Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

venerdì 30 dicembre 2011

LE RAGAZZE DI NEWARK

L'autobus era vecchio, di colore arancione e sporco. La strada, poco livellata, era piena di buche e l'autista non ne evitava una, prendedole tutte quasi fosse un gioco, mentre fischiettava una semplice melodia. Quando i pneumatici affrontavano una buca, tutti i passeggeri erano preda all'inerzia generata dal sobbalzo, tutti in perfetta sincronia. Una voce in fondo al bus sembrava arrivasse dall'oscurità, "Hey man, stai attento". L'autista guardava nello specchietto e rispondeva: "Non sono stato io a costruire queste strade". Il bus procedeva attraverso il New Jersey, un'ampia e vasta zona pianeggiante dove regnava un antico silenzio, il segno di una natura fertile e rigogliosa. Ad un tratto l'autista si girò verso il giovane seduto vicino alla porta laterale del bus, con la schiena appoggiata al vetro del finestrino. Il suo sguardo era immerso in quella distesa di prati come se volesse accarezzarli respirando un profondo senso di libertà. Con un mezzo sbadiglio il driver disse: "Figliolo, a Newark ci sono tante ragazze carine, Si!, veramente carine". Il giovane ascoltando quelle parole fece un cenno con la testa come se volesse trasmettere il desiderio di poterne incontrare una. L'autista intanto continuava a guidare intonando sottovoce la melodia interrotta, questa volta aggiungendo un lieve ondeggiamento delle spalle quasi volesse anticipare i continui sobbalzi dovuti alla strada dissestata. Il rumore del motore echeggiava assordante all'interno del bus. Tutti i componenti della squadra sembravano marionette in preda agli urti. Alcuni stavano con gli occhi chiusi alla ricerca di un pò di sonno, ma il giovane guardava fuori dal finestrino con lo sguardo che si perdeva nella verde piana del New Jersey. "Non è divertente vero?", disse l'autista all'improvviso asciugandosi il sudore dalla fronte. "Figliolo, per te è un divertimento giocare a baseball, e io devo guidare questo bus". Il giovane disse di si con la testa lasciando la parola all'autista. "Sei un ragazzo fortunato lo sai?. Stai vivendo gli anni migliori". Gli anni migliori, pensava dentro di sè il giovane mentre l'autista aggiunse, "La prossima volta che vedi Josh Gibson salutamelo. Digli che Amos della 78esima Strada gli dice Ciao". Newark intanto si avvicinava e quando il bus arrivò davanti all'albergo, il giovane fu il primo ad uscire e fu il primo ad entrare nella stanza d'albergo da un dollaro al giorno. Sul tavolino vi era il quotidiano che lui sfogliò con molto interesse stendendosi sul letto per leggere le notizie che riguardavano gli Yankees, i Dodgers e i Giants. James Malcomb Gilliam Jr. cadde in un sonno profondo sommerso in un carosello di pensieri dove le speranze e le illusioni ruotavano in un vortice senza fine. Prima di chiudere gli occhi pensò che non avrebbe mai fatto parte di quel mondo popolato da persone dalla pelle bianca, dove un negro dopo aver pulito gli spogliatoi avrebbe dovuto rispondere sempre: "Si, Signore!".

Sono passati 23 anni da quel viaggio in bus attraverso il New Jersey, da Baltimore a Newark. Quel ragazzo adesso è un uomo con famiglia. Lui racconta quando abbandonò la scuola per giocare a baseball mentre James Malcomb Gilliam III sta frequentando il college. Nei paraggi c'è un giovane esterno che batte mancino e che dice: "Hey Junior. Insegnami come si batte in campo opposto", e il coach paziente risponde: "È ciò che ti ho insegnato per tutto il mese". C'è anche un ragazzino con la T-Shirt dei Cardinals, con il quaderno degli autografi e una penna in mano che dice: "Sei un giocatore?". E l'uomo risponde: "Non più figliolo, ora osservo e basta". Più tardi l'uomo si dirige nel fresco dello spogliatoio con il Jukebox che suona il brano All the lonely people di Ray Charles e comprendi come deve essere stato il passato. NO, tu PENSI di comprendere come è stato, ma solo la persona che chiamano Junior o Jim lo può sapere. "Sono stato fortunato", dice, "Sono nato al momento giusto". Ora si sente la voce di Stevie Wonder dal jukebox. Junior alza lo sguardo fissando il tavolo: "Sono fortunato perchè ho avuto l'opportunità. Hai mai sentito parlare di Josh Gibson?", continua Junior, "Oggi andrebbero da lui con un contratto su un foglio con uno spazio in bianco dicendogli di scrivere la cifra che vuole!". Ecco quanto bravo era Josh Gibson. Era forte come Babe Ruth ed era il miglior ricevitore vivente. Soltanto che aveva la pelle nera. Poi c'era Tommy Butts e Willy Wells che avrebbero giocato in qualsiasi squadra di Major League. E Jonas Gaines?, un mancino che lanciava proiettili. Ce n'erano tanti che avrebbero potuto giocare in una squadra di bianchi". Ora l'atmosfera si riempie con la voce di Aretha Franklin e Junior ritmicamente tappeggia il dito medio sul tavolo. "Capisci perchè sono stato fortunato?", dice Junior, "Gli altri sono tutti morti ormai. Loro non hanno avuto l'occasione che ho avuto io. Sai perchè?. Non hanno mai creduto che potesse succedere. Non hanno mai pensato che un negro potesse giocare insieme ai bianchi. Loro erano contenti di giocare a baseball e basta". Junior aveva 15 anni quando lasciò la scuola. Un uomo di Nashville gli diede $125 per giocare nella sua squadra come seconda base. Era la Southern League, o meglio la Negro Southern League. Junior aveva 17 anni quando lo mandarono nella National League, o meglio nella Negro National League e dalla panchina osservava i giocatori, i giocatori negri che tanto aveva sentito parlare. Aveva 18 anni quando diventò titolare ed essendo il più giovane i compagni di squadra lo chiamarono Junior. Per 5 anni sedette davanti al bus, per 5 anni dormì negli alberghi dei ghetti neri. Aveva 21 anni quando uno scout dei Brooklyn Dodgers lo vide e gli offrì un contratto per giocare nella squadra insieme a Jackie Robinson. Junior ricorda spesso quei giorni, e mentre qualcuno ripropone Ray Charles, lui pensa ai giocatori che ce l'hanno fatta, a Campanella, Doby, Mays, Robinson, Irvin e Junior Gilliams. Lui pensa ai suoi 4 figli, al desiderio di diventare manager. Nei suoi ricordi c'è Satchel Paige e il grande Josh Gibson. Non diventerà mai manager perchè un'emorragia cerebrale lo strappò alla vita nel 1978. Il suo numero è l'unico ad essere stato ritirato dalla squadra dei Dodgers nonostante Junior non appartenga alla Hall of Fame. Fu Rookie of the Year nel 1953. Amos  della 78esima Strada sarebbe dannatamente orgoglioso ripensando a quel giovane seduto davanti al bus che ascoltava e sognava le belle ragazze di Newark.

