Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

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sabato 17 dicembre 2011

AQUILE E DELFINI

"La Perfezione è una cosa", disse Jake, "però sono sempre convinto che un buon battitore va nel box per girare la mazza e non per prendere i lanci". Loro sono due ragazzi, esperti di baseball nonchè fanatici tifosi. Li avevo incontrati al Rose and Crown per farci una birra e stavano parlando degli Yankees e dei Red Sox oltre a rispondere a quella che è considerata un pò la domanda da un milione di dollari. Tale domanda, anno dopo anno, aumenta sempre di più il suo valore e viene costantemente riproposta. Hanno discusso su Phil Rizzuto, Joe Di Maggio, Mel Parnell, Ellis Kinder e Bobby Doerr per arrivare al punto, quasi obbligatorio, di discutere di colui che è considerato il più grande battitore di sempre. Ted Williams. "Ancora la stessa storia", dice Jake, "Non penso che Williams sia stato il miglior battitore di sempre". "Se non è il migliore", replicò Josh, "Stai affrontando il problema di nominarne uno ancora più bravo". "Hey, stammi a sentire", disse ancora Jake, "Tu mi dici che Williams non batterà mai un brutto lancio e che per fargli girare la mazza bisogna mettere la pallina sopra il piatto altrimenti lui prende la base su ball. Pensi che questo sia sufficiente per giudicarlo il miglior battitore di sempre?. Credo invece che sia una qualità che appartiene a tanti giocatori". "Dico che è il migliore che c'è", aggiunse Josh, "dico che nessuno come lui possiede una meccanica perfetta". "La meccanica è una cosa", ribatte ancora Jake, "Vincere una partita è un'altra. Sai perchè gli Yankees sono stati capaci di neutralizzare Williams?. Perchè sapevano come si comportava nel box di battuta. Il che vuol dire che Williams aspettava un buon lancio da spedire fuori dal campo". "Yes", disse Josh, "Aspettava il lancio buono per fare un homer. Nessuno swing a caso". E Jake, "Solo pazienza e attesa per quel lancio che non è mai arrivato". I grandi battitori vanno nel box per girare la mazza, bello o brutto che sia il lancio, ed hanno vinto tante partite importanti". Josh si agita e dice: "Ruth ha avuto 170 basi su ball in una stagione!". "Esatto", risponde Jake", "ma Ruth andava nel box per girare la mazza specialmente quando c'erano corridori sulle basi". "Nelle World Series del 1921 Ruth è andato strike-out girando un brutto lancio. Williams avrebbe preso la base", replicò Josh. Jake disse: "Ma Ruth andava per girare, Williams per prendere. Ecco perchè Ruth era Ruth e Williams è stato un giocatore che ha giocato per tutta la carriera in una squadra da secondo posto". E qui finisce la discussione. Si prende fiato con un lungo sorso di Guinness. I due boys si allontanano, ma si incontreranno ancora, perchè Williams è stato meglio di Ruth, anzi, Ruth è stato meglio di Williams. Bisogna ammettere che Williams non ha mai fatto nulla nelle partite importanti come le World Series del 1946, i Play Off del 1948 oppure le due partite finali per il titolo di lega del 1949. Forse sono coincidenze, ma sono convinto che è quella la causa e cioè che Williams andava nel box per aspettare un improbabile lancio dell'asino prima di girare la mazza. Lui aspettava il lancio perfetto, l'errore del lanciatore. In questo processo, anno dopo anno, lo Splendid Splinter non ha mai rappresentato una fonte d'ipirazione per i giovani, i tifosi e i mass media come lo è stato Ruth. Meglio Ruth o Williams?. Preferisco Cobb. Dato che ci siamo, facciamo tutti e tre. La questione rimane apertissima perchè il baseball è cambiato, sono cambiati i tempi, i materiali da gioco, i campi, l'approccio e la tecnologia, i metodi di preparazione atletica, la scienza applicata allo sport e alla dietologia, l'aspetto medico e sanitario. Cosa avrebbero fatto Cobb e Ruth se fossero nati nei tempi moderni?. Cosa avrebbe fatto Williams se non avesse interrotto la sua carriera per prestare servizio militare in Korea?. Cosa avrebbe fatto Joe Jackson se non fosse stato espulso a vita per lo scandalo delle scommesse nel 1919?. Quanti atleti di colore non abbiamo potuto ammirare fino al 1947?. E quanti ne avremmo persi se in quello stesso anno i muri della segregazione razziale non fossero stati abbattuti?. E, al contrario, cosa avrebbero fatto le superstar dei nostri tempi se fossero nate nei primi anni del secolo scorso?. Gli interrogativi sono numerosi e probabilmente sarà quasi impossibile fornire risposte esaurienti, ovvero in grado di cancellare qualsiasi ombra di dubbio. Ma è proprio il dubbio e l'incertezza che forniscono il fascino all'Old Game, quel fascino che si mescola all'illusione di potersi sentire sul tetto del mondo dopo aver realizzato l'homer vincente in una partita. Teniamoci questo dubbio come una favola senza fine. In fondo il dubbio non è meno religioso di una preghiera. E se il baseball è l'unica religione senza peccato, non esiste un Dio e non esiste il miglior battitore di sempre ma, come un variopinto arcobaleno, ognuno porta dentro di sè il colore e la gioia di essere parte di un universo che non ha confini, predominio esclusivo del proprio talento e della propria abilità. "Chi è il miglior battitore in assoluto di tutta la storia?". È un eco che rimbomba tra le pareti del Gran Canyon. Alcuni, come aquile, si sono spinti tanto in alto quanto la regina dei cieli, altri, come delfini, hanno cavalcato in moto perpetuo le onde degli oceani.

sabato 5 novembre 2011

TWO AT THE TIME

Bob Forsch, che fu protagonista di due no-hitters ed è il terzo lanciatore più vincente nella storia dei St.Louis Cardinals, è partito per un lungo viaggio Giovedi sera dopo collasso nella sua casa vicino a Tampa, Fla. Aveva 61 anni. La moglie di Forsch, Janice, ha detto al St. Louis Post-Dispatch che l'ex lanciatore è stato vittima di un aneurisma nella parte superiore del torace. Forsch era al Busch Stadium Venerdì scorso, per effettuare il classico lancio cerimoniale prima di gara 7 delle World Series. Con la squadra dei Cardinals, Forsch è stato protagonista di 3 World Series vinte  (82-85-87) ed è l'unico lanciatore nella storia della franchigia ad aver lanciato 2 no-hit.

Matty Alou, un ex campione di battuta MLB, è morto a S.Domingo all'età di 72 anni. Alou ha giocato per 14 anni in Major League dal 1960-74, soprattutto con i Giants e i Pirates. Ha avuto una media battuta in carriera di 307. Era il più piccolo di tre fratelli, pesava appena 72kg. Gli "Alou's Brothers", Matty, Jesus e Felipe fecero storia quando tutti e tre insieme giocarono una partita all'esterno. Era il 10 Settembre del 1963 a New York, quando il manager Alvin Dark fece entrare Jesus a battere per Josè Pagan. Il successivo battitore fu Matty al posto del lanciatore Bob Garibaldi! ed infine fu Felipe ad andare in battuta. Tutti e tre vennero eliminati in successione. Matty Alou vinse la media battuta nel 1966 con 342. Il fratello Felipe arrivò secondo con 327. Anche Matty Alou fece parte dei St.Louis Cardinals nel 1971-72.
RIP.

                                                             NEW KID IN HAVEN
"There's a new kid in town", così cantavano gli Eagles nel 1976 in un famoso brano quando uscì quel meraviglioso album dal titolo "Hotel California". "È la fugace e volubile natura dell'amore e del romanticismo", dirà Don Henley lead-singer della band. Allo stesso modo Gary Carter ha intrapreso il suo viaggio d'eternità, rapidamente nell'amore dei familiari e di tutti coloro che lo conoscevano. Un Hall of Famer, non solo come giocatore ma anche come uomo, come padre di famiglia e come esempio di impegno sociale. "The Kid", come veniva soprannominato, non ha risparmiato nemmeno una goccia della sua energia per diffondere la gioia, la devozione e la passione verso il gioco. Senza di lui i Mets non avrebbero vinto le drammatiche World Series del 1986 contro i Boston Red Sox. Non è stato Bill Buckner a perdere la partita col suo clamoroso errore, ma è stato Gary Carter a vincere, col suo entusiasmo e la sua presenza. "Solo The Kid, è riuscito a guidare un parco lanciatori così giovane come quello dell'86". disse Davey Johnson, al tempo manager dei Mets, "Lui era il vero allenatore, scriveva e prendeva appunti su tutti i battitori della National League. Il suo sorriso e la sua gioia verso la vita sono stati contagiosi per tutta la squadra e i tifosi.
                                                  2 FEBBRAIO 2012.
Verso la recinzione che delimita il confine del campo è arrivato Gary Carter seduto in una "golf cart", 10 minuti prima di inizio partita. Opening Day. Nonostante la sua malattia il manager ha voluto essere presente in questa serata speciale. "Tutto bene?", chiese ai ragazzi che nel frattempo avevano "sprintato" verso di lui circondandolo con entusiasmo. Era il loro manager, la loro ispirazione. "Let's get a win tonight!", disse Carter stringendo la mano ad ogni giocatore. "Voleva essere qui, con i suoi ragazzi", disse Kimberly, "È stanco e affaticato, ma quando si tratta di baseball mio padre trova tutta l'energia che serve, come in questo momento."
SABATO FEBBRAIO 18 2012 11:56 PM EST
Così scrive Kimberly, la figlia di Carter, nel suo "Journal", un diario completo dove è stata monitorata la vita del padre da quando gli è stato diagnosticato il tumore al cervello.
GARY EDMUND CARTER "The Kid" 57, ha raggiunto il Signore il 16 Febbraio. Dopo 37 anni di matrimonio ha lasciato sua moglie Sandy, i suoi 3 figli e 3 nipoti. Gary è entrato nella Hall of Fame nel 2003, dopo 19 brillanti stagioni in Major League Baseball. È conosciuto come uno dei più forti ricevitori di tutta la storia del Baseball, fu proprio lui a portare i Mets a vincere le WS nel 1986 grazie alla sua valida con due out alla nona ripresa. Gary lascia dietro di di sé un patrimonio incredibile in tanti ambienti sportivi per le sue capacità atletiche, per le opere di carità e per la sua fede incrollabile. È il fondatore della "GARY CARTER FOUNDATION", che è stata determinante nella raccolta di fondi e nel processo di sensibilizzazione verso malattie come la leucemia, diabete giovanile, il "Progetto Autismo", e fornendo risorse educative a beneficio delle scuole locali. La famiglia desidera porgere un particolare ringraziamento alle magnifiche persone dell'Ospedale di Palm Beach County, per aver dato comodità, conforto e sostegno a Gary nelle ultime settimane di vita". Continua il brano degli Eagles, e la voce di Glenn Frey si aggiunge a quella di Henley "...Quando lo guardi negli occhi, la musica comincia a danzare...".
                              
                                         SO LONG...MY FRIEND!

G.Millay
Gar was so sweet, he was a strong man like a Canadian Maple tree. He had blue eyes like the sea meets the sky where you could feel his heart beatin' for baseball. He was so devoted to the game as he was in life to his wife and his daughters. His desire and dedication was second to none...always ready to play, always ready to give everything he had to win ballgames...always ready to turn you up painting a smile on your face. A great companion on and off the field, an extraordinary partner of those morning workouts. Thanks Gar!. You made me love this game more than i did before.

