiro fu errato e la pallina finì all'esterno centro. A sua volta Musial, resosi conto della situazione, cercò di guadagnare la terza base, ma venne toccato out da Banks, che aveva ricevuto il tiro dal terza base Alvin Dark. "Dammit!, ci sono 2 palline in campo!. Qual'è quella giusta?. L'arbitro di base dichiarò Musial OUT, perchè venne toccato con la pallina originale di inizio partita. Il manager di St.Louis andò su tutte le furie, ma non successe nulla perchè alla fine i Cardinals vinsero per 4 a 1. La fama e la reputazione del Wrigley Field si è allargata a macchia d'olio come tutto il suo alone di misticismo e superstizione. Nel 1945 il proprietario di una taverna, un certo Billy Goat Sianis si recò allo stadio per acquistare i biglietti per le World Series contro i Detroit Tigers. Aveva con sè una mascotte, come una specie di strega nei panni di un caprone, un animale esoterico in grado di esorcizzare le più nefaste situazioni.

B. Goat e Murphy
Il bigliettaio negò l'ingresso all'animale, il cui nome era "Murphy" perchè il suo odore nauseabondo avrebbe infastidito i tifosi. Allora Billy Goat gettò un maleficio dicendo che la squadra non vincerà mai più fino a quando un altro Murphy-caprone non entrerà nello stadio. Tanto vero, quanto assurdo, la maledizione è tutt'ora incombente. Infatti i Chicago Cubs non vincono una World Series dal 1908. Solo al Wrigley Field si è potuto assistere all'unica e storica partita di 9 riprese senza una battuta valida. Era il 2 Maggio del 1917 allo stadio che al tempo si chiamava Weegham Park. James "Hippo" Vaughan, lanciatore dei Cubs, e Fred Toney, lanciatore dei Cincinnati Reds, si affrontarono in una partita concedendo zero valide agli opposti line-up di battuta. Dopo 9 riprese regolamentari il punteggio era stabile sullo 0 a 0. Gus Getz, terza base dei Reds, si presentò alla battuta all'inizio della 10ima ripresa e venne eliminato al volo da Art Wilson, il catcher dei Cubs. Quindi si presentò a battere Larry Kopf, che ottenne la prima valida dell'incontro. Seguì Greasy Neale che venne eliminato al volo da Cy Williams, l'esterno centro dei Cubs. 2 OUT. È ora il turno di Hal Chase che batte una facile volata in campo esterno, nella zona centro-destra. I difensori, correndo verso la pallina, esitarono nell'effettuare l'eliminazione permettendo ai corridori di arrivare in terza e in seconda base. In battuta si presentò Jim Thorpe, famoso atleta Olimpionico plurimedagliato e anche giocatore di football, il quale realizzò una debole battuta in direzione del lanciatore che frettolosamente raccolse e tirò la pallina verso casa base per prevenire il punto. Thorpe era velocissimo, e non c'era nessuna possibilità di eliminarlo in prima base anche perchè la sua battuta produsse un ampio e alto rimbalzo della pallina. Tuttavia il corridore di terza base rinunciò all'idea di poter segnare il punto. Il ricevitore dei Cubs non si aspettava l'assistenza del proprio lanciatore e la pallina gli rimbalzò sulla pettorina rotolando lontano permettendo al corridore di terza base di segnare il punto che risulterà vincente in quanto i Cubs, essendo squadra di casa, non segnarono e non fecero nessuna valida. Il lanciatore dei Reds vinse una partita lanciando una no-hit di 10 riprese. Il lanciatore dei Cubs perse il confronto anche se statisticamente non era stato responsabile del punto subito. Negli spogliatoi, "Hippo" Vaughan se la prese con il suo catcher e furono coinvolti in una violenta rissa che venne interrotta con l'ingresso del presidente della squadra, Charlie Weegham, che disse: "You're a bunch of dumbasses!", (siete un gruppo di asini).

Al Wrigley Field ci sono i "Bleacher Bums" all'esterno sinistro, un club esclusivo dove i tifosi si presentano in canottiera e le ragazze in bikini e la birra scorre generosa come le acque del Mississippi, non solo negli stomaci dei fans, ma anche sulle teste dei giocatori avversari con particolare predilezione verso quelli dei Mets. Nel 1994 un gruppo di predicatori arrivò allo stadio in compagnia di un altro caprone per porre fine ad una striscia di 12 partite perse in casa. Il gruppo di stregoni assieme al caprone girarono intorno allo stadio diverse volte fino a quando entrarono in campo da un ingresso secondario. Fecero tutto il giro agitandosi con ampi gesti cerimoniali e passarono davanti al bullpen dei lanciatori dei Cubs, dove si stava scaldando Steve Trachsel. I Cubs vinsero 7 a 2 contro i Reds spezzando la sequenza di sconfitte consecutive. Ma la superstizione affligge anche i numeri al sempreverde Wrigley Field. 8-8-88, fu il giorno dove venne disputata la prima partita storica in notturna. Per tanti anni Chicago e i tifosi dei Cubs sono sempre stati contrari a disputare le partite sotto le luci al punto che negli anni 50, il proprietario della squadra consegnò un nuovo impianto-luci ad un team di minor league per mantenere la tradizione del Wrigley. Alla fine dovettero cedere alle continue richieste da parte della Lega di costruire un impianto luci. Ad ogni modo, il malumore dei tifosi generò un onda di negatività e quella partita venne sospesa dopo 3 riprese per...pioggia.

Il Wrigley Field è sempre in crescita senza mai invecchiare, perchè la sconfitta possiede il dolce sapore della condivisione e della vicinanza, perchè la luna e le stelle svelano i loro poteri astrali, perchè l'abbraccio al Wrigley è il forte legame del blues di Chicago e del sole che si tuffa nel lago Michigan. Perchè la corsa sulle basi è l'antico tam-tam delle tribù indiane pronte al più alto sacrificio. Tanto ancora succederà al Wrigley Field perchè si è certi che il silenzio dopo l'attacco rafforza il cuore dell'avversario.