sabato 17 dicembre 2011

AQUILE E DELFINI

"La Perfezione è una cosa", disse il ragazzo, "ma sono sempre convinto che un buon battitore va nel box per girare la mazza e non per prendere i lanci". Loro sono un gruppo di ragazzi, esperti di baseball nonchè epidermici tifosi. Un giorno, si erano trovati tutti insieme e stavano parlando degli Yankees e dei Red Sox oltre a rispondere a quella che è considerata un pò la domanda da un milione di dollari. Tale domanda, anno dopo anno, aumenta sempre di più il suo valore e viene costantemente riproposta. Hanno discusso su Phil Rizzuto, Joe Di Maggio, Mel Parnell, Ellis Kinder e Bobby Doerr per arrivare al punto, quasi obbligatorio, di discutere di colui che è considerato il più grande battitore di sempre. Ted Williams. "Ancora la stessa storia", dice il primo ragazzo, "Non penso che Williams sia stato il miglior battitore di sempre". "Se non è il migliore", disse un altro, "Stai affrontando il problema di nominarne uno ancora più bravo". "Hey, listen", disse ancora il primo "Tu parli di Williams e mi dici che non batterà mai un brutto lancio e che per fargli girare la mazza devi mettere la pallina sopra il piatto altrimenti lui prende la base su ball. Pensi che questo sia sufficiente per giudicarlo il miglior battitore di sempre?. Io penso invece che sia una qualità che appartiene a tanti giocatori". "Dico che è il migliore che c'è", replica l'altro ragazzo, "dico che nessuno come lui possiede una meccanica perfetta". "La meccanica è una cosa", ribatte ancora il primo ragazzo, "Vincere una partita è un'altra. Sai perchè gli Yankees sono stati capaci di neutralizzare Williams?. Perchè sapevano come si comportava nel box di battuta. Il che vuol dire che Williams aspettava un buon lancio da spedire fuori dal campo". "Yes", interrompe l'altro ragazzo, "Aspettava il lancio buono per fare un homer. Nessuno swing a caso". E ancora l'altro ragazzo, "Solo pazienza e attesa per quel lancio che non è mai arrivato". I grandi battitori vanno nel box per girare la mazza, bello o brutto che sia il lancio, ed hanno vinto tante partite importanti". Il tifoso di Williams si agita e dice: "Ruth ha avuto 170 basi su ball in una stagione!". "Esatto", risponde l'anti-Williams", "ma Ruth andava nel box per girare la mazza specialmente quando c'erano corridori sulle basi". "Nelle World Series del 1921 Ruth è andato Kappa girando un brutto lancio. Williams avrebbe preso la base!", replicò il tifoso di Williams. L'altro ragazzo disse: "Ma Ruth andava per girare, Williams per prendere. Ecco perchè Ruth era Ruth e Williams è stato un giocatore che ha giocato per tutta la carriera in una squadra da secondo posto". E qui finisce la discussione. I due boys si allontanano in direzioni opposte, ma si incontreranno ancora, perchè Williams è stato meglio di Ruth, anzi, Ruth è stato meglio di Williams. Bisogna ammettere che Williams non ha mai fatto nulla nelle partite importanti come le World Series del 1946, i Play Off del 1948 oppure le due partite finali per il titolo di lega del 1949. Forse sono coincidenze, ma io affermo che è quella la causa e cioè che Williams andava nel box per aspettare un improbabile lancio dell'asino prima di girare la mazza. Lui aspettava il lancio perfetto, l'errore del lanciatore. In questo processo, anno dopo anno, lo Splendid Splinter non ha mai rappresentato una fonte d'ipirazione per i giovani, i tifosi e i mass media come lo è stato Ruth. Meglio Ruth o Williams?. Preferisco Cobb. Dato che ci siamo, facciamo tutti e tre. La questione rimane apertissima perchè il baseball è cambiato, sono cambiati i tempi, i materiali da gioco, i campi, l'approccio e la tecnologia, i metodi di preparazione atletica, la scienza applicata allo sport e alla dietologia, l'aspetto medico e sanitario. Cosa avrebbero fatto Cobb e Ruth se fossero nati nei tempi moderni?. Cosa avrebbe fatto Williams se non avesse interrotto la sua carriera per prestare servizio militare in Korea?. Cosa avrebbe fatto Joe Jackson se non fosse stato espulso a vita per lo scandalo delle scommesse nel 1919?. Quanti atleti di colore non abbiamo potuto ammirare fino al 1947?. E quanti ne avremmo persi se in quello stesso anno i muri della segregazione razziale non fossero stati abbattuti?. E, al contrario, cosa avrebbero fatto le superstar dei nostri tempi se fossero nate nei primi anni del secolo scorso?. Gli interrogativi sono numerosi e probabilmente sarà quasi impossibile fornire risposte esaurienti, ovvero in grado di cancellare qualsiasi ombra di dubbio. Ma è proprio il dubbio e l'incertezza che forniscono il fascino all'Old Game, quel fascino che si mescola all'illusione di potersi sentire sul tetto del mondo dopo aver realizzato l'homer vincente in una partita. Teniamoci questo dubbio come una favola senza fine. In fondo il dubbio non è meno religioso di una preghiera. E se il baseball è l'unica religione senza peccato, non esiste un Dio e non esiste il miglior battitore di sempre ma, come un variopinto arcobaleno, ognuno porta dentro di sè il colore e la gioia di essere parte di un universo che non ha confini, predominio esclusivo del proprio talento e della propria abilità. "Chi è il miglior battitore in assoluto di tutta la storia?". È un eco che rimbomba tra le pareti del Gran Canyon. Alcuni, come aquile, si sono spinti tanto in alto quanto la regina dei cieli, altri, come delfini, hanno cavalcato in moto perpetuo le onde degli oceani. Ma non basta. Ancora siamo incapaci di camminare tutti insieme.

Nel linguaggio del baseball, la base su ball viene chiamata anche Walk, passeggiata, camminata. Kevin Mitchell, grande esterno sinistro dei S.F.Giants degli anni 80', fece parlare di sè per il suo atteggiamento aggressivo nel box di battuta. Diventò famoso anche per una presa al volo a mano nuda correndo all'indietro. Durante una intervista gli fu chiesto come mai riceveva poche basi su ball e lui rispose: "I don't like walks, only the mail men walk!". Solo i postini "passeggiano!".
Miller Huggins è stato il manager degli Yankees nei primi decenni del secolo scorso. Un giorno venne fermato da uno scrittore che stava cercando del materiale per una storia. "Puoi dirmi la formula segreta del tuo successo come manager?", chiese lo scrittore. "La formula del mio successo è molto semplice!", replicò Huggins, "Tutto quel che faccio è pregare di poter avere le basi piene. Quindi prego che in quella situazione ci sia Babe Ruth o Lou Gehrig. Come vedi, è molto semplice!".