Gar Millay è deceduto il 2 Luglio 2011 all'ospedale di S.Diego. Aveva solo 46 anni. Colpito da un tumore al cervello lascia la moglie e tre figli. Giocò per tre anni in AAA ad Oklahoma (Texas Rangers). Venne ingaggiato dal Rimini nel 1992. Insieme al lanciatore Tim Birtsas (ex Major con i Cincinnati) fu una pedina vincente per la squadra che vinse il titolo in finale contro il Bologna. Insieme a Gar passavo tutte le mattine al campo per lavorare sulla battuta usando il batting tee e la macchina lanciapalle. Durante questa fase, Gar impostava la velocità della macchina al minimo, proprio per aver tutto il tempo da dedicare alla meccanica di battuta. Nella fase successiva invece tutto il contrario, ovvero velocità massima per l'esecuzione di decine e decine di bunts. Grazie a questa impostazione di allenamento quell'anno vinsi la Media Battuta con .442 e ottenni nel mese di Luglio la 1.000esima valida in carriera. Fu proprio Gar il primo a complimentarsi con me per il "piccolo milestone" raggiunto come se anche lui ne facesse parte. In realtà era proprio così. So long Gar!. Later my friend!
1992
                                                 Leaders  Regular Season 1992



lunedì 3 ottobre 2011

THE ROOKIE

J.Morris e D.Quaid
Da quando avevo quattro anni ho sempre sognato di essere un lanciatore di Major League, un desiderio talmente forte che andavo a dormire col guantone stretto al petto pensando ai grandi stadi sommerso dalle tribune colme di tifosi. Dopo tanti anni di partite con gli amici nei prati dietro casa, nelle scuole superiori e al college, ho avuto la mia grande occasione nel 1983 quando l'organizzazione dei Milwaukee Brewers mi selezionarono al primo turno del draft. Dopo un anno di Minor League cominciai a sentire forti dolori al braccio. Fui operato al gomito con un delicato intervento di ricostruzione del tendine e passai tutta la stagione a scaldare la panchina. L'anno successivo lanciai solo per quattro partite quando mi infortunai anche alla spalla e dovetti tornare in sala operatoria. Nel 1988 fui messo da parte dall'organizzazione di Milwakee e passai tutto l'anno a sostenere un intenso programma di riabilitazione. Durante la primavera del 1989, mentre facevo riscaldamento durante il pre-game, sentii qualcosa cedere dentro la mia spalla. Un legamento si era sfilacciato. Avevo solo 25 anni e la mia carriera era finita senza mai essere cominciata, senza mai essere stato in Major League. Tornai a casa in Texas pensando che, se non potevo più giocare, sarei tornato all'università per prendere il diploma di insegnante di scuola. In seguito venni sottoposto ad un altro intervento chirurgico alla spalla per rimuovere tre schegge di osso dall'articolazione. Per la prima volta dopo alcuni anni non sentii più il dolore al braccio sinistro e pensai che forse avrei potuto fare un ultimo e disperato tentativo per rientrare nell'ambiente del baseball. Così iniziai ad allenare qua e là, facendo anche delle sessioni di batting practice dove io stesso lanciavo dal monte per allenare i battitori. Ecco come sono finito alla Scuola Reagan County High, dove insegnavo scienze e allenavo la squadra locale. Ho avuto il mio bel da fare perchè la squadra, negli ultimi tre anni, aveva vinto solo 9 partite in totale. Eppure vidi che tra i ragazzi c'era un potenziale da all-star team. Infatti avevano solo bisogno di lavorare di più e di sentire qualche incoraggiamento perchè ogni volta che perdevano era molto difficile per loro potersi risollevare dalla frustrazione della sconfitta. Mi piaceva allenare perchè volevo aiutare i ragazzi a superare i momenti difficili. La mia breve carriera da giocatore mi aveva insegnato ad accettare le sfide senza mai arrendersi. Un giorno, nell'Aprile del 1998, dopo un duro allenamento, feci sedere i giocatori sull'erba del prato esterno per fare due chiacchere. "Credetemi ragazzi, so quanto sia difficile", dissi mentre guardavo le loro facce sudate e stanche. "Ma non si può mollare proprio per questo. È necessario fissare degli obiettivi da raggiungere. Va bene sognare, meglio ancora sognare in grande". Uno dei miei lanciatori si alzò e disse. "E tu, Coach?, i tuoi sogni?, non avete ancora voglia di giocare nelle Major Leagues?". Io sorrisi scuotendo la testa. "Ho consegnato quel sogno ad un tempo passato", risposi. "Mi sono sposato, sono un insegnante, ho avuto figli. Ora sono qui per fare il coach. E non rimpiango nulla. Sono proprio dove il Signore mi vuole". I ragazzi non erano convinti. "Sappiamo quanto ti piace giocare a baseball, Coach", disse uno di loro. "Nel modo con cui lanci dovresti essere in Major", un altro disse scherzando. Ci fu qualche risata, ed io accolsi quella situazione e stando al gioco risposi: "A te non piace fare allenamento in battuta sotto il sole caldo". Ad ogni modo il mio discorso era stato recepito e i ragazzi da quel momento iniziarono  ad allenarsi con grinta e intensità. Volevano vedermi inseguire un sogno, anche se ormai l'avevo lasciato alle spalle. Amavo essere un insegnante e un allenatore. Alla fine feci un patto con loro. "Okay, okay", dissi, "se voi ragazzi raggiungete i playoff quest'anno, proverò a fare un try out per una squadra di major league. Ma dovete capire che il mio tempo per giocare è finito". Ero sicuro che non avrei mantenuto la mia promessa perchè nessuna squadra di baseball della storia di Reagan County aveva mai fatto i playoff. Col passare del tempo seppi che la squadra di Tampa sosteneva dei camp di selezione aperti per tutti i giocatori. In più, con sorpresa, notai che la mia squadra era in piena competizione per disputare i Play Off. Fu così che dovetti mantenere la promessa fatta ai miei ragazzi e andai alla Howard Payne University di Brownwood. Incontrai Doug Gassaway, lo stesso scout che mi aveva scoperto 17 anni prima. "Hai portato alcuni dei tuoi figli per un provino?", mi chiese. Io gli risposi che ero lì per me, e gli spiegai la promessa che avevo fatto alla mia squadra. Doug rise, e fu anche contento di inserirmi nel programma della lista dei giocatori da visionare. Fui ultimo, a titolo di cortesia. C'erano circa 50 o 60 giovani che giravano con i loro guanti e tacchetti. Guardavo questi ragazzi, e pensai: "Che cosa ci faccio qui?. Ho 35 anni, per l'amor del cielo, mi sento come un pensionato". Infine, venne il mio turno. "Dai, Jim, è il tuo momento, fai in fretta", disse Doug, desideroso di tornare a casa. Aveva visto alcuni buoni giocatori, ma nessuno particolarmente promettente. "My God", ho pregato, "fammi uscire da questa situazione con la mia dignità intatta, almeno i ragazzi sapranno che ho provato". Cominciai a lanciare, e dopo tre o quattro lanci mi resi conto che il braccio stava bene. Nessun dolore e mano a mano che andavo avanti notai che dietro la rete si era formato un gruppo di persone che controllavano la pistola radar per vedere la velocità dei miei lanci. "Forse c'è qualcosa che non va", mi domandai. Al termine del provino il catcher si avvicinò a me e con gli occhi spalancati mi disse: "Hai lanciato a 98 miglia". "No way", risposi. In passato, nei miei tempi migliori ho raggiunto a mala pena 88 mph. "Hanno anche verificato con una seconda pistola radar", concluse il catcher. Poi Doug si avvicinò, sorridendo. "Se tu fossi dieci anni più giovane...". "Non voglio", dissi, interrompendo Doug. "Sono sconcertato Jim", aggiunse lo scout, "Realisticamente, non so cosa posso fare. Ma ci proverò, ti farò sapere". C'era un messaggio in attesa per me quando arrivai a casa. Doug voleva che sostenessi un ulteriore try out fra un paio di giorni, per vedere se riuscivo a lanciare di nuovo così forte. Mi recai sul luogo e lanciai la palla a 95 mph. "Siamo pronti a firmare, Jim", mi disse. "Dovrai essere a San Petersburg per gli allenamenti". Avevo poco tempo e i pensieri e le cose da fare erano tante. Io e mia moglie Lorri ne parlammo. "Potrebbe veramente essere dove Dio mi sta guidando?", le chiesi mentre eravamo seduti al nostro tavolo della cucina. Pensavo di essere proprio dove mi voleva. "Non lo so, Jimmy", rispose Lorrie. "Forse ha portato di nuovo questo sogno per un motivo". Le mie visioni, ormai sepolte, di giocare in grandi campionati tornarono a rivivere dentro di me. Mi sentivo come un ragazzo nuovo. Ma era diverso adesso che ho una famiglia e un buon lavoro. Potevo rischiare tutto su un sogno?". So che questo non è ciò che abbiamo previsto", disse Lorri, "Comunque ce la farò da sola ad aver cura dei nostri figli". "Ci sono un sacco di domande senza risposta", continuai, "Non so dove andrò a finire col gioco, per quanto tempo resteremo lontani l'uno dall'altra e non so se sarò in grado di supportare la nostra famiglia con quello che pagano nelle Leghe Minori". Due giorni dopo, con la benedizione di mia moglie, ero a San Petersburgh, per rimettermi in forma. Non sapevo cosa aspettarmi, ma si è rivelato più duro del previsto e ho lanciato più veloce di quando avevo 19 anni. Dopo due settimane fui inviato ad Orlando in doppio A, per poi passare in Triple A a Durham. Nel mese di settembre, il campionato si era concluso, e terminai con un record di 3 e 2, con una salvezza e 22 strikeouts in 28 innings. Ho dato del mio meglio, ed ero soddisfatto della mia prestazione. Nello stesso giorno, mentre preparavo le valige per tornare in Texas, ricevetti una telefonata per presentarmi negli spogliatoi della squadra dei Tampa Bay in Major League. Ero sbalordito. Sabato, 18 settembre ero sulla lista dei giocatori della squadra di Tampa Bay, il rookie più vecchio degli ultimi 30 anni. Giocammo contro i Texas Rangers quel giorno nel loro stadio di Arlington, un paio d'ore di macchina da casa mia. All'ottavo inning con due out, venni chiamato per lanciare. Avevo il cuore in gola e non credo di aver preso un respiro da quando ho lasciato il bullpen, ma sono riuscito ad eliminare Royce Clayton con quattro lanci. Un milione di pensieri correvano nella mia testa quella notte. A mia moglie, ai miei figli e ai ragazzi della squadra e alle parole dette a loro. "Va bene sognare, e ancora meglio sognare in grande". Questo è ciò che può accadere quando si desidera un sogno. Basta non volerlo accelerare e lasciarlo maturare nel tempo. Il regista John Lee Hancock ha fatto di questa storia un piccolo gioiello. Una pellicola dal titolo Un Sogno una Vittoria, The Rookie. Il film uscì nel 2002. Fu l'attore Dennis Quaid ad interpretare il lanciatore Jim  Morris.

domenica 25 settembre 2011

IL BASEBALL È BLUES

Il Baseball è musica e armonia. Il Blues è musica e armonia, il Baseball è Blues. Tutto inizia con una B. È il blues di Tim Hudson, che dopo un intervento chirurgico di trapianto del legamento del gomito rientra in Major League. Dopo tante sofferenze e riabilitazione registra il suo 1600imo strike-out e la 10.000ima vittoria della franchigia dei Braves. È il blues di Dallas Braden che dopo aver perso la mamma portata via dal cancro, va a vivere con sua nonna col dolore nel cuore. Dalla sedia a rotelle la nonna lo incita per continuare a giocare a baseball. Il 9 Maggio del 2010, Mother's day, Dallas Braden effettua 109 lanci, 77 strikes contro la squadra di Tampa e ottiene la 19esima Partita Perfetta nella storia delle Major Leagues. È il blues di Brett Gardner, quando visita lo Stanley Children's Hospital, dove conosce la nipote di Babe Ruth. Alyssa gli racconta di quando il nonno promise un homer ad un ragazzo malato. Gardner la conosce, lei ha 18 anni e deve subire un trapianto di cuore. Nel suo letto di ospedale, Alyssa regala un braccialetto a Gardner e gli dice che lui farà un fuoricampo nella partita della serata. Il blues continua perchè Gardner non è titolare. Al suo posto gioca Johnny Damon a sinistra. Alyssa è davanti al televisore e sorride. A metà partita Damon viene espulso dall'arbitro, il manager Girardi si rivolge a Gardner "You're in!, Brett". Con due strike Gardner realizza una volata all'esterno sinistro, un doppio. Ma la palla prende un brutto rimbalzo e si  allontana dal difensore che la rincorre. Brett vola verso la terza e vede il suggeritore che lo incita a continuare la corsa per casa base. Brett arriva in scivolata. È un punto. È un fuoricampo interno. Alyssa è contenta. È il blues di Bengie Molina che viene trasferito ai Texas Ranger per far posto in squadra a Buster Posey. Un altro giocatore sarebbe amareggiato, ma non Bengie "È stata una mossa giusta, Buster è un catcher più bravo di me", dice Molina, dopo tanti anni a S.Francisco. È il Blues di Josh "The Natural" Hamilton, quando crack e cocaina si insinuarono nel suo mondo allontanandolo dai verdi prati d'estate, dalla moglie Katie e dalla piccola Julia. Anche in questo caso, le note del blues arrivarono alla nonna che ospitò Josh con la promessa di andare in un centro di riabilitazione. E così fu. The Natural si avvicinò ancora ai campi da baseball con i suoi homers, ma più di tutto ritrovò la vicinanza della moglie e della piccola Julia. È il blues di Torii Hunter che da piccolo doveva chiedere da mangiare ai vicini di casa perchè il padre drogato spendeva tutti i soldi e viveva in casa a lume di candela, senza elettricità. Ma Torii ama suo padre, il suo sogno si è avverato. È riuscito a strapparlo da quel tunnell e ora siede sulle tribune per guardare il figlio che gli ha restituito ciò che gli apparteneva: la dignità di un padre.

È il blues di Scott McClain con le sue lacrime e le 80 telefonate per comunicare che il sogno si è realizzato. Il primo giorno di Settembre viene chiamato dai S.Francisco Giants. È nel line-up, ottiene un homer. La prima delle tante telefonate è diretta alla moglie Jennifer: "Ce l'abbiamo fatta!", dice il giocatore. Scott McClain è un rookie, Scott McClain ha 36 anni. È il Blues italiano, quello di Alex Stallion Liddi, il rookie di S.Remo che gioca nei Mariners, i cui occhi hanno visto soltanto 23 primavere. Baseball è il Blues, il Blues è Bello!. C'è un altro blues qui da noi, è la Baby Band Blues, i terribili ragazzi della squadra di Nettuno, che in finale riescono a far tremare le solide fondamenta di uno squadrone massiccio e potente come quello di S.Marino. È il blues dei tifosi che si accalcano allo Steno Borghese animati da quello che mesi prima non si sarebbero mai aspettato. È il blues di Stevie, Jimi, Janis, Dwane, Howling, B.B...È il blues di Filippo e Maurizio, che nelle pieghe della notte, mentre danzano le stelle, ci aiutano a rimanere saldamente in contatto con un mondo dove i sogni si possono realizzare. Il baseball è il Blues di tutti quanti noi, senza distinzione tra credenti e non credenti, senza distinzione tra razze e colori della pelle. È il blues di coloro che pensano e sono consapevoli che essere obbedienti non rappresenta una virtù, ma una subdola tentazione.

B come base-ball, B come bambini, B come base, B come bat, B come battuta, B come Bunt, Balk, Blues, "Babe", Baker, Banks, Berra, Bench, Boggs, Brett, B come bere, B come birra. La tradizione del gioco ha molto in comune con l'assunzione di questa voluttuosa bevanda le cui origini risalgono a oltre 3000 anni fa. Gli antichi Egizi ne conoscevano le virtù terapeutiche ancor prima di quelle inebrianti. Mescolata ad altre sostanze, ad esempio la cera, veniva usata come agente protettore della pelle. Mescolata con miele di acacia veniva usata come anticoncezionale. Col passare del tempo la fabbricazione e il consumo di birra hanno acquistato una popolarità sempre in crescita presso tutte le civiltà che si sono avvicendate nel corso della storia. La sua colorazione giallo-oro permise alle popolazioni di paragonare la birra ad una sorta di bevanda divina. Nei primi decenni del secolo scorso, negli anni del proibizionismo in USA, la vendita di whiskey e superalcolici venne vietata e il consumo di birra salì in modo esponenziale tanto da entrare nella vita quotidiana di tutti i cittadini. La diversa mescolanza di luppolo, avena, malto e grano ha dato l'opportunità agli amanti della birra, di poter scegliere il colore, il gusto e la gradazione. Non è una novità che un bicchiere di birra aiuta le donne in gravidanza per l'apporto di vitamine specialmente del gruppo, guarda caso,"B". Tornando al baseball, sono tante le storie e gli aneddoti, talvolta simpatici, che hanno legato giocatori e squadre alla birra. Era ormai abitudine certa che i giocatori dei Chicago White Sox negli anni 70', durante le trasferte in aereo, potevano disporre di due bottiglie di birra dopo le partite. Non ci volle molto a capire che questa quantità fu, a dir poco, inopportuna e facilmente modificabile. Infatti al termine delle partite, spesso e volentieri, i giocatori si esibivano in un vero e proprio assalto ai supermercati, per potersi accaparrare casse di birra. Un giorno Early Wynn aveva lanciato e perse la gara per 1 a 0. Wynn era un solitario, non beveva alcoolici e di solito si sedeva nella zona centrale dell'aereo lontano dai rumorosi compagni di squadra che, tra una birra e l'altra, giocavano a carte nei posti a sedere in fondo all'aereo. Ad un certo punto Wynn si alzò, e dirigendosi verso i compagni, iniziò ad insultarli con un bel linguaggio condito di fuck e shit sottolineando il fatto che non erano stati capaci di segnare nemmeno un punto mentre per le birre erano sempre in vantaggio. L'unica risposta che ottenne dai compagni di squadra fu quella di stare attento alle bottiglie sparse per terra perchè poteva farsi male se inciampava su una di esse. Fu allora che Wynn, seccato e irretito da quell'atteggiamento ironico, pensò di fare un dispetto ai teammates. Si sedette accanto a loro e cominciò a bere tutte le birre. Inutile dirlo, ma il povero Wynn venne riaccompagnato in spalla verso il suo posto a sedere dove Early sonnecchiò fino a Chicago. Chuck Goggin, utility man della squadra dei Braves, ricorda il coinvolgimento in un  beer contest avvenuto a  Spokane. Il manager Tom Lasorda, dopo una sconfitta per 18 a 0 contro Eugene, chiuse a chiave gli spogliatoi con tutta la squadra all'interno. Appoggiò due casse di birra sul tavolo e disse che aveva ordinato altre 10 casse. Quindi aggiunse che nessun giocatore poteva uscire fino a quando tutte le birre non fossero state consumate. Non si era mai visto tanti giocatori piacevolmente puniti dopo una sconfitta del genere. Erano circa le 11 di sera. Tutti iniziarono a bere compreso i giocatori ai quali non piaceva la birra perchè furono obbligati a farlo. Dopo aver svuotato circa 5 casse di birra, tutti iniziarono ad aver fame e allora Lasorda ordinò 30 pizze che pagò di tasca sua. Erano circa le 2 del mattino e si beveva birra e si mangiava pizza. Al termine di questa riunione post-partita, Lasorda, alle 2 e 30 aprì gli spogliatoi augurando a tutti i giocatori  un buon riposo. Sapete cosa successe il giorno dopo?. La squadra vinse per 12 a 1.

Un altro grande alleato dell'Old Game è stato il taBacco. Bisogna fare un passo molto, ma molto indietro quasi alle origini del gioco per capire l'influenza che ha avuto questa pianta nel creare, o meglio aggiungere, notorietà non solo al gioco e agli atleti, ma anche all'inizio di quella attività, che in seguito sfocerà in una vera e propria mania, ovvero, la collezione di figurine. Ok!, siamo d'accordo, creare profitto e guadagnare soldi era l'obiettivo principale dell'industria del tabacco, ma l'idea geniale di associare il prodotto all'immagine di un giocatore su un cartoncino, ha dato modo alla ToBacco Inc. di poter abbracciare una larga fascia di persone, dal bambino amante delle figurine dei suoi campioni, all'adulto fumatore e collezionista. Possedere tante figurine da poter raccogliere in un album è una passione che rimane per sempre. Al contrario, una pubblicità sul giornale o incollata su un manifesto a muro finisce nella spazzatura. La famosa figurina, T206 di Honus Wagner, è stata valutata presso i collezionisti, oltre $2.500.000. La sua rarità è dovuta al fatto che interruppero la produzione a causa di un mancato accordo economico  tra il giocatore e la Company del TaBacco e non, come erroneamente riportato, per il fatto che Honus non voleva associare la sua immagine alle sigarette. La conferma sta nel fatto che il grande interbase era un masticatore di tabacco. Questo stop della produzione ha permesso alla figurina di salire di quotazione in modo esponenziale. Ah!, il tabacco da fumare, da masticare, da mettere  nella pipa. I sigari, le sigarette, i sacchettini da mettere sulle gengive degli incisivi avvolgendoli col laBBro inferiore creando una Buffa espressione sul volto!. In un modo o nell'altro il tabacco è stato, insieme alla divisa, parte del corredo di tanti giocatori di baseball. Si può inoltre affermare che l'uso e consumo ne hanno determinato un pò quella scala di valori creando delle vere e proprie caste sociali. Il sigaro era esclusivo delle persone altolocate e Borghesi, le sigarette erano più operaie, i mozziconi appartenevano ai poveracci e agli studenti. Nelle scuole superiori la frase classica era: "lasciami il cicco!". Hollywood non è stata da meno, rappresentando il taBacco e il fumo di sigaretta come un'immagine di fascino,  mistero e seduzione, il tutto impreziosito dall'aggiunta del  Bocchino per sigarette, un vero accessorio a disposizione di donne fatali e sensuali. E l'OLD GAME?, cosa centra in tutto questo?. Sport e sigarette non si sposano eppure il ruolo del taBacco si è sempre più delineato come un grande alleato dei Ballplayers. Dagli inizi del secolo scorso queste foglie, arrotolate o sminuzzate, hanno accompagnato i players nel raggiungimento di traguardi prestigiosi e storici. A parte i masticatori, Dizzie Dean era solito farsi una paglia prima di lanciare. Ricordiamo le immagini di Babe Ruth, che si allenava alla battuta con un sigaro in bocca. Rabbitt Maranville 24 stagioni in Majors, dal 1912 al 1935, durante una partita venne eliminato nel tentativo di raggiungere la terza base. Il coach gli disse: "Perchè non hai scivolato?", e Rabbit rispose: "Cosaaaa?, romperne uno nuovo da 50 cent?". Mise le mani in tasca e tirò fuori un bel sigaro profumato. Babe Herman dei Dodgers negli anni 30, era stufo dei giornalisti che lo dipingevano come un buffone e durante un'intervista, davanti al reporter tirò fuori dalla tasca un sigaro. Il giornalista gli diede da accendere ma Babe iniziò a fumare perchè il sigaro era già acceso. Il giorno dopo sui giornali c'era scritto, "Se non è un buffone un giocatore che tiene un sigaro acceso in tasca, cosa devo dire?". Roger Maris si affidava alle sigarette per alleviare la pressione di quei famigerati 61 HR stagionali, un record che ha resistito per quasi mezzo secolo, e J. Di Maggio, e Y.Berra, fino ad  arrivare ai tempi moderni con K.Hernandez, D.Parker,  J.Leiland, R.Allen. Alle Olimpiadi di LA-84, fui ospite nell'ufficio di Tom Lasorda, attrezzato con tutti i comfort,  un vero e proprio appartamento dotato perfino di rubinetti da Bar per la Birra. Arrivò  Bill Russell, shortstop, che mi condusse nel magazzino delle mazze, di cui conservo il penetrante odore del legno. Più tardi ritornammo nell'ufficio di Lasorda per una fresca birra appena spillata. Entrò Steve Yager, l'imponente catcher dei Dodgers di quel tempo. Aveva una schiena spessa e larga, indossava una maglia stracciata che arrivava appena sopra l'ombelico, lasciando scoperti i muscoli lombari che sembravano dei  quarti di vitello. Senza guardare nessuno disse: "Hi coach!", dirigendosi verso il rubinetto della Birra con un calice vuoto in mano. Le sue laBBra semichiuse accarezzavano una marlBoro penzolante sul lato sinistro della Bocca. Yager riempì il suo calice e se ne andò. Tutto inizia con una B...e...anche questo Blog inizia con una B.