lunedì 14 novembre 2011

IT AIN'T EASY FOR MANAGERS

Bill McKechnie disse una volta che il baseball è un gioco che fa venire l'attacco cardiaco ai managers. Difficile poter celebrare una vittoria quando devi pensare alla partita del giorno dopo. Quando vinci la regular season devi subito pensare ai play off, e quando vinci le semifinali devi pensare alle World Series. Infine se vinci le finali, è ora di preoccuparsi per la prossima stagione. Si, le preoccupazioni affliggono i managers come frecce acuminate che penetrano nel corpo e nella mente. Lo stress avanza e si riflette sulla salute della persona. Jimmy Dykes era considerato un manager tranquillo e sereno, che non perdeva tempo per essere gioviale e scherzoso con la squadra, ma negli ultimi anni ha subito 2 grossi interventi chirurgici allo stomaco causati dal perenne atteggiamento di nascondere le preoccupazioni. Le stesse preoccupazioni furono alla base delle fragilità di Miller Huggins rivelandosi fatali per la costante condotta di reprimerle. Lo stesso dicasi di John McGraw, prominente figura del tempo, non solo sui campi da baseball, ma anche a Broadway dove aveva stretto tante amicizie con persone dello spettacolo per poter trovare sollievo alla preoccupante vita da manager. Non servì a molto, perchè i suoi disordini allo stomaco lo portarono alla morte. Un'altra vittima fu Leo Durocher, il quale come McGraw, sposò la compagnia di artisti ed attori per lenire le sue sofferenze. Ma non servì a molto. Amici di Durocher assicurano che lui non riusciva a dormire durante la notte facendo avanti-indietro nella camera d'albergo e parecchie volte rifiutava il mangiare. Le preoccupazioni afflissero anche Joe McCarthy, quando lo spedirono nelle Leghe Minori a Buffalo. Cercando un rientro in Major League i dottori gli dissero di non farlo se avesse desiderato prolungare la sua vita. Freddy Fitzsimmons, un omone grande, forte e traboccante di salute, mentre allenava i Phillies a metà stagione andò sotto le cure mediche e fu costretto ad abbandonare il ruolo di manager. Quando Mel Ott diventò manager dei Giants al posto di Bill Terry, venne soprannominato il Ragazzo Leader. Smisero in fretta di chiamarlo così perchè negli ultimi due anni sembrava fosse invecchiato di almeno venti anni. Billy Southworth, considerato da molti come il miglior manager della National League, fu un disastro al suo primo anno di attività perchè affogava nell'alcool tutti i suoi pensieri e le sue preoccupazioni. Venne spedito in Minor League, ed in seguito a sedute terapeutiche e trattamenti medici riuscì a tornare al suo posto in Major League. Hughie Jennings e Christy Mathewson furono vittime della tubercolosi. I dottori affermarono che la malattia era stata causata dalle preoccupazioni manageriali. George Stallings, manager dei Boston, venne colpito da un attacco cardiaco. Tra le tante vittime causate dalle preoccupazioni manageriali, c'è anche qualche allenatore che è riuscito a sopportare gli stress derivanti dal ruolo in questione. Connie Mack è un incredibile esempio. Per 50 anni è stato il manager dei Phillies. La sua lunga carriera è stata addolcita dal fatto che era anche proprietario della squadra e non aveva responsabilità verso altre persone. Bucky Harris aveva i suoi grattacapi, ma appena terminata la partita era pronto per una succulenta cena dimenticando ciò che era successo sul campo precedentemente. Il Falstaffiano Uncle Robinson, manager dei Brooklyn Dodgers, è stato unico nel suo genere per la sua grande capacità di interagire con i giocatori, pur consapevole dell'atmosfera che regnava a Brooklyn quando si parlava delle finali contro i rivali Yankees. Sono solo alcuni dei grandi managers delle Majors, coloro ai quali è stato assegnato un ruolo, un ruolo di saggezza, raziocinio e coraggio perchè ci insegnano che le cose vere nella vita non si studiano nè si imparano, ma si incontrano. E non a caso queste persone si sono trovate nel loro ruolo perchè l'incontro non è un caso, il caso è la provvidenza degli imbecilli.
T.Lasorda
Quel 32 a 0 che i New Orleans rifilarono a Nashville, diede l'opportunità a Bill Schroeder detto Mr Statistics, di indagare tra la sua enorme collezione di records e statistiche. Ecco alcuni risultati, parecchio curiosi, venuti a galla in seguito alla ricerca. Nel 1902, Corsicana Team vinse una partita contro Texarkana 51 a 3. 11 furono i fuoricampi e 13 le basi su ball. Il lanciatore della squadra di Texarkana, DeWitt, si fece tutta la partita. Forse il manager voleva castigarlo. Il punteggio più alto in tutta la storia delle MLB si materializzò nel 1922 quando i Cubs vinsero sui Phillies per 26 a 23. I Cubs si portarono in vantaggio per 25 a 6 alla quarta ripresa. Ci furono in totale 51 battute valide di cui 17 di extra-base. I Cubs del 1897 segnarono un record della National League realizzando 36 punti contro Louisville. Nell'American League invece furono i Cleveland a martoriare i Boston con 27 punti nella prima partita di un doppio incontro. Immaginatevi la volontà dei tifosi ad assistere al secondo incontro. Albuquerque troncarono El Paso nel 1932 per 45 a 13. Un fortissimo vento condizionò il giudizio, da parte degli esterni, delle palle al volo. 18 tripli con 21 basi su balls sono il singolare resoconto della partita. Nel 1896, St.Paul vinse su Kansas City per 34-21. Una settimana più tardi narcotizzarono Minneapolis per 41-8. Incredibile le tre partite vinte da Fort Worth contro San Antonio nel 1923: 19-8, 29-9 e 24-12. Springfield vinse una partita contro Peoria 33-23. Nella partita vennero realizzate 49 battute valide 10 homers e 18 basi su balls. I White Sox vinsero per 21-0 contro Philadelphia e tutti i punti furono a carico del lanciatore Bruno Haas, la difesa non fece nessun errore. Nel 1923 Vernon vinse contro Salt Lake City per 35-11. Pete Schneider fece 5 homers di cui 2 a basi piene per un totale di 22 basi fatte e 14 punti battuti più 6 punti segnati; sono tutti records. Terminiamo questa sequenza di martiri e torture con una partita del 1922 tra le squadre di Richmond e Norfolk che venne sospesa alla settima ripresa per oscurità sul punteggio di 12-12. Il fatto curioso è che ogni ripresa aveva lo stesso numero di punti segnati:

Richmond    1  3  1  2  3  2  0

Norfolk       1  3  1  2  3  2   0                                                                         
                                                                                                                                                                                                            WEST SIDE STORY 
Ci fu un arbitro nel lontano Far West, di nome Doyle che un giorno venne chiamato a dirigere una partita di Texas League. Durante un'azione di gioco, prese una decisione che non trovò affatto l'approvazione della squadra di Fort Worth. I giocatori assalirono letteralmente il povero arbitro e dopo la feroce controversia lo lasciarono steso per terra. A fine partita quando tutti i giocatori si trovarono nello spogliatoio, una figura losca e incazzata apparve sulla porta. Era l'arbitro Doyle che, con molta calma ed eleganza, chiuse la porta dello spogliatoio con la chiave. Si voltò verso la squadra e con serafico atteggiamento, mostrò la sua calibro 45 che stringeva nella mano destra. Fatto questo ordinò a tutti i giocatori di inginocchiarsi davanti a lui per chiedere scusa. Terminato questo riverente cerimoniale l'arbitro Doyle aprì la porta e prima di uscire disse: "Penso che adesso, sia tutto sistemato. Non vale la pena sparare contro dei codardi puzzolenti come voi. In caso contrario avrei messo le pallottole nella pistola".

                                                                      LO ZIO PREMUROSO
Wilbert Robinson, Uncle Robbie fu un catcher di MLB con le squadre di Philadelphia, St. Louis e Baltomore. Venne eletto nella Hall of Fame nel 1945. Come atleta vanta un record di 7 valide in una partita, ottenute il 10 Giugno 1892. Rennie Stennett lo eguagliò nel 1975. Robinson era soprannominato Lo Zio per il suo carattere tranquillo, estremamente affabile, di grande cuore e generosità. Robinson fu anche manager dei Brooklyn Dodgers. Durante una partita, il suo assistente Chick Fewster prese una mazza e cominciò a batterla contro gli scalini del dugout per disturbare il lanciatore avversario. Con molta serenità e con tono rilassato Robinson si rivolse al coach dicendo: "Basta con quel rumore", e il coach domandò: "Perchè?". Il manager allora puntò l'indice verso la fine della panchina dove il lanciatore Jesse Petty stava dormendo profondamente. "Non voglio che il vecchio Jess si svegli", disse Robinson.
Proprio uno zio premuroso.

sabato 5 novembre 2011

TWO AT THE TIME

Bob Forsch, che fu protagonista di due no-hitters ed è il terzo lanciatore più vincente nella storia dei St.Louis Cardinals, è partito per un lungo viaggio Giovedi sera dopo collasso nella sua casa vicino a Tampa, Fla. Aveva 61 anni. La moglie di Forsch, Janice, ha detto al St. Louis Post-Dispatch che l'ex lanciatore è stato vittima di un aneurisma nella parte superiore del torace. Forsch era al Busch Stadium Venerdì scorso, per effettuare il classico lancio cerimoniale prima di gara 7 delle World Series. Con la squadra dei Cardinals, Forsch è stato protagonista di 3 World Series vinte  (82-85-87) ed è l'unico lanciatore nella storia della franchigia ad aver lanciato 2 no-hit.

Matty Alou, un ex campione di battuta MLB, è morto a S.Domingo all'età di 72 anni. Alou ha giocato per 14 anni in Major League dal 1960-74, soprattutto con i Giants e i Pirates. Ha avuto una media battuta in carriera di 307. Era il più piccolo di tre fratelli, pesava appena 72kg. Gli "Alou's Brothers", Matty, Jesus e Felipe fecero storia quando tutti e tre insieme giocarono una partita all'esterno. Era il 10 Settembre del 1963 a New York, quando il manager Alvin Dark fece entrare Jesus a battere per Josè Pagan. Il successivo battitore fu Matty al posto del lanciatore Bob Garibaldi! ed infine fu Felipe ad andare in battuta. Tutti e tre vennero eliminati in successione. Matty Alou vinse la media battuta nel 1966 con 342. Il fratello Felipe arrivò secondo con 327. Anche Matty Alou fece parte dei St.Louis Cardinals nel 1971-72.
RIP.

                                                             NEW KID IN HAVEN
"There's a new kid in town", così cantavano gli Eagles nel 1976 in un famoso brano quando uscì quel meraviglioso album dal titolo "Hotel California". "È la fugace e volubile natura dell'amore e del romanticismo", dirà Don Henley lead-singer della band. Allo stesso modo Gary Carter ha intrapreso il suo viaggio d'eternità, rapidamente nell'amore dei familiari e di tutti coloro che lo conoscevano. Un Hall of Famer, non solo come giocatore ma anche come uomo, come padre di famiglia e come esempio di impegno sociale. "The Kid", come veniva soprannominato, non ha risparmiato nemmeno una goccia della sua energia per diffondere la gioia, la devozione e la passione verso il gioco. Senza di lui i Mets non avrebbero vinto le drammatiche World Series del 1986 contro i Boston Red Sox. Non è stato Bill Buckner a perdere la partita col suo clamoroso errore, ma è stato Gary Carter a vincere, col suo entusiasmo e la sua presenza. "Solo The Kid, è riuscito a guidare un parco lanciatori così giovane come quello dell'86". disse Davey Johnson, al tempo manager dei Mets, "Lui era il vero allenatore, scriveva e prendeva appunti su tutti i battitori della National League. Il suo sorriso e la sua gioia verso la vita sono stati contagiosi per tutta la squadra e i tifosi.
                                                  2 FEBBRAIO 2012.
Verso la recinzione che delimita il confine del campo è arrivato Gary Carter seduto in una "golf cart", 10 minuti prima di inizio partita. Opening Day. Nonostante la sua malattia il manager ha voluto essere presente in questa serata speciale. "Tutto bene?", chiese ai ragazzi che nel frattempo avevano "sprintato" verso di lui circondandolo con entusiasmo. Era il loro manager, la loro ispirazione. "Let's get a win tonight!", disse Carter stringendo la mano ad ogni giocatore. "Voleva essere qui, con i suoi ragazzi", disse Kimberly, "È stanco e affaticato, ma quando si tratta di baseball mio padre trova tutta l'energia che serve, come in questo momento."
SABATO FEBBRAIO 18 2012 11:56 PM EST
Così scrive Kimberly, la figlia di Carter, nel suo "Journal", un diario completo dove è stata monitorata la vita del padre da quando gli è stato diagnosticato il tumore al cervello.
GARY EDMUND CARTER "The Kid" 57, ha raggiunto il Signore il 16 Febbraio. Dopo 37 anni di matrimonio ha lasciato sua moglie Sandy, i suoi 3 figli e 3 nipoti. Gary è entrato nella Hall of Fame nel 2003, dopo 19 brillanti stagioni in Major League Baseball. È conosciuto come uno dei più forti ricevitori di tutta la storia del Baseball, fu proprio lui a portare i Mets a vincere le WS nel 1986 grazie alla sua valida con due out alla nona ripresa. Gary lascia dietro di di sé un patrimonio incredibile in tanti ambienti sportivi per le sue capacità atletiche, per le opere di carità e per la sua fede incrollabile. È il fondatore della "GARY CARTER FOUNDATION", che è stata determinante nella raccolta di fondi e nel processo di sensibilizzazione verso malattie come la leucemia, diabete giovanile, il "Progetto Autismo", e fornendo risorse educative a beneficio delle scuole locali. La famiglia desidera porgere un particolare ringraziamento alle magnifiche persone dell'Ospedale di Palm Beach County, per aver dato comodità, conforto e sostegno a Gary nelle ultime settimane di vita". Continua il brano degli Eagles, e la voce di Glenn Frey si aggiunge a quella di Henley "...Quando lo guardi negli occhi, la musica comincia a danzare...".
                               
                                         SO LONG...MY FRIEND!

G.Millay
Gar was so sweet, he was a strong man like a Canadian Maple tree. He had blue eyes like the sea meets the sky where you could feel his heart beatin' for baseball. He was so devoted to the game as he was in life to his wife and his daughters. His desire and dedication was second to none...always ready to play, always ready to give everything he had to win ballgames...always ready to turn you up painting a smile on your face. A great companion on and off the field, an extraordinary partner of those morning workouts. Thanks Gar!. You made me love this game more than i did before.

Gar Millay è deceduto il 2 Luglio 2011 all'ospedale di S.Diego. Aveva solo 46 anni. Colpito da un tumore al cervello lascia la moglie e tre figli. Giocò per tre anni in AAA ad Oklahoma (Texas Rangers). Venne ingaggiato dal Rimini nel 1992. Insieme al lanciatore Tim Birtsas (ex Major con i Cincinnati) fu una pedina vincente per la squadra che vinse il titolo in finale contro il Bologna. Insieme a Gar passavo tutte le mattine al campo per lavorare sulla battuta usando il batting tee e la macchina lanciapalle. Durante questa fase, Gar impostava la velocità della macchina al minimo, proprio per aver tutto il tempo da dedicare alla meccanica di battuta. Nella fase successiva invece tutto il contrario, ovvero velocità massima per l'esecuzione di decine e decine di bunts. Grazie a questa impostazione di allenamento quell'anno vinsi la Media Battuta con .442 e ottenni nel mese di Luglio la 1.000esima valida in carriera. Fu proprio Gar il primo a complimentarsi con me per il "piccolo milestone" raggiunto come se anche lui ne facesse parte. In realtà era proprio così. So long Gar!. Later my friend!
1992
                                                 Leaders  Regular Season 1992