giovedì 15 settembre 2011

IT'S JUST A GAME

È SOLO UN GIOCO. L'espressione presa con il suo vero significato, ne ha acquistato uno più profondo e sarcastico. Viene definito un gioco, ma parecchie volte assume una dimensione amara, un serio affare dove la frase Il Baseball è il Gioco della vita, si può sostituire con Il Baseball è il Gioco della morte. Vita e Morte?. Certamente. Guardate quello che è successo in Europa e Sud America a proposito del calcio, un vero bollettino di guerra, e ci si rende conto che si può perdere la vita anche assistendo ad una semplice gara sportiva. Football, basketball, hockey e baseball hanno generato risse anche molto violente, dove parecchi giocatori hanno subito gravi infortuni obbligandoli ad un ricovero ospedaliero. Ci sono diversi elementi di pericolo nel baseball, come ad esempio un lancio addosso al battitore, o una scivolata in base con gli spikes che sfregiano la gamba del difensore. Anche il lanciatore si trova in una posizione di estremo pericolo, è già successo che sia stato colpito da un line-drive. L'elemento che più di ogni altro esaspera il grado di pericolosità è senza dubbio l'accanito desiderio di vincere, cioè quel desiderio che genera uragani di emotività. Coloro che deridono gli adulti che giocano col cuore da bambini, forse non sanno di cosa si tratta. Il bisogno di vincere è importante per l'atleta che ha la massima dedizione, così come allo stesso modo è importante il tocco preciso di una nota da parte di un musicista, oppure la perfetta tonalità di colore scelto dall'artista. Interpretare gli sports e i giochi in modo delicato e attento, è divertente per il proprio essere, ma è anche dannatamente serio. Ma è soltanto un gioco. SOLTANTO UN GIOCO?. Chiedetelo a Reggie Smith, che per due volte ha sentito la terra contro la faccia cadendo per evitare due lanci di Bob Humphrey. Voleva combattere, ma qualcuno ha minato alla sua vita. Lasciò il box di battuta per dirigersi verso il monte di lancio. Nessuno può permettersi di usare il suo corpo come bersaglio. Ma altri arrivarono prima di lui e i giocatori si ammucchiarono sul campo. L'arbitro intervenne mentre il massiccio Frank Howard, slugger dei Washington, sovrastava tutti con i suoi 2.06mt di altezza e 135kg di muscoli. Nessun pugno è stato sferrato, nessuno si è fatto male e nessuno è stato espulso. Questa volta la rissa è stata evitata. Ma la prossima volta?. Perchè R.Smith è stato bersagliato?. L'evidenza è chiara. Smith era un forte battitore, i Senators stavano perdendo e nella precedente partita il lanciatore dei Red Sox, Sonny Bert, aveva colpito Howard e polverizzato Ken McMullen. Rappresaglia?. Vendetta?. Vero, tanto nella vita quanto nel gioco. Qualche giorno dopo Ray Culp, lanciatore dei Boston, colpì per ben due volte Don Wert dei Detroit, che aveva realizzato le uniche due battute valide della partita. Intimidazione?. Vero, sia nella vita quanto nel gioco. Il giorno successivo Mickey Lolich di Detroit colpì Carl Yastrzemski dei Boston. L'arbitro ammonì Lolich che si giustificò dicendo che Wert era stato messo KO per ben due volte. Yankees e Boston non vanno certo per il sottile quando si tratta di darsele sonoramente. Nel 1967, T. Tillotson colpì J. Foy nella seconda ripresa. Quando, alla nona ripresa, il pitcher degli Yankees si presentò a battere Jim Longborg lo colpì in pieno. "Non potevo permettergli di lasciare il campo dopo aver colpito uno della mia squadra", disse Longborg. Entrambe le panchine si svuotarono. Petrocelli e Pepitone ingaggiarono un incontro di boxe. Reggie Smith sollevò il corpo di Tillotson e lo sbattè per terra. Sembrava che ci fosse lotta per tutto il campo. Quindi la pace, con Petrocelli che disse: "Io e Pepitone stavamo scherzando, siamo amici e spesso ci punzecchiamo" a vicenda". Quella fu una rissa abbastanza normale, tanta confusione ma nessuno si fece veramente male. Quello che successe a Los Angeles nel 1965 invece fu qualcosa di sanguigno. Juan Marichal dei Giants, aprì la testa di John Roseboro colpendolo con la mazza. Un lancio in direzione della tempia fu la causa di tutto. L'unica differenza è che il lancio proveniva dal catcher Roseboro. "Tirò la pallina colpendomi l'orecchio di striscio", disse Marichal. Il lanciatore dei Giants fece tre giri di mazza e uno di questi colpì Roseboro provocandogli un taglio sulla testa. Marichal venne sospeso per una settimana con una multa di $ 2.000 e Roseboro lo citò in giudizio per $ 110.000. E quello che successe a George Moriarty?. Divertente. G.Moriarty (1885-1964), giocò terza base per Chicago e Detroit dal 1903 (19 anni) fino al 1916. In seguito divenne arbitro dal 1917 al 1940. In entrambi i ruoli, di giocatore e arbitro, Moriarty fece parlare di sè specialmente dopo aver messo KO per ben tre volte, in tre occasioni diverse, il campione della cattiveria Ty Cobb. Moriarty divenne tanto temuto e rispettato al tempo che una volta durante una partita rubò la seconda base arrivando in scivolata. Il lancio del ricevitore lo colpì alla schiena e Moriarty, rialzandosi di scatto, iniziò a urlare, "Chi mi ha colpito con un pugno?". I difensori scapparono via. In qualità di arbitro, Moriarty non perse il suo carattere grintoso. A Cleveland nel 1932, Moriarty era arbitro capo. Stanco delle continue proteste dei giocatori di Chicago, si diresse verso la panchina e disse loro che se volevano discutere lui li avrebbe aspettati sotto le tribune a fine partita. Il lanciatore Milt Gaston terminò in ospedale col naso rotto.
La stessa sorte capitò al manager Lew Fonseca e al catcher Charlie Berry i quali terminarono stesi per terra. Nella sua biografia, Hank Greenberg, Hall of Famer, ricorda Moriarty perchè lo difese dai continui insulti che arrivavano dai giocatori dei Cubs. Greenberg era ebreo, e anche in quella occasione Moriarty si avvicinò alla panchina dei Chicago. Non si sa cosa disse ai giocatori, ma da quel momento smisero di insultare Greenberg. Well, it's just a game folks.

mercoledì 7 settembre 2011

BONING THE BAT

Da quando l'uomo primitivo raccolse un pezzo di legno per difendersi dagli attacchi della tigre dai denti a sciabola, capì l'enorme forza e il piacere di possedere una mazza. Da Robin Hood, alla mitologica scure di Paul Bunyan, alla clava di Ercole fino al martello di Thor, gli uomini della leggenda hanno sempre adorato stringere un manico, talvolta arrotolato con bende, per colpire l'avversario o il nemico da distruggere. Asce, accette, bastoni e badili col passare del tempo e con l'aiuto della tecnologia hanno subìto una riduzione delle loro dimensioni senza comprometterne la forza distruttrice e la soddisfazione di sferrare un bel colpo secco e preciso. Tali sensazioni sono familiari nello sport dove l'attesa per i nuovi modelli di mazze è sempre vissuta con estremo interesse sia nell'Hockey quanto nel Golf e non di meno nel baseball. Quale sarà il nuovo modello di mazza da coccolare e da nascondere al sicuro, lontano da pericolose mani infedeli?. Non c'è nulla di più noioso di una mazza sbagliata. Tutte le mazze servono per giocare a baseball, tutte le mazze servono ai battitori, ma UNA è quella che fa per voi. La mazza giusta è quella con un bilanciamento perfetto che non fa avvertire il peso, è la trave che sorregge l'anima dei ballplayers, la compagna da stringere a da proteggere. Oltre al guantone, la mazza è l'oggetto di maggior interesse nell'equipaggiamento di un ballplayer. "Se stai cercando dei guai, prova a toccare la mia mazza", disse George Scott dei Boston Red Sox. Di tutte le cose inanimate dello sport, come palle, scarpe, guanti, caschi ed ogni tipo di imbracatura, niente è così strettamente personale e onnipresente come una odorosa Louisville Slugger. Entrare in un magazzino con centinaia e centinaia di mazze da baseball, vederle sagomate partendo da un rude pezzo di legno d'acero, o di hickory, noce americano, il legno preferito di B.Ruth e L. Gerhig, o di frassino, il legno preferito da Ted Williams e J. DiMaggio, per poi essere sistemate in ordine di peso e grandezza, tutte belle lucidate, è un esperienza unica come l'abito indossato da una affascinante modella durante una sfilata di moda.
 Tutte le mazze sono per i giocatori, ma solo una è per il battitore, e quell'unica mazza sarà, per sempre, un amore eterno. "Ogni mazza si sente in modo diverso, anche se appartengono allo stesso modello", disse Roy White degli Yankees. Il forte esterno era uno dei tanti giocatori in grado di percepire la differenza di peso della mazza, anche di pochi grammi. "Una volta feci 5 su 5, con 5 tipi diversi di mazze", continua White, "Continuavo a cambiarle perchè non le sentivo bene nelle mani. Dopo aver ottenuto un 3 su 3 dissi a me stesso che forse era meglio continuare a cambiare mazza". Tommy Agee dei Mets ebbe la stessa sensazione e cambiò ben 22 mazze nel suo 22-game hitting streak. Ken Singleton affermò che era stato il peggior hitting streak della storia perchè Agee era in slump e per questo cambiava mazza tutte le volte. Spesso, nuvole minacciose offuscano l'azzurro e limpido cielo dell'universo delle mazze di legno. Come nel Far West, sto parlando di legno fuorilegge, di delinquente ricercato, di Wanted Wood. Ci sono state persone e atleti che hanno modificato le mazze rendendole più micidiali al contatto con la pallina. Artiglieria Mafiosa? Nessun numero seriale?. Greg Nettles, ruppe la sua mazza dopo aver effettuato una debole battuta al volo. Dal bastone rotto uscirono 6 palline di gomma durissima (paragonabili a quelle che noi chiamiamo palline-magiche), il catcher Bill Freehan di Detroit le raccolse indicando Nettles come prossima vittima di un plotone d'esecuzione. Mazza illegale equivale ad essere un automatico-eliminato. "What a hell", disse Nettles a Freehan, "Con una battuta del genere sarei stato eliminato in ogni caso". Diversi giocatori hanno usato mazze truccate in particolari momenti della partita. Niente di più facile. Con un trapano si pratica un foro sulla testa della mazza, si inserisce del sughero ben pressato e si richiude il foro sigillandolo con del legno plastificato. Earl Weaver disse che a New Orleans tutte le mazze della squadra erano truccate e lui stesso fece 6 homers in un mese. Quando gli arbitri se ne accorsero entrarono nello spogliatoio della squadra come se fossero dei poliziotti antisommossa, presero le mazze, le portarono sul campo e davanti a tutti i tifosi, con furia devastatrice le spaccarono tutte. "Volevo piangere", disse Weaver attuale manager degli Orioles (siamo nel 1979). Certamente non si può dire all'arbitro di controllare la mazza ogni volta che uno si presenta a battere perchè dovrebbe portare con sè una sega. Ma ci sono situazioni in cui un recidivo viene tenuto sotto osservazione, e in un momento cruciale della partita è facile sentire "Hey arbitro, dai un'occhiata alla sua mazza". Successe a Norm Cash di Detroit mentre si dirigeva nel box di battuta, con punteggio pari e corridore in terza base. Weaver avvisò l'arbitro di controllare la mazza e Cash fece prontamente dietrofront per dirigersi verso la panchina e cambiare la mazza. Risultato?. Fuoricampo di Cash. Nel 1978 Hal McRae dei Royals venne accusato più volte di usare mazze truccate. Gli arbitri, insospettiti, segarono più volte le mazze incriminate. ma il risultato fu quello di trovare solo segatura sparsa per terra. In Minor League vi fu l'abitudine di inserire all'interno della mazza un tubo riempito parzialmente con mercurio. La sostanza, essendo  pesante, garantiva un impatto devastante sulla pallina. Il fatto curioso era che, tenendo la mazza in verticale, la stessa sembrava più leggera. Ma quando iniziava lo swing, il mercurio si spostava all'interno del tubo per effetto della forza centrifuga e la mazza diventava più pesante col risultato di ottenere legnate più lunghe. Il Sig. Mercurio non giocò mai in Major League, pur possedendo una mazza invincibile. Anche l'universo della conservazione delle mazze  è lontano dall'essere semplicemente prosaico. Durante l'inverno, Frankie Frisch teneva le sue mazze nel fienile come fossero prosciutti. Honus Wagner invece, aveva un approccio scientifico e per evitare il deperimento del legno dovuto principalmente a fattori climatici, teneva le sue mazze a bagno nel CREOSOLO, sostanza disinfettante derivata dal petrolio meglio nota col nome di IDROSSIMETILBENZENE oppure METIL-FENOLO. Frank "Home Run" Baker, prima base dei Phillies, non rivelò mai il suo unguento segreto per conservare al meglio le mazze. Jimmy Frye di Baltimore era più grezzo e rustico. Lui insaponava le mazze con olio motore. Altri giocatori sbattevano la mazza contro superfici dure per meglio compattare il legno. "OH!, the baseball bat", con le venature sottili, con le venature larghe. Ogni giocatore ha la sua scelta e ha la sua teoria di conservazione per mantenerla sempre fresca e vivace, se vuoi che ti dia il meglio.