lunedì 3 ottobre 2011

THE ROOKIE

J.Morris e D.Quaid
Da quando avevo quattro anni ho sempre sognato di essere un lanciatore di Major League, un desiderio talmente forte che andavo a dormire col guantone stretto al petto pensando ai grandi stadi sommerso dalle tribune colme di tifosi. Dopo tanti anni di partite con gli amici nei prati dietro casa, nelle scuole superiori e al college, ho avuto la mia grande occasione nel 1983 quando l'organizzazione dei Milwaukee Brewers mi selezionarono al primo turno del draft. Dopo un anno di Minor League cominciai a sentire forti dolori al braccio. Fui operato al gomito con un delicato intervento di ricostruzione del tendine e passai tutta la stagione a scaldare la panchina. L'anno successivo lanciai solo per quattro partite quando mi infortunai anche alla spalla e dovetti tornare in sala operatoria. Nel 1988 fui messo da parte dall'organizzazione di Milwakee e passai tutto l'anno a sostenere un intenso programma di riabilitazione. Durante la primavera del 1989, mentre facevo riscaldamento durante il pre-game, sentii qualcosa cedere dentro la mia spalla. Un legamento si era sfilacciato. Avevo solo 25 anni e la mia carriera era finita senza mai essere cominciata, senza mai essere stato in Major League. Tornai a casa in Texas pensando che, se non potevo più giocare, sarei tornato all'università per prendere il diploma di insegnante di scuola. In seguito venni sottoposto ad un altro intervento chirurgico alla spalla per rimuovere tre schegge di osso dall'articolazione. Per la prima volta dopo alcuni anni non sentii più il dolore al braccio sinistro e pensai che forse avrei potuto fare un ultimo e disperato tentativo per rientrare nell'ambiente del baseball. Così iniziai ad allenare qua e là, facendo anche delle sessioni di batting practice dove io stesso lanciavo dal monte per allenare i battitori. Ecco come sono finito alla Scuola Reagan County High, dove insegnavo scienze e allenavo la squadra locale. Ho avuto il mio bel da fare perchè la squadra, negli ultimi tre anni, aveva vinto solo 9 partite in totale. Eppure vidi che tra i ragazzi c'era un potenziale da all-star team. Infatti avevano solo bisogno di lavorare di più e di sentire qualche incoraggiamento perchè ogni volta che perdevano era molto difficile per loro potersi risollevare dalla frustrazione della sconfitta. Mi piaceva allenare perchè volevo aiutare i ragazzi a superare i momenti difficili. La mia breve carriera da giocatore mi aveva insegnato ad accettare le sfide senza mai arrendersi. Un giorno, nell'Aprile del 1998, dopo un duro allenamento, feci sedere i giocatori sull'erba del prato esterno per fare due chiacchere. "Credetemi ragazzi, so quanto sia difficile", dissi mentre guardavo le loro facce sudate e stanche. "Ma non si può mollare proprio per questo. È necessario fissare degli obiettivi da raggiungere. Va bene sognare, meglio ancora sognare in grande". Uno dei miei lanciatori si alzò e disse. "E tu, Coach?, i tuoi sogni?, non avete ancora voglia di giocare nelle Major Leagues?". Io sorrisi scuotendo la testa. "Ho consegnato quel sogno ad un tempo passato", risposi. "Mi sono sposato, sono un insegnante, ho avuto figli. Ora sono qui per fare il coach. E non rimpiango nulla. Sono proprio dove il Signore mi vuole". I ragazzi non erano convinti. "Sappiamo quanto ti piace giocare a baseball, Coach", disse uno di loro. "Nel modo con cui lanci dovresti essere in Major", un altro disse scherzando. Ci fu qualche risata, ed io accolsi quella situazione e stando al gioco risposi: "A te non piace fare allenamento in battuta sotto il sole caldo". Ad ogni modo il mio discorso era stato recepito e i ragazzi da quel momento iniziarono  ad allenarsi con grinta e intensità. Volevano vedermi inseguire un sogno, anche se ormai l'avevo lasciato alle spalle. Amavo essere un insegnante e un allenatore. Alla fine feci un patto con loro. "Okay, okay", dissi, "se voi ragazzi raggiungete i playoff quest'anno, proverò a fare un try out per una squadra di major league. Ma dovete capire che il mio tempo per giocare è finito". Ero sicuro che non avrei mantenuto la mia promessa perchè nessuna squadra di baseball della storia di Reagan County aveva mai fatto i playoff. Col passare del tempo seppi che la squadra di Tampa sosteneva dei camp di selezione aperti per tutti i giocatori. In più, con sorpresa, notai che la mia squadra era in piena competizione per disputare i Play Off. Fu così che dovetti mantenere la promessa fatta ai miei ragazzi e andai alla Howard Payne University di Brownwood. Incontrai Doug Gassaway, lo stesso scout che mi aveva scoperto 17 anni prima. "Hai portato alcuni dei tuoi figli per un provino?", mi chiese. Io gli risposi che ero lì per me, e gli spiegai la promessa che avevo fatto alla mia squadra. Doug rise, e fu anche contento di inserirmi nel programma della lista dei giocatori da visionare. Fui ultimo, a titolo di cortesia. C'erano circa 50 o 60 giovani che giravano con i loro guanti e tacchetti. Guardavo questi ragazzi, e pensai: "Che cosa ci faccio qui?. Ho 35 anni, per l'amor del cielo, mi sento come un pensionato". Infine, venne il mio turno. "Dai, Jim, è il tuo momento, fai in fretta", disse Doug, desideroso di tornare a casa. Aveva visto alcuni buoni giocatori, ma nessuno particolarmente promettente. "My God", ho pregato, "fammi uscire da questa situazione con la mia dignità intatta, almeno i ragazzi sapranno che ho provato". Cominciai a lanciare, e dopo tre o quattro lanci mi resi conto che il braccio stava bene. Nessun dolore e mano a mano che andavo avanti notai che dietro la rete si era formato un gruppo di persone che controllavano la pistola radar per vedere la velocità dei miei lanci. "Forse c'è qualcosa che non va", mi domandai. Al termine del provino il catcher si avvicinò a me e con gli occhi spalancati mi disse: "Hai lanciato a 98 miglia". "No way", risposi. In passato, nei miei tempi migliori ho raggiunto a mala pena 88 mph. "Hanno anche verificato con una seconda pistola radar", concluse il catcher. Poi Doug si avvicinò, sorridendo. "Se tu fossi dieci anni più giovane...". "Non voglio", dissi, interrompendo Doug. "Sono sconcertato Jim", aggiunse lo scout, "Realisticamente, non so cosa posso fare. Ma ci proverò, ti farò sapere". C'era un messaggio in attesa per me quando arrivai a casa. Doug voleva che sostenessi un ulteriore try out fra un paio di giorni, per vedere se riuscivo a lanciare di nuovo così forte. Mi recai sul luogo e lanciai la palla a 95 mph. "Siamo pronti a firmare, Jim", mi disse. "Dovrai essere a San Petersburg per gli allenamenti". Avevo poco tempo e i pensieri e le cose da fare erano tante. Io e mia moglie Lorri ne parlammo. "Potrebbe veramente essere dove Dio mi sta guidando?", le chiesi mentre eravamo seduti al nostro tavolo della cucina. Pensavo di essere proprio dove mi voleva. "Non lo so, Jimmy", rispose Lorrie. "Forse ha portato di nuovo questo sogno per un motivo". Le mie visioni, ormai sepolte, di giocare in grandi campionati tornarono a rivivere dentro di me. Mi sentivo come un ragazzo nuovo. Ma era diverso adesso che ho una famiglia e un buon lavoro. Potevo rischiare tutto su un sogno?". So che questo non è ciò che abbiamo previsto", disse Lorri, "Comunque ce la farò da sola ad aver cura dei nostri figli". "Ci sono un sacco di domande senza risposta", continuai, "Non so dove andrò a finire col gioco, per quanto tempo resteremo lontani l'uno dall'altra e non so se sarò in grado di supportare la nostra famiglia con quello che pagano nelle Leghe Minori". Due giorni dopo, con la benedizione di mia moglie, ero a San Petersburgh, per rimettermi in forma. Non sapevo cosa aspettarmi, ma si è rivelato più duro del previsto e ho lanciato più veloce di quando avevo 19 anni. Dopo due settimane fui inviato ad Orlando in doppio A, per poi passare in Triple A a Durham. Nel mese di settembre, il campionato si era concluso, e terminai con un record di 3 e 2, con una salvezza e 22 strikeouts in 28 innings. Ho dato del mio meglio, ed ero soddisfatto della mia prestazione. Nello stesso giorno, mentre preparavo le valige per tornare in Texas, ricevetti una telefonata per presentarmi negli spogliatoi della squadra dei Tampa Bay in Major League. Ero sbalordito. Sabato, 18 settembre ero sulla lista dei giocatori della squadra di Tampa Bay, il rookie più vecchio degli ultimi 30 anni. Giocammo contro i Texas Rangers quel giorno nel loro stadio di Arlington, un paio d'ore di macchina da casa mia. All'ottavo inning con due out, venni chiamato per lanciare. Avevo il cuore in gola e non credo di aver preso un respiro da quando ho lasciato il bullpen, ma sono riuscito ad eliminare Royce Clayton con quattro lanci. Un milione di pensieri correvano nella mia testa quella notte. A mia moglie, ai miei figli e ai ragazzi della squadra e alle parole dette a loro. "Va bene sognare, e ancora meglio sognare in grande". Questo è ciò che può accadere quando si desidera un sogno. Basta non volerlo accelerare e lasciarlo maturare nel tempo. Il regista John Lee Hancock ha fatto di questa storia un piccolo gioiello. Una pellicola dal titolo Un Sogno una Vittoria, The Rookie. Il film uscì nel 2002. Fu l'attore Dennis Quaid ad interpretare il lanciatore Jim  Morris.

venerdì 30 settembre 2011

IT'S HIS RECORD


È il suo record. Gli appartiene grazie a 756 swings disciplinati. Diamogli pure un free pass come hanno fatto molti pitchers contro di lui. In questo giorno si può tranquillamente parlare di tregua come hanno fatto gli antichi Greci quando gli atleti erano diretti verso Olimpia. Ora si può celebrare il record più prestigioso di qualsiasi attività sportiva. Quando il lancio di Mike Bacsick dei Washington è stato catapultato verso le tribune del Park di S.Francisco, lo sport Americano ha registrato una pagina di storia che ha coinvolto l'intera nazione. Davanti ai suoi tifosi e alla sua famiglia lo swing di Barry Bonds viene immortalato in tutto il pianeta e il messaggio di Aaron apparso sul tabellone è stato il momento più significativo. Nessun altro ha girato la mazza contro oggetti che si muovono a 80 90 o 100 miglia. Ha dovuto farlo da solo con i suoi superbi riflessi e la sua abilità, compiaciuto da una vecchiaia sempre più lontana. Non importa cosa pensa la gente di Bonds come persona. Ha camminato verso casa base con una mazza in mano, con una gomitiera protettiva, con il suo talento e i suoi pensieri, portando il baseball ad una dimensione agro-dolce, salmastra. È il suo record, cosa può fare il baseball?. Inventare una formula magica per diminuire il N° degli homers?. Appartengono tutti a Lui, uno per uno. Victor Conte, fondatore della nota Bay Area Laboratory non ne ha battuto uno. Greg Anderson, intimo trainer di Bonds, non ne ha battuto uno. La gente che ha fatto soldi sulla figura di tanti sluggers e i funzionari delle analisi antidoping non hanno fatto un homer. Barry Bonds li ha fatti. Uno per uno. Tutti 756. Non li fece secondo lo stile di Rob Deer o Gorman Thomas, ma con una misurata disciplina, uno swing composto e compatto come un maestro di arti marziali. Bonds aveva autocontrollo, sapeva quello che stava facendo. Non andava a battere improvvisandosi un geniale suonatore di jazz come faceva Yogi Berra, e non usava l'istinto naturale come il grande Roberto Clemente. Semplicemente Bonds ipnotizzava i lanciatori. Nessun paragone con Aaron o Babe Ruth, il suo record è il frutto di una profonda arroganza e pazienza ereditata da Ted Williams. I lanci devono arrivare a lui. Se non sono in quella zona lui non gira la mazza, aspetta, e aspetta. "Che Swing!". Quando Bonds giocò la sua prima World Series ogni sua apparizione al piatto era come un leopardo che attende il momento propizio dell'agguato, concentrato nell'essenziale con brevissimi ondeggiamenti della mazza. Solo un leggero passo e gli occhi fissi sulla pallina. Da qualsiasi parte lo si guardi, quello swing rimarrà impresso nella mente di tutti, nessuna deviazione o imperfezione. Capita spesso che una star delle World Series altri non è che un giocatore decente, qualcuno che al momento giusto si ritrova ad essere protagonista. Ma Bonds dominò quelle Series come pochi fecero precedentemente. Sette partite, 8 su 17, 6 RBI, 3 Strike-out e 4 Homers. Ne avrebbe battuti di più se i California Angels non gli avrebbero dato 13 Basi su Ball, di cui 7 intenzionali. I lanciatori sono molto cauti e lavorano con i lanci agli estremi della zona di strike. A 43 anni Bonds non è nulla in confronto al figlio di Bobby Bonds, al nipote di Willie Mays. È stato educato ad essere sempre all'erta perchè il mondo è contro di lui, portando la sua fetta di insolenza nello spogliatoio dei Pittsburgh Pirates e affrontando con rabbia il manager Leyland. I compagni di squadra avrebbero guardato da un'altra parte, ma quel giovane giocava, eccome se giocava. Nel libro Game of Shadows di Lance Williams si racconta in modo esplicito come la persona di Barry Bonds fosse fredda e manipolatrice, in grado di giurare il falso in tribunale e di negare i profitti ricevuti con l'uso di sostanze anabolizzanti. I test hanno evidenziato che tanti giocatori ne fecero uso per poter sognare quel contratto da 1 milione di dollari. Tanti test furono positivi sui lanciatori che speravano di aggiungere qualche miglia alla loro fastball. Quanti lanciatori hanno gioito per ogni homer di Bonds?. Pensate si possa attenuare la colpevolezza di Bonds?. I Giants lo hanno messo da parte accettando il suo ritiro. Ora è l'ombra dell'atleta che ha dominato nei campi per 2 decenni. È un Hall of Famer al primo ballottaggio, poco importa cosa ha usato. Il suo nome non sarà mai distante dalle note a piè di pagina, dagli asterischi, dai dubbi e dai sospetti. Ma Barry Bonds ha battuto tutti i suoi homers. È il suo record. The Road to History has just come to an end. "I move over and offer my best wishes to Barry and his family on this historical achievement," così ha parlato Hank Aaron "My hope today, as it was on that April evening of 1974, is that the achievement of this record will inspire others to chase their own dreams." Parole intense e ricche di contenuti dette da una persona che, come Jackie Robinson, ha dovuto affrontare le più forti ostilità sia in campo che fuori. Ma con grande signorilità e devozione come fosse Mahatma, ha combattuto un mondo che era contro di lui, un mondo che Barry non ha combattuto. Barry Bonds ha battuto tutti i suoi 756 homers!.