Verso la metà del secolo scorso, vi fu un notevole aumento della produzione di mazze di legno di frassino. Essendo più leggero dell'hickory, il frassino si adattava meglio per essere usato anche dai giocatori che non disponevano di forza bruta come quella di B.Ruth, J.Foxx, K.K.Keller, J.Jackson, L.Gerhig, H.Wilson. Ma col passare del tempo, il frassino tendeva a sfogliarsi, perdendo così la sua compattezza. Ecco allora che i giocatori iniziarono una nuova attività che prese il nome di Boning The Bat, ossia sfregavano la testa della mazza con un grande osso di bovino appena macellato, ripristinando così la giusta densità al legno di frassino. In seguito venne usato un cilindro di porcellana e al giorno d'oggi gli stessi produttori di mazze come la Louisville Slugger dispongono di uno specifico attrezzo per ossare le mazze prima della consegna.

Babe Herman (1903-1987) esterno dei Brooklyn Dodgers, era sempre alla ricerca di mazze diverse da usare. Una volta chiese al bat-boy di andare a prendere una dozzina di mazze. Quando il bat-boy ritornò, Herman esaminò le mazze provandole con qualche swing a vuoto e disse "No, non le voglio, mi servono mazze più pesanti". Il bat-boy raccolse le mazze e le riportò nello spogliatoio. Una settimana più tardi Herman chiese ancora al bat-boy di portare delle mazze. Il ragazzo andò nello spogliatoio e prese le stesse mazze della settimana precedente. Herman ne provò qualcuna. "Finalmente, ecco le mazze che volevo". Si rivolse al bat boy e disse: "Fai un ordine di 2 dozzine per me".

domenica 28 agosto 2011

MORDIMI IL SEDERE

Nel baseball si sa, sono tanti i giocatori che si affidano alle cure del trainer o a quelle mediche in seguito agli infortuni riportati durante l'attività agonistica. Ogni anno, quella che si chiama disabled list, rappresenta la nota dolente di tanti managers i quali sperano all'inizio del campionato di avere tutta la squadra in salute almeno per buona parte della stagione. Dall'altra parte la disable list rappresenta una fonte di speranza per tanti Minor Leaguers che vedrebbero la possibilità di un avanzamento di categoria oltre all'opportunità di farsi notare per poter agguantare un ingaggio nella Major League. Gli infortuni sono frequenti specialmente negli sport dove predomina il contatto fisico. Il baseball non è uno sport propriamente violento, tuttavia le percentuali di rischio infortunio non sono da sottovalutare in quanto il lancio della pallina e lo swing della mazza rappresentano movimenti esplosivi che impegnano anche legamenti e tendini. Tutti sanno ormai che i lanciatori sono inclini ad accusare dolori al braccio in particolare alla spalla e al gomito. Altresì i battitori i quali risentono dei dolori provocati dalla rotazione delle anche, dolori che si trasmettono alla schiena, ai polsi, ed anche alle ginocchia. Tutto questo senza tener conto che una pallina battuta assume rotazioni ed effetti talvolta improvvisi e il rischio di un rimbalzo falso con brutte conseguenze al volto non è trascurabile. Aggiungiamo anche i contatti tra corridore e ricevitore talvolta dolorosi e pericolosi per non parlare di qualche lanciatore smaliziato che tira al corpo del battitore e qualche corridore che scivola con la gamba alzata. Insomma, alla fine questo gioco è pericoloso tanto quanto attraversare un fiume con i coccodrilli. Ma gli infortuni ai giocatori di baseball non avvengono solo in campo, ma anche fuori dallo stesso e quando ciò avviene, nella sua triste dimensione, l'infortunio, assume un risvolto divertente e curioso per non dire quasi biasimevole. È il caso di Sammy Sosa, che in seguito ad uno starnuto gli si bloccò la schiena e fu costretto a stare a letto per 2 giorni. Ma l'infortunio più clamoroso successe a Glenallen Hill esterno dei Toronto, nel 1990. Hill stava dormendo ed ebbe un incubo che riguardava i ragni. Si, avete letto bene, lo scrivo ancora: incubo con i ragni. La fobia di Hill nei confronti di questi insetti lo portò ad azioni violente nel sonno al punto che saltò giù dal letto e cominciò a sbattere il suo corpo contro il muro come se volesse liberarsi dai ragni. La moglie, svegliatasi di soprassalto chiamò l'ambulanza perchè il marito era sanguinante alla testa alle braccia e alle gambe. Finalmente Hill si accasciò per terra ferito e con diversi tagli su tutto il corpo. Lo portarono all'ospedale e successivamente la moglie tornò a casa per pulire il sangue che non era di nessun ragno. "Stavo sognando quelle bestiacce", dirà in seguito Glenallen. "Non sto scherzando, volevo liberarmene al più presto". Nel 1990 David Wells, lanciatore, mentre era sonnambulo ruppe il vetro della finestra della camera da letto con la mano con cui lanciava. "Difficile riposare la notte". Altri non hanno avuto molta fortuna nemmeno di giorno. John Smoltz, lanciatore di Atlanta, si ustionò il petto indossando una T-Shirt che era stata pressata col calore per imprimere il nome della squadra. Ruben Sierra si infortunò alla gamba nel tentativo di salvare il figlio sulla scala mobile di un centro commerciale. Von Hayes, esterno dei Phillies, andò in disabled list perchè si tagliò un dito con una sega rotante nel tentativo di ripararla. Scivolò e per proteggersi dallo strumento allungò il braccio infortunandosi. Questi bizzarri infortuni non sono senza precedenti. "Take me out to the ballgame, ma non fatelo in taxi. Il consiglio di non chiudere la portiera del taxi prima di essere completamente usciti dal veicolo, non è stato seguito alla lettera. John Smiley dei Pittsburgh si infortunò alla mano chiudendola nella portiera di un taxi. Non lanciò per un mese, mentre la squadra stava battagliando per vincere il titolo di lega. Lo stesso accadde a Nolan Ryan. Mariano Duncan dei Cincinnati soffrì di cervicale perchè prese un taxi con gli schienali bassi e senza poggiatesta. Casey Stengel addirittura venne investito da un taxi a Boston che gli costò la rottura della gamba e due mesi lontano dai campi da baseball. Alan Trammell di Detroit si travestì da Frankenstein durante l'Halloween Party. Cadde dai trampoli infortunandosi alla gamba. Sempre Trammell, si stava accomodando al tavolo in un ristorante quando Dave Rozema, suo compagno di squadra, innavvertitamente tolse la sedia e il povero Trammell cadendo si infortunò alla schiena. Per di più possedeva un oggetto di vetro nella tasca posteriore che si ruppe e qualche frammento si infilzò nel suo sedere. Il 3 Settembre del 1988 il seconda base Lou Whitaker si infortunò ai legamenti del ginocchio mentre stava ballando ad un party con amici. Attenzione ai catchers dei Mets. Barry Lions nel 1987 andò a sbattere contro il lanciatore John Tudor dei Cardinals nel tentativo di effettuare una presa al volo in territorio foul. Tudor venne ricoverato col ginocchio rotto. Lo stesso accadde a Danny Cox sempre dei Cardinals il quale riportò una leggera frattura all'anca. Entrambi gli episodi avvennero nel giorno di Pasqua. Se Barry Lions è in circolazione, state lontano dai foulballs. Un altro catcher dei Mets, Mackey Sasser prese una sedia e si sedette posizionando una gamba della sedia sopra l'alluce del lanciatore Doc Gooden...OUCH! CHE MALE!. Bobby Ojeda, altro lanciatore mancino dei Mets, si tagliò la mano sinistra mentre potava la siepe di casa sua. Tutti ricordano Vince Beep-Beep Coleman, velocissimo esterno dei St.Louis. Prima di Game 4 dei Play Off del 1985, gli addetti alla manutenzione del campo azionarono la macchina che stende il telone protettivo in caso di pioggia. Coleman era sul campo e, non accorgendosi della macchina, venne investito dalla stessa e il giocatore si infortunò al ginocchio.
Venne portato in ospedale col taxi, ma il cab ebbe un incidente che peggiorò la condizione di Coleman. Anche questo è il baseball, dove gli infortuni fanno parte di questo mondo costellato di pazzia e ingenuità. Fate molta attenzione ai taxi, ai catchers, e soprattutto quando volete coricarvi per un buon riposo notturno. Per ultimo, ecco un infortunio veramente storico. Clarence Blethen era un giocatore di Minor League, che fece un paio di apparizioni in Majors durante i suoi 18 anni di carriera. Ebbene, Clarence detiene un record. È l'unico giocatore della storia che è riuscito a mordersi il sedere, si, il suo culo. Blethen era un lanciatore che portava la dentiera e quando saliva sul mound se la toglieva e la metteva nella tasca dietro. Durante una partita andò in battuta dimenticandosi la dentiera in tasca. Avvenne nel 1923 quando Blethen giocò per i Boston. Fu l'unica volta che arrivò in base e, scivolando in seconda, la sua dentiera gli morsicò il sedere. Venne sostituito per sanguinamento alla natica dovuto al suo morso.
             

lunedì 18 luglio 2011

IL GRANDE SPIRITO

L'evocazione del grande spirito e il volo dell'aquila non hanno cessato di esistere e rivivono quotidianamente nei ballpark del Nord America. Il baseball è tremendamente popolare in tutti i continenti dando prova di una vera anima universale che viene celebrata ogni anno. Questa anima ha un nome e si chiama Globalizzazione che non ha nulla a che vedere con la "guerra fredda" di un mercato in competizione dove capitali economici generano profitti soltanto per pochi eletti, attraverso un criterio vampiresco usato per succhiare sangue alla povera gente. No!. La globalizzazione dell'Old Game è il punto d'incontro di una solidarietà ritrovata, del buon senso comune e dell'appartenenza alle varie origini, alle varie culture e all'attaccamento millenario verso la nostra Terra. Asiatici, Europei, Australiani, Sud Americani, uomini bianchi, neri, meticci e creoli, tutti praticano il gioco della vita. Ma c'è un'altra etnia, affascinante e misteriosa, tanto cara ai nostri cuori di fanciulli, che fa parte di questo sogno quotidiano. Nonostante la devastazione e lo sterminio da parte degli europei è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante e a scrivere capitoli significativi nella storia dell'Old Game. Questa etnia è rappresentata dagli Indiani, i pellerossa, quelli di "Toro Seduto", di "Geronimo", di "Orso Bianco", di "Cavallo Pazzo" di "Aquila Rossa". Tribù come i Sioux, gli Apache, i Comanche, i Seminoles e tante altre, si resero protagoniste nella storia americana per aver opposto il coraggio di fronte all'avanzata del "viso pallido" conquistatore.