domenica 25 settembre 2011

IL BASEBALL È BLUES

Il Baseball è musica e armonia. Il Blues è musica e armonia, il Baseball è Blues. Tutto inizia con una B. È il blues di Tim Hudson, che dopo un intervento chirurgico di trapianto del legamento del gomito rientra in Major League. Dopo tante sofferenze e riabilitazione registra il suo 1600imo strike-out e la 10.000ima vittoria della franchigia dei Braves. È il blues di Dallas Braden che dopo aver perso la mamma portata via dal cancro, va a vivere con sua nonna col dolore nel cuore. Dalla sedia a rotelle la nonna lo incita per continuare a giocare a baseball. Il 9 Maggio del 2010, Mother's day, Dallas Braden effettua 109 lanci, 77 strikes contro la squadra di Tampa e ottiene la 19esima Partita Perfetta nella storia delle Major Leagues. È il blues di Brett Gardner, quando visita lo Stanley Children's Hospital, dove conosce la nipote di Babe Ruth. Alyssa gli racconta di quando il nonno promise un homer ad un ragazzo malato. Gardner la conosce, lei ha 18 anni e deve subire un trapianto di cuore. Nel suo letto di ospedale, Alyssa regala un braccialetto a Gardner e gli dice che lui farà un fuoricampo nella partita della serata. Il blues continua perchè Gardner non è titolare. Al suo posto gioca Johnny Damon a sinistra. Alyssa è davanti al televisore e sorride. A metà partita Damon viene espulso dall'arbitro, il manager Girardi si rivolge a Gardner "You're in!, Brett". Con due strike Gardner realizza una volata all'esterno sinistro, un doppio. Ma la palla prende un brutto rimbalzo e si  allontana dal difensore che la rincorre. Brett vola verso la terza e vede il suggeritore che lo incita a continuare la corsa per casa base. Brett arriva in scivolata. È un punto. È un fuoricampo interno. Alyssa è contenta. È il blues di Bengie Molina che viene trasferito ai Texas Ranger per far posto in squadra a Buster Posey. Un altro giocatore sarebbe amareggiato, ma non Bengie "È stata una mossa giusta, Buster è un catcher più bravo di me", dice Molina, dopo tanti anni a S.Francisco. È il Blues di Josh "The Natural" Hamilton, quando crack e cocaina si insinuarono nel suo mondo allontanandolo dai verdi prati d'estate, dalla moglie Katie e dalla piccola Julia. Anche in questo caso, le note del blues arrivarono alla nonna che ospitò Josh con la promessa di andare in un centro di riabilitazione. E così fu. The Natural si avvicinò ancora ai campi da baseball con i suoi homers, ma più di tutto ritrovò la vicinanza della moglie e della piccola Julia. È il blues di Torii Hunter che da piccolo doveva chiedere da mangiare ai vicini di casa perchè il padre drogato spendeva tutti i soldi e viveva in casa a lume di candela, senza elettricità. Ma Torii ama suo padre, il suo sogno si è avverato. È riuscito a strapparlo da quel tunnell e ora siede sulle tribune per guardare il figlio che gli ha restituito ciò che gli apparteneva: la dignità di un padre.

È il blues di Scott McClain con le sue lacrime e le 80 telefonate per comunicare che il sogno si è realizzato. Il primo giorno di Settembre viene chiamato dai S.Francisco Giants. È nel line-up, ottiene un homer. La prima delle tante telefonate è diretta alla moglie Jennifer: "Ce l'abbiamo fatta!", dice il giocatore. Scott McClain è un rookie, Scott McClain ha 36 anni. È il Blues italiano, quello di Alex Stallion Liddi, il rookie di S.Remo che gioca nei Mariners, i cui occhi hanno visto soltanto 23 primavere. Baseball è il Blues, il Blues è Bello!. C'è un altro blues qui da noi, è la Baby Band Blues, i terribili ragazzi della squadra di Nettuno, che in finale riescono a far tremare le solide fondamenta di uno squadrone massiccio e potente come quello di S.Marino. È il blues dei tifosi che si accalcano allo Steno Borghese animati da quello che mesi prima non si sarebbero mai aspettato. È il blues di Stevie, Jimi, Janis, Dwane, Howling, B.B...È il blues di Filippo e Maurizio, che nelle pieghe della notte, mentre danzano le stelle, ci aiutano a rimanere saldamente in contatto con un mondo dove i sogni si possono realizzare. Il baseball è il Blues di tutti quanti noi, senza distinzione tra credenti e non credenti, senza distinzione tra razze e colori della pelle. È il blues di coloro che pensano e sono consapevoli che essere obbedienti non rappresenta una virtù, ma una subdola tentazione.

                         UPDATE. Venerdì 13 Settembre 2013
È il più bel Blues del nostro Baseball. Quello di Filippo Pippo Crociati, che dopo un incidente in moto si è trovato nella camera iperbarica per salvare la sua gamba. Non ce l'ha fatta. La sua gamba è rimasta là, ma The Captain è ritornato alla vita, nel dug-out con i suoi compagni. Lui ha vinto contro l'avversario più temuto da ogni essere vivente e aspetta che la sua squadra faccia altrettanto in queste finali di campionato.
Filippo Crociati