Ai grandi capi indiani vennero riconosciute doti quali l'astuzia, l'intelligenza e la grande strategia nelle battaglie sostenute per la libertà. Addirittura vi fu un capo indiano di nome Giuseppe, della tribù dei "Nasi Forati", che fu un grande combattente. La sua abilità nella guerriglia viene spesso ricordata ancora oggi nella base militare americana di West Point. Sappiamo tutti come finì quella guerra, conosciamo tutti le crudeltà perpetrate ai danni dei nativi. Tante furono le vittime da entrambe le parti e alla fine i "visi pallidi" ebbero la meglio. Si impossessarono dei territori degli Indiani relegando i superstiti in piccole zone del continente nord-americano che vennero chiamate Riserve. Col passare degli anni, fino ai nostri giorni, la comunità indiana è cresciuta e tutt'ora rappresenta un robusto movimento nel tessuto sociale americano, sempre presente nel rivendicare e nel promuovere i diritti e la giustizia nei confronti delle etnie più deboli. Lo spirito di Manitou, il possente frastuono della corsa del bisonte e i canti crepuscolari degli indiani da sempre hanno contribuito a creare fascino e mistero. Non di meno nei Ballpark di tutta l'America, dove la presenza di giocatori appartenenti a varie tribù di indiani ha contribuito enormemente all'inserimento dei pellerossa nella società americana. Molti conoscono la storia dell’integrazione dei giocatori di colore nel baseball, ma pochi sanno quella dei nativi americani. I fans di tutto il mondo conoscono le due squadre di MLB, i Cleveland Indians e gli Atlanta Braves. Entrambi i nomi, compreso i logos, si riferiscono agli Indiani d'America, anche se non hanno alcun legame con la cultura tribale. Ci sono tante squadre, anche nelle Leghe Minori, il cui stemma identificativo rappresenta una figura stilizzata di un pellerossa. Sono poche le persone che conoscono i nomi di Charles Bender o Louis Sockalexis, leggendari giocatori di baseball con chiare origini indiane. I nativi vennero a contatto con il baseball nei primi decenni dell’ottocento. Gli esploratori Lewis e Clark, durante il loro viaggio nel Nord America, cercarono di insegnare una prima versione del gioco agli indiani di Nez Perce che erano delle tribù della regione del Pacific Northwest. Anche i prigionieri indiani giocavano a baseball e il più importante fu il guerriero Apache Geronimo a Fort Sill, in Oklahoma. Alla fine del 1800, gli adolescenti pellerossa furono portati via con la forza dalle loro famiglie per essere civilizzati, come si diceva, nelle scuole lontano dalle riserve. Per i ragazzi indiani, il baseball fu uno strumento di integrazione e capirono che era sicuramente un modo per sopravvivere. Il 22 aprile del 1897 Louis Sockalexis , della tribù di Penobscott, divenne il primo degli Indiani d'America a giocare a baseball nella massima lega con i Cleveland Spiders nell’American Association. Sei anni più tardi Chief Bender, uno Ojibwe, fu il primo a giocare nell'American League e fu il primo ad essere eletto nella National Baseball Hall of Fame.

Le Tribù indiane ebbero una lunga tradizione nel gioco del baseball, sia fuori che dentro le riserve. Dai primi anni del '900, ai giorni nostri, ci sono stati tanti giocatori di Major League con chiare origini pellerossa, considerati mezzosangue, come Gene Bearden, Johnny Bench, Howie Fox, Nippy Jones, Ernie Koy, Roy Meeker, Willie Stargell, Joseph Tipton, Jim Toy, Thurman Tucker, Virgil Trucks, Zack Wheat e Early Wynn.
Jacobus "Jim" Franciscus Thorpe, figlio di un irlandese e madre pellerossa,tribù Sac e Fox, fu sicuramente l'atleta più famoso. Ottenne  grandissima fama anche fuori dagli Stati Uniti vincendo due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon. Grande atleta, dotato di forza e velocità, Thorpe fu anche una stella del football americano a livello universitario e professionistico. Giocò nella Major League baseball con i New York Giants, Milwaukee Brewers, Cincinnati Reds e Boston Braves. Thorpe è l'unico atleta di tutti i tempi ad aver realizzato 3 homers in una gara in 3 diversi Stati Americani. Tutto avvenne durante una partita di semi-pro, in uno stadio costruito al confine con Texas-Oklahoma-Arkansas. Il primo homer venne realizzato a sinistra e la pallina rimbalzò in  Oklahoma. Il secondo homer sorvolò la recinzione a destra e la pallina rimbalzò in Arkansas. Il terzo homer fu un Inside the park, per cui la pallina rimase in Texas. I titoli olimpici del 1912 gli furono ritirati proprio per aver giocato a baseball da professionista, e gli vennero restituiti postumi dal CIO solo nel 1983. Moses Yellow-horse, un Pawnee, è considerato da molti storici come il primo mezzosangue indiano a giocare in formazioni di baseball professionistico. Moses giocò con i Pittsburgh Pirates per due anni dal 1921. Rimase anche famoso perché nella stagione del 1922 colpì Ty Cobb con un lancio in mezzo agli occhi. Questo episodio venne provocato da Cobb che, posizionandosi vicino al piatto, insultò l'indiano con frasi razziste. Ci sono stati nella storia del baseball quattordici ballplayers comunemente chiamati Chief o semplicemente soprannominati chief. Al contrario dei giocatori neri alcuni players Indiani giocavano nei campionati più importanti già da decenni. Per la cronaca, nel 1924 venne riconosciuta ai pellerossa la cittadinanza statunitense. I nativi subirono nel mondo del baseball un mix di razzismo e di accettazione, anche se, a differenza dei neri, venne concesso a loro di poter giocare. Tuttavia, in quegli anni, gli indiani erano pur sempre considerati come dei selvaggi. Attualmente ci sono due fenomenali giocatori pellerossa al servizio della MLB. Uno è Jacoby Ellsbury, esterno dei Boston Red Sox, appartiene alla tribù Navajo. L'altro è Joba Chamberlain, un mezzosangue della tribù Winnebago che lancia per i New York Yankees. Con i Cardinals di St. Louis gioca il lanciatore Kyle Lohse della tribù dei Nomlaki. Questi tre, al momento in cui scrivo, sono gli unici Indiani d'America nelle Major Leagues. A seguire, ecco l'elenco di tutti i pellerossa che hanno giocato in MLB. AUGH!!

               

domenica 10 luglio 2011

WRIGLEY FIELD

 Chicago racchiude una scheggia all'interno di una delle sue ampie spalle. La scheggia si trovava lì ancor prima che un elegante reporter, A.J.Liebling, con fermezza chiamò la città col nome di "Second City". Ma quella scheggia venne carbonizzata perchè la città visse la sua prima esperienza di vita col fuoco. Se Phoenix è la "Wrong City", Chicago di certo "is the right one" poichè risorge dalle sue proprie ceneri. Ma il fatto è che Chicago aveva già un nome, un nome che i nativi Seminoles gli avevano dato. Checagou, cipolla selvatica. Ogni città con un nome del genere dovrebbe essere amarognola più che delicata o dolce. Chicago lo è, come lo è la Chicago del baseball. In America si sa, una organizzazione di Major League all'interno di una città è come un fiore, robusto in eterno che cresce alimentato dalla diversità sociale, dai suoi attriti e dalla sua solidarietà. E' modellato e definisce la sua città. Chicago possiede due fiori e sono proprio così, ma con una differenza. Ognuno di essi è cresciuto per sviluppare una diversa Chicago pur appartenendo alla stessa radice.

La storia della "Second City" iniziò con una calamità. Era l'8 Ottobre del 1871, Mr O'Leary, ubriaco o negligente, questo non lo sapremo mai, lasciò la lanterna accesa nel fienile mentre stava mungendo una mucca. Ad un tratto l'animale diede un calcio alla lanterna e tutto il fieno prese fuoco. L'incendio si propagò per 36 ore e tutta Chicago che al tempo era costruita in legno crollò sotto le fiamme. Da quel momento la città divenne l'emblema di una energica rinascita che coinvolse tutti i cittadini. Dal grano al bestiame, dal bestiame al grezzo ferro, dal fuoco fino a quel senso di euforia crescente in una popolazione desiderosa di ricostruzione. E con tale desiderio si stava materializzando l'idea di un passatempo nazionale, un gioco, un carosello di vita che meglio poteva identificare e dare un senso alla rinascita. Pioniere e interprete di questo progetto fu un giovane lanciatore il cui nome si diffonderà come polline al vento diventando il marchio di una delle più prestigiose linee sportive: A. G. Spalding. Spalding arrivò a Chicago al tempo in cui la città non disponeva di confini, anzi non c'erano confini, soltanto una frenesia di costruzione che contaminava le iniziali 500 anime che poi, verso gli inizi del 900, sarebbero diventate 1.000.000. Tutti erano in costante movimento tra 1.300 miglia di binari che si intersecavano con le strade per collegare la North Side con la South Side. Il risultato fu una costante carneficina. Chicago incorpora il moderno dilemma americano. La tensione tra lo stoico individualismo e l'inveterata e tranquilla comunità. Ma la grande frattura della città era tra Nord e Sud, dove le numerose etnie, sempre in crescita, erano in costante ostilità e, appartenere ad una razza, significava essere dei vicini di casa molto scomodi e lontani.

Si è detto che il baseball è Greco, perchè si basa sulla rivalità fra città-stato. Chicago è diversa perchè rispecchia la rivalità tra Nord e Sud. L'astio che corre fra i Cubs e i White Sox è duraturo e talvolta feroce. Ma il luogo e la posizione delle due squadre ha garantito la lealtà e la correttezza tra i tifosi in quanto appartenenti allo stesso suolo sociale, alla stessa radice. Oh, Chicago!, con Michigan Avenue, il Miglio Magnifico, e i suoi appartamenti sulla "Gold Coast" che rappresentano una visione folgorante da togliere il fiato. Oh, Chicago!, dove il giorno più bello per gli innamorati è stato festeggiato con mitra e pallottole.  Sweet Home Chicago, il brano del 1936 di Robert Jonhson, "super-coverizzato" dai più grandi bluesman quali John Lee Hooker, Eric Clapton, Muddy Waters, senza dimenticare l'interpretazione di J. Belushi e D. Aykroyd nel film The Blues Brothers. Oh, Chicago!, c'è tanto baseball, un'alternanza continua di gioie e dolori, una mescolanza tra il dramma di una sconfitta e l'estasi di una WORLD SERIES. Fu proprio nel 1932 a Chicago al Wrigley field che Babe Ruth dichiarò il suo fuoricampo. Fu proprio al Comiskey Park che si materializzò la più grande infamia mai successa nel baseball. Nel 1919 i Sox barattarono le Series e 9 giocatori vennero espulsi a vita dal commissioner Landis. Anche la gloria del baseball di Chicago possiede un aspetto mortificante.

I White Sox del 1906 vinsero la regular season con la media battuta più bassa di tutti (.230) meritando l'appellativo di "hitless wonder" diventando in seguito, poderosi nelle finali. Contro quale squadra?, i Chicago Cubs. Giocatori dalla lunga carriera senza partecipare alle World Series dove si trovano?, a Chicago. Luke Appling 19 anni, Ernie Banks 20 anni, Ted Lyons un record di 21 anni di carriera sportiva senza mai giocare una World Series. Solo a Chicago i Cubs segnarono 5 punti all'11esimo e persero la partita. I Mets ne segnarono 6 nella parte alta della ripresa. Il 18 Giugno 1911 i Sox conducevano per 7 a 0 contro i Tigers. A metà partita per 13 a 1 per poi perdere 16 a 15. Quale squadra concesse 13 punti con 2 out?, i Sox del 1956. Chi perse la partita dopo aver segnato un record di 22 punti?, i Cubs. "Vincere è una vergogna", era lo slogan per le strade di Chicago. Baseball è una dolce emozione ed è una bella esperienza in particolare se lo si osserva da uno stadio ben fatto. E Chicago li ha sempre avuti, ma anche qui, con una differenza. L'ex Comesky Park è idoneo per i lanciatori con il suo ampio prato esterno in grado di assorbire le volate più profonde. Mentre il Wrigley Field con la sua edera crescente al limite del fuoricampo, è più congeniale ai battitori nonostante l'alito del vento sia diretto verso casa base. Sono meravigliosi nell'architettura, come antichi templi in contrasto con i grattacieli ad un passo dalle stelle. Il jazz, il blues e la pizza, da sempre, sono gli stili del baseball, a Chicago.

                                                      WRIGLEY FIELD

Per le strade nei pressi del Wrigley Field altro non si parla che di streghe e fantasmi, di magia, di riti pagani ed ogni sorta di creatura dal mondo delle tenebre. Il suo aspetto sobrio e genuino, con una spiccata impronta bucolica e la sua ancestrale fame di pennant, rendono il Wrigley perfetto per una sorta di esorcismo. E che dire della costante brezza che spira a favore del battitore?. È forse il lamento di dolore delle antiche tribù dei Chippewa, dei Potawatomi, dei Kickapoo sterminate dai soldati governativi?. Si!, Wrigley Field è il centro dei fenomeni inspiegabili, del mistero ricorrente e dell'alito dell'Antico Bisonte. Tanto è successo al Wrigley Field, tanto succede e tanto succederà al Wrigley Field. Ogni evento, ogni battuta, ogni lancio è impresso nelle verdi foglie dell'edera che da quasi un secolo artigliano, stringono e avvolgono in un abbraccio di gelosia il Wrigley Field. Una perfetta scenografia per lo stadio dal fascino quasi tribale e soprannaturale.

Solo al Wrigley Field si è consumato il mistero di due palline in gioco in una partita. Successe nel 1959 durante un confronto tra le squadre dei Cardinals e dei Cubs. Il lanciatore Bob Anderson di Chicago concesse la base per ball a Stan Musial. Il catcher si lamentò con l'arbitro affermando che Musial, sul conteggio di 3 ball e uno strike, aveva fatto un foul ball. Nel frattempo la pallina rotolò dietro allontanandosi dal ricevitore. Musial se ne accorse e dalla prima base iniziò a correre verso la seconda base. Alvin Dark, il terza base di Chicago si precipitò a raccogliere la pallina per assisterla all'interbase Ernie Banks che era andato a coprire la seconda base. Nell'attimo precedente, INSPIEGABILMENTE, l'arbitro consegnò una nuova pallina al lanciatore di Chicago, il quale cercò di eliminare Musial che si stava dirigendo in seconda base. Il tiro fu errato e la pallina finì all'esterno centro. A sua volta Musial, resosi conto della situazione, cercò di guadagnare la terza base, ma venne toccato out da Banks, che aveva ricevuto il tiro dal terza base Alvin Dark. "Dammit!, ci sono 2 palline in campo!. Qual'è quella giusta?. L'arbitro di base dichiarò Musial OUT, perchè venne toccato con la pallina originale di inizio partita. Il manager di St.Louis andò su tutte le furie, ma non successe nulla perchè alla fine i Cardinals vinsero per 4 a 1. La fama e la reputazione del Wrigley Field si è allargata a macchia d'olio come tutto il suo alone di misticismo e superstizione. Nel 1945 il proprietario di una taverna, un certo Billy Goat Sianis si recò allo stadio per acquistare i biglietti per le World Series contro i Detroit Tigers. Aveva con sè una mascotte, come una specie di strega nei panni di un caprone, un animale esoterico in grado di esorcizzare le più nefaste situazioni.

B. Goat e Murphy
Il bigliettaio negò l'ingresso all'animale, il cui nome era "Murphy" perchè il suo odore nauseabondo avrebbe infastidito i tifosi. Allora Billy Goat gettò un maleficio dicendo che la squadra non vincerà mai più fino a quando un altro Murphy-caprone non entrerà nello stadio. Tanto vero, quanto assurdo, la maledizione è tutt'ora incombente. Infatti i Chicago Cubs non vincono una World Series dal 1908. Solo al Wrigley Field si è potuto assistere all'unica e storica partita di 9 riprese senza una battuta valida. Era il 2 Maggio del 1917 allo stadio che al tempo si chiamava Weegham Park. James "Hippo" Vaughan, lanciatore dei Cubs, e Fred Toney, lanciatore dei Cincinnati Reds, si affrontarono in una partita concedendo zero valide agli opposti line-up di battuta. Dopo 9 riprese regolamentari il punteggio era stabile sullo 0 a 0. Gus Getz, terza base dei Reds, si presentò alla battuta all'inizio della 10ima ripresa e venne eliminato al volo da Art Wilson, il catcher dei Cubs. Quindi si presentò a battere Larry Kopf, che ottenne la prima valida dell'incontro. Seguì Greasy Neale che venne eliminato al volo da Cy Williams, l'esterno centro dei Cubs. 2 OUT. È ora il turno di Hal Chase che batte una facile volata in campo esterno, nella zona centro-destra. I difensori, correndo verso la pallina, esitarono nell'effettuare l'eliminazione permettendo ai corridori di arrivare in terza e in seconda base. In battuta si presentò Jim Thorpe, famoso atleta Olimpionico plurimedagliato e anche giocatore di football, il quale realizzò una debole battuta in direzione del lanciatore che frettolosamente raccolse e tirò la pallina verso casa base per prevenire il punto. Thorpe era velocissimo, e non c'era nessuna possibilità di eliminarlo in prima base anche perchè la sua battuta produsse un ampio e alto rimbalzo della pallina. Tuttavia il corridore di terza base rinunciò all'idea di poter segnare il punto. Il ricevitore dei Cubs non si aspettava l'assistenza del proprio lanciatore e la pallina gli rimbalzò sulla pettorina rotolando lontano permettendo al corridore di terza base di segnare il punto che risulterà vincente in quanto i Cubs, essendo squadra di casa, non segnarono e non fecero nessuna valida. Il lanciatore dei Reds vinse una partita lanciando una no-hit di 10 riprese. Il lanciatore dei Cubs perse il confronto anche se statisticamente non era stato responsabile del punto subito. Negli spogliatoi, "Hippo" Vaughan se la prese con il suo catcher e furono coinvolti in una violenta rissa che venne interrotta con l'ingresso del presidente della squadra, Charlie Weegham, che disse: "You're a bunch of dumbasses!", (siete un gruppo di asini).

Al Wrigley Field ci sono i "Bleacher Bums" all'esterno sinistro, un club esclusivo dove i tifosi si presentano in canottiera e le ragazze in bikini e la birra scorre generosa come le acque del Mississippi, non solo negli stomaci dei fans, ma anche sulle teste dei giocatori avversari con particolare predilezione verso quelli dei Mets. Nel 1994 un gruppo di predicatori arrivò allo stadio in compagnia di un altro caprone per porre fine ad una striscia di 12 partite perse in casa. Il gruppo di stregoni assieme al caprone girarono intorno allo stadio diverse volte fino a quando entrarono in campo da un ingresso secondario. Fecero tutto il giro agitandosi con ampi gesti cerimoniali e passarono davanti al bullpen dei lanciatori dei Cubs, dove si stava scaldando Steve Trachsel. I Cubs vinsero 7 a 2 contro i Reds spezzando la sequenza di sconfitte consecutive. Ma la superstizione affligge anche i numeri al sempreverde Wrigley Field. 8-8-88, fu il giorno dove venne disputata la prima partita storica in notturna. Per tanti anni Chicago e i tifosi dei Cubs sono sempre stati contrari a disputare le partite sotto le luci al punto che negli anni 50, il proprietario della squadra consegnò un nuovo impianto-luci ad un team di minor league per mantenere la tradizione del Wrigley. Alla fine dovettero cedere alle continue richieste da parte della Lega di costruire un impianto luci. Ad ogni modo, il malumore dei tifosi generò un onda di negatività e quella partita venne sospesa dopo 3 riprese per...pioggia.

Il Wrigley Field è sempre in crescita senza mai invecchiare, perchè la sconfitta possiede il dolce sapore della condivisione e della vicinanza, perchè la luna e le stelle svelano i loro poteri astrali, perchè l'abbraccio al Wrigley è il forte legame del blues di Chicago e del sole che si tuffa nel lago Michigan. Perchè la corsa sulle basi è l'antico tam-tam delle tribù indiane pronte al più alto sacrificio. Tanto ancora succederà al Wrigley Field perchè si è certi che il silenzio dopo l'attacco rafforza il cuore dell'avversario.

venerdì 24 giugno 2011

BASEBALL FOOD (KOREA)