giovedì 15 settembre 2011

IT'S JUST A GAME

È SOLO UN GIOCO. L'espressione presa con il suo vero significato, ne ha acquistato uno più profondo e sarcastico. Viene definito un gioco, ma parecchie volte assume una dimensione amara, un serio affare dove la frase Il Baseball è il Gioco della vita, si può sostituire con Il Baseball è il Gioco della morte. Vita e Morte?. Certamente. Guardate quello che è successo in Europa e Sud America a proposito del calcio, un vero bollettino di guerra, e ci si rende conto che si può perdere la vita anche assistendo ad una semplice gara sportiva. Football, basketball, hockey e baseball hanno generato risse anche molto violente, dove parecchi giocatori hanno subito gravi infortuni obbligandoli ad un ricovero ospedaliero. Ci sono diversi elementi di pericolo nel baseball, come ad esempio un lancio addosso al battitore, o una scivolata in base con gli spikes che sfregiano la gamba del difensore. Anche il lanciatore si trova in una posizione di estremo pericolo, è già successo che sia stato colpito da un line-drive. L'elemento che più di ogni altro esaspera il grado di pericolosità è senza dubbio l'accanito desiderio di vincere, cioè quel desiderio che genera uragani di emotività. Coloro che deridono gli adulti che giocano col cuore da bambini, forse non sanno di cosa si tratta. Il bisogno di vincere è importante per l'atleta che ha la massima dedizione, così come allo stesso modo è importante il tocco preciso di una nota da parte di un musicista, oppure la perfetta tonalità di colore scelto dall'artista. Interpretare gli sports e i giochi in modo delicato e attento, è divertente per il proprio essere, ma è anche dannatamente serio. Ma è soltanto un gioco. SOLTANTO UN GIOCO?. Chiedetelo a Reggie Smith, che per due volte ha sentito la terra contro la faccia cadendo per evitare due lanci di Bob Humphrey. Voleva combattere, ma qualcuno ha minato alla sua vita. Lasciò il box di battuta per dirigersi verso il monte di lancio. Nessuno può permettersi di usare il suo corpo come bersaglio. Ma altri arrivarono prima di lui e i giocatori si ammucchiarono sul campo. L'arbitro intervenne mentre il massiccio Frank Howard, slugger dei Washington, sovrastava tutti con i suoi 2.06mt di altezza e 135kg di muscoli. Nessun pugno è stato sferrato, nessuno si è fatto male e nessuno è stato espulso. Questa volta la rissa è stata evitata. Ma la prossima volta?. Perchè R.Smith è stato bersagliato?. L'evidenza è chiara. Smith era un forte battitore, i Senators stavano perdendo e nella precedente partita il lanciatore dei Red Sox, Sonny Bert, aveva colpito Howard e polverizzato Ken McMullen. Rappresaglia?. Vendetta?. Vero, tanto nella vita quanto nel gioco. Qualche giorno dopo Ray Culp, lanciatore dei Boston, colpì per ben due volte Don Wert dei Detroit, che aveva realizzato le uniche due battute valide della partita. Intimidazione?. Vero, sia nella vita quanto nel gioco. Il giorno successivo Mickey Lolich di Detroit colpì Carl Yastrzemski dei Boston. L'arbitro ammonì Lolich che si giustificò dicendo che Wert era stato messo KO per ben due volte. Yankees e Boston non vanno certo per il sottile quando si tratta di darsele sonoramente. Nel 1967, T. Tillotson colpì J. Foy nella seconda ripresa. Quando, alla nona ripresa, il pitcher degli Yankees si presentò a battere Jim Longborg lo colpì in pieno. "Non potevo permettergli di lasciare il campo dopo aver colpito uno della mia squadra", disse Longborg. Entrambe le panchine si svuotarono. Petrocelli e Pepitone ingaggiarono un incontro di boxe. Reggie Smith sollevò il corpo di Tillotson e lo sbattè per terra. Sembrava che ci fosse lotta per tutto il campo. Quindi la pace, con Petrocelli che disse: "Io e Pepitone stavamo scherzando, siamo amici e spesso ci punzecchiamo" a vicenda". Quella fu una rissa abbastanza normale, tanta confusione ma nessuno si fece veramente male. Quello che successe a Los Angeles nel 1965 invece fu qualcosa di sanguigno. Juan Marichal dei Giants, aprì la testa di John Roseboro colpendolo con la mazza. Un lancio in direzione della tempia fu la causa di tutto. L'unica differenza è che il lancio proveniva dal catcher Roseboro. "Tirò la pallina colpendomi l'orecchio di striscio", disse Marichal. Il lanciatore dei Giants fece tre giri di mazza e uno di questi colpì Roseboro provocandogli un taglio sulla testa. Marichal venne sospeso per una settimana con una multa di $ 2.000 e Roseboro lo citò in giudizio per $ 110.000. E quello che successe a George Moriarty?. Divertente. G.Moriarty (1885-1964), giocò terza base per Chicago e Detroit dal 1903 (19 anni) fino al 1916. In seguito divenne arbitro dal 1917 al 1940. In entrambi i ruoli, di giocatore e arbitro, Moriarty fece parlare di sè specialmente dopo aver messo KO per ben tre volte, in tre occasioni diverse, il campione della cattiveria Ty Cobb. Moriarty divenne tanto temuto e rispettato al tempo che una volta durante una partita rubò la seconda base arrivando in scivolata. Il lancio del ricevitore lo colpì alla schiena e Moriarty, rialzandosi di scatto, iniziò a urlare, "Chi mi ha colpito con un pugno?". I difensori scapparono via. In qualità di arbitro, Moriarty non perse il suo carattere grintoso. A Cleveland nel 1932, Moriarty era arbitro capo. Stanco delle continue proteste dei giocatori di Chicago, si diresse verso la panchina e disse loro che se volevano discutere lui li avrebbe aspettati sotto le tribune a fine partita. Il lanciatore Milt Gaston terminò in ospedale col naso rotto.
La stessa sorte capitò al manager Lew Fonseca e al catcher Charlie Berry i quali terminarono stesi per terra. Nella sua biografia, Hank Greenberg, Hall of Famer, ricorda Moriarty perchè lo difese dai continui insulti che arrivavano dai giocatori dei Cubs. Greenberg era ebreo, e anche in quella occasione Moriarty si avvicinò alla panchina dei Chicago. Non si sa cosa disse ai giocatori, ma da quel momento smisero di insultare Greenberg. Well, it's just a game folks.

mercoledì 7 settembre 2011

BONING THE BAT

Da quando l'uomo primitivo raccolse un pezzo di legno per difendersi dagli attacchi della tigre dai denti a sciabola, capì l'enorme forza e il piacere di possedere una mazza. Da Robin Hood, alla mitologica scure di Paul Bunyan, alla clava di Ercole fino al martello di Thor, gli uomini della leggenda hanno sempre adorato stringere un manico, talvolta arrotolato con bende, per colpire l'avversario o il nemico da distruggere. Asce, accette, bastoni e badili col passare del tempo e con l'aiuto della tecnologia hanno subìto una riduzione delle loro dimensioni senza comprometterne la forza distruttrice e la soddisfazione di sferrare un bel colpo secco e preciso. Tali sensazioni sono familiari nello sport dove l'attesa per i nuovi modelli di mazze è sempre vissuta con estremo interesse sia nell'Hockey quanto nel Golf e non di meno nel baseball. Quale sarà il nuovo modello di mazza da coccolare e da nascondere al sicuro, lontano da pericolose mani infedeli?. Non c'è nulla di più noioso di una mazza sbagliata. Tutte le mazze servono per giocare a baseball, tutte le mazze servono ai battitori, ma UNA è quella che fa per voi. La mazza giusta è quella con un bilanciamento perfetto che non fa avvertire il peso, è la trave che sorregge l'anima dei ballplayers, la compagna da stringere a da proteggere. Oltre al guantone, la mazza è l'oggetto di maggior interesse nell'equipaggiamento di un ballplayer. "Se stai cercando dei guai, prova a toccare la mia mazza", disse George Scott dei Boston Red Sox. Di tutte le cose inanimate dello sport, come palle, scarpe, guanti, caschi ed ogni tipo di imbracatura, niente è così strettamente personale e onnipresente come una odorosa Louisville Slugger. Entrare in un magazzino con centinaia e centinaia di mazze da baseball, vederle sagomate partendo da un rude pezzo di legno d'acero, o di hickory, noce americano, il legno preferito di B.Ruth e L. Gerhig, o di frassino, il legno preferito da Ted Williams e J. DiMaggio, per poi essere sistemate in ordine di peso e grandezza, tutte belle lucidate, è un esperienza unica come l'abito indossato da una affascinante modella durante una sfilata di moda.
 Tutte le mazze sono per i giocatori, ma solo una è per il battitore, e quell'unica mazza sarà, per sempre, un amore eterno. "Ogni mazza si sente in modo diverso, anche se appartengono allo stesso modello", disse Roy White degli Yankees. Il forte esterno era uno dei tanti giocatori in grado di percepire la differenza di peso della mazza, anche di pochi grammi. "Una volta feci 5 su 5, con 5 tipi diversi di mazze", continua White, "Continuavo a cambiarle perchè non le sentivo bene nelle mani. Dopo aver ottenuto un 3 su 3 dissi a me stesso che forse era meglio continuare a cambiare mazza". Tommy Agee dei Mets ebbe la stessa sensazione e cambiò ben 22 mazze nel suo 22-game hitting streak. Ken Singleton affermò che era stato il peggior hitting streak della storia perchè Agee era in slump e per questo cambiava mazza tutte le volte. Spesso, nuvole minacciose offuscano l'azzurro e limpido cielo dell'universo delle mazze di legno. Come nel Far West, sto parlando di legno fuorilegge, di delinquente ricercato, di Wanted Wood. Ci sono state persone e atleti che hanno modificato le mazze rendendole più micidiali al contatto con la pallina. Artiglieria Mafiosa? Nessun numero seriale?. Greg Nettles, ruppe la sua mazza dopo aver effettuato una debole battuta al volo. Dal bastone rotto uscirono 6 palline di gomma durissima (paragonabili a quelle che noi chiamiamo palline-magiche), il catcher Bill Freehan di Detroit le raccolse indicando Nettles come prossima vittima di un plotone d'esecuzione