Nel 1982 ci recammo in Korea del Sud per disputare il mondiale a Seoul. Anche in questa occasione la sistemazione e l'organizzazione furono di prima classe. Infatti alloggiammo all'Hotel Sheraton Walker Hill situato alla periferia di Seoul. L'albergo era dotato di tutti i comfort possibili. C'era il cinema, c'erano i negozi per lo shopping, il casinò e tanto altro compreso il barbiere e un centro benessere.
L'ampio divario tra ricchezza e povertà mi colpì soprattutto quando vidi poco lontano dall'albergo un signore seduto ad un lato della strada che aveva deposto sull'asfalto un pò di ortaggi, della serie 4 o 5 patate, una decina di carote, 3 o 4 pomodori, qualche ciuffo di insalata, almeno così mi sembrava dall'aspetto e dal colore. Il clima caldo e umido e il contatto con la strada avrebbero deteriorato la verdura in brevissimo tempo. In questi ultimi anni, abbiamo potuto fare conoscenza con tanti documentari che si potrebbero riassumere sotto il titolo di Orrori Gastronomici. L'unica cosa che sapevo, a quel tempo, erano i racconti di mio padre il quale, per un periodo, lavorò in Nigeria. Al suo ritorno mi disse che da quelle parti mangiano le cavallette, sia cotte che crude. Con questi pensieri in testa e il desiderio di trovare delle risposte gastronomiche, mi recai al grande mercato di Seoul, da una parte incuriosito, e dall'altra parte ero intenzionato ad acquistare una piccola borsa in pelle in quanto era giunta voce che costavano molto poco, all'incirca 2 o 3 dollari. In più vi era la possibilità di averla personalizzata col proprio nome cucito sopra all'istante. Dopo una visita all'enorme magazzino NIKE, 3 piani completi con ogni modello nuovo della nota ditta di scarpe, mi incamminai verso il mercato. Capii di essere nelle vicinanze quando iniziai a respirare degli odori diversi e strani, poco piacevoli. Rimasi sorpreso nel vedere un febbrile viavai di persone brulicante in ogni direzione come fossero un esercito di formiche in preda all'agitazione. Tante bancarelle, mercanzia di ogni tipo, colori e confusione, fumi, vapori di cibi cotti e bolliti. Ero talmente incuriosito che la mia testa girava a destra e sinistra in continuazione e non mi rendevo conto di urtare le persone che che mi passavano vicino. Una di queste mi urlò qualcosa di incomprensibile, mi voltai e vidi una signora con larghi pantaloncini lunghi fino al ginocchio, gambe storte tipo cavallerizzo e i piedi piccolissimi, quasi da neonato. Di lì a poco trovai le mie risposte quando mi fermai proprio davanti ad una bancarella che mostrava dei tagli di carne che erano stati appesi con un gancio da macellaio. La cosa sgradevole fu la vista di vari insetti, come mosche, moscerini e simili che ronzavano intorno a questi pezzi di carne. Inoltre vidi anche che c'erano delle gabbie che contenevano roditori, serpenti e scimmie. Sul banco vi era una bella stesa di ortaggi colorati i quali decoravano i vari pezzetti di carne arrosto di colore scuro e non saprei dire con certezza a quali animali appartenessero. Potevano essere parti di uccelli, serpenti o addirittura insetti. Una certezza l'ho avuta quando vidi un gruppo di spiedini composti da grosse larve biancastre avvolte in una lucida sostanza che mi ricordava il caramello. Mi allontanai disgustato pensando che sarei morto di fame piuttosto che assaggiare certi cibi. Ma il bello doveva ancora venire. Camminando in direzione dello stadio Jamsil di Seoul, fui investito da un forte odore penetrante e caldo di cibo arrosto. "Cosa mai poteva essere?", pensai. Davanti allo stadio c'era un baracchino che assomigliava a quello di un caldarrostaio che serviva qualcosa tipo noccioline, anacardi, mandorle o pistacchi in fogli di carta arrotolati a forma di cono. Mi avvicinai e con orrore vidi che in realtà si trattava di scarafaggi tostati di color marrone, con tutti i zampetti rattrappiti sull'addome.
Non mi fermai a vedere la partita, ma ritornai all'albergo con la fotografia stampata nella mia mente di un bel piatto di spaghetti con olio e parmigiano. Quel Mondiale rappresentò per la squadra Gioia e Delusione. La partita di esordio contro la Korea del Sud ci vide trionfanti, con una bella vittoria per 2 a 1, con un grande Dave Red Farina sul monte di lancio. Il Rosso pitcher del Parma lanciò tutta la partita con grande intensità, cuore e orgoglio. "They ain't gonna touch me!", mi disse il giorno prima. Quella partita fu la prima ufficiale nel nuovo stadio Jamsil di Seoul, la cui costruzione venne iniziata nel 1980 e terminò nel Luglio di quell'anno. Un bellissimo stadio, con 30.000 posti a sedere.

Jamsil Stadium
Fu l'unica sconfitta della squadra Koreana in quel torneo e, in seguito, sarà la regina del Mondiale per la prima volta. Sempre in quella partita, l'asso Koreano, Dong-Won Choi, entrò a lanciare alla settima ripresa. Terminato il Mondiale, firmò un contratto con la squadra giapponese dei Lotte Marines ( qui). Un altra grande vittoria fu quella ottenuta contro la squadra del Giappone per 3 a 2. La parte del protagonista la fece il mancino Louis Colabello, che concesse solo 3 valide al forte line-up nipponico. Philip Sartori, Nettuno, entrò a chiudere la partita alla nona ripresa consegnando alla squadra Italiana la prima e ufficiale vittoria storica contro il team del Sol Levante. Con due successi così prestigiosi il morale della squadra era altissimo e affrontammo l'Olanda sicuri di vincere. A metà partita eravamo in vantaggio per 10 a 5. Alla nona ripresa invece eravamo 11 a 8. L'Olanda era la squadra di casa e realizzò i 3 punti del pareggio. Fu un momento tremendo che si trasformò in disperazione quando all'11° inning l'Olanda segnò il punto della vittoria. La partita assunse dimensioni quasi esoteriche, una sorta di magia nera. Il formidabile Charlie Urbanus in 6 turni di battuta ottenne 6 valide e 6 punti battuti a casa, 6-6-6, il numero del Diavolo. Quella sconfitta fu solo la prima di una serie che ci portò ad un risultato deludente in una competizione mondiale. Non vincemmo più una partita e l'ombra di quella sconfitta contro l'Olanda fu la causa principale di una discesa agli inferi, una debacle emotiva che rappresentò l'incubo sempre più reale giorno dopo giorno. L'Old Game insegna!.

Seoul-Korea-1982




In piedi da Sinistra: A. De Carolis, R. Bianchi, J. Noce, R. Bagialemani,
D. Borghino, L. Colabello, R. Radaelli, P. Ceccaroli, J. Guggiana, P. Sartori,
G. Carelli, R. Mari. In ginocchio da Sinistra: M. Romano, J. Cortese, C. Cattani, C. Orsi (mass.), R. Frinolli (prep. atl.), T. Lo Nero, P. Gagliano, M. Camusi,
G. Costa, S. Zucconi, S. Morville, G. Faraone

giovedì 16 giugno 2011

BASEBALL FOOD (GIAPPONE)

Dopo un lungo viaggio durato 27 ore arrivammo a Tokyo in Giappone per disputare i Mondiali Amateur di Baseball. Era il 1980. All'età di 21 anni mi apprestavo a gareggiare nel mio primo Campionato del Mondo. Chiaramente ero emozionatissimo e nonostante il volo da Odissea Omerica ero fresco e non vedevo l'ora di confrontarmi con i big di tutto il pianeta.Facemmo scalo in Arabia Saudita, in Nepal, a Singapore, Seoul, Hong Kong e Tokyo. La questione cibo, che tanto mi preoccupava, fu subito risolta perchè alloggiammo in un lussuoso albergo con la cucina internazionale. Questo albergo fu meta prediletta di tanti rappresentanti delle migliori marche di HI-FI, impianti stereofonici, radio, audio-cassette-player e tutto ciò che la tecnologia audio-video metteva a disposizione. Per la prima volta in assoluto facemmo la conoscenza del primo walkman della storia, il modello TPS-L2 del colosso SONY lanciato sul mercato giapponese nel 1979 e arrivato in Europa nel 1980. In Italia era ancora sconosciuto, o quasi.

Il Giappone vanta una profonda tradizione nel gioco del baseball la cui nascita risale al 1872 da parte di Horace Wilson, un veterano della Guerra Civile Americana che si recò in Giappone in qualità di educatore e insegnante di Inglese. La prima squadra, i Shimbashi Athletic Club, nacque nel 1878. Con queste premesse si capisce che il baseball in Giappone rappresenta un qualcosa che va oltre la semplice pratica di una disciplina sportiva. L'organizzazione è talmente capillare tanto da annoverare una serie di leghe e divisions in netta concorrenza col sistema americano. Ci sono i professionisti, le Leghe Minori, i Semi-pro, Università e via discorrendo fino ad arrivare alle Little Leagues. In Giappone si gioca a baseball anche la mattina, prima di affrontare una giornata di lavoro. Gli stadi sono belli, moderni, tecnologici e capienti ed offrono ai tanti tifosi il massimo comfort per assistere allo svolgimento di una gara. I ristoranti non mancano, e sappiamo che il sushi è il piatto tradizionale Nipponico ma non solo. L'hot Dog è stato reinserito negli stadi dopo la sua esclusione che avvenne nel 1934 a causa del fatto che i giapponesi non gradivano la salsiccia e la buttavano via per mangiarsi solo il pane. Questa esclusione è durata 74 anni e l'hot dog è riapparso nel rinnovato e nuovo stadio di Hanshin Koshien stadium vicino a Osaka, che in origine venne costruito nel 1924. I tifosi giapponesi durante le partite gradiscono molto il Bento che rappresenta un pasto a base di riso ed okazu ovvero diverse specialità di pesce, carne, verdure cotte o marinate, e tofu accompagnati da una tazza di tè verde. Viene servito in un vassoio con tovaglioli e bastoncini. Altro piatto popolare da stadio è il soba che consiste di sottili tagliatelle di grano saraceno, solitamente cotti e serviti con varie salse e condimenti. Il piatto standard è il kake soba, a base di tagliatelle di soba bollite e servite in una tazza di brodo caldo chiamato tsuyu con una base di salsa di soia e guarnito con fettine di negi, una verdura come le cipollette. La soba viene virtualmente sempre mangiata con i bastoncini e in Giappone è tradizionalmente considerato educato mangiare gli spaghetti rumorosamente. Questo è specialmente comune con la soba calda, dato che aspirandoli rapidamente in bocca questi vengono raffreddati, cosa importante quando si mangia in fretta. Sorprendentemente notai che negli stadi giapponesi, oltre alle bevande classiche e tradizionali, il consumo della birra è ampiamente valutato dai tifosi e devo dire che in estremo oriente i produttori di birra non sono secondi a nessuno. Vi è quella chiara, rossa e scura, birra a doppio malto e con whiskey. Insomma, la varietà non manca nemmeno per soddisfare il più acerrimo bevitore di birra tedesco. Nel Mondiale di quell'anno, la Nazionale Italiana si comportò egregiamente vincendo 5 incontri su 11. Da sottolineare la vittoria contro gli Stati Uniti con Dave Di Marco sul monte di lancio impeccabile e sorretto da un attacco che collezionò 12 punti contro i 5 degli USA i quali iniziarono la partita presentando sul monte di lancio Frank Viola, che diventerà il lanciatore vincente delle WS del 1987 vinte dai Minnesota Twins. Lo stadio di questa vittoria fu il Korakuen Stadium, costruito nel 1937. Il diamante era costituito interamente da terra dal colore molto scuro, tipo melanzana dovuto al fatto che presentava una alta percentuale di materiale lavico polverizzato. In questo stadio, demolito nel 1987, giocavano i Yomiuri Giants. Michio Nishizawa nel 1942 effettuò 311 lanci in una storica partita durata 28 riprese. I cantanti Madonna e Michael Jackson fecero concerti da sold out davanti a 135.000 persone. Un'altra partita importante fu quella che perdemmo contro la Nazionale giapponese per 8 a 6 all'ultima ripresa davanti a circa 22.000 tifosi. In vantaggio per 3-0 fino alla sesta ripresa, ci fu un pick-off del lanciatore nipponico clamorosamente non visto dall'arbitro di prima base. Questo errore scatenò l'ira della squadra e del manager Giuseppe Guilizzoni. Inutili furono le accese e prolungate proteste, la decisione dell'arbitro risultò definitiva. Lo stadio era l'avveniristico Yokohama Stadium di Tokyo. Il campo da gioco era completamente costruito con erba sintetica, un aspetto del tutto nuovo per noi. Chi ha giocato sul sintetico lo sa, la pallina rimbalza come se fosse quella da ping pong.

Lo stadio aveva un aspetto altamente tecnologico e futuristico, il monte di lancio era a scomparsa per permettere lo svolgimento delle partite di Football e di Calcio. Fu l'unico stadio al mondo con tale caratteristica. Quella giapponese rimane una delle più belle esperienze sportive, arricchite da un'accoglienza straordinaria e da un'educazione ed un servilismo quasi maniacale. In albergo ogni più piccola richiesta veniva soddisfatta a tempo di record. Anche il semplice asciugamano pulito, dopo una manciata di secondi veniva consegnato dal personale con una cornice di inchini e sorrisi. Ora, dall'aeroporto di Tokyo, migriamo verso sud alla volta di Seoul, Korea. È il 1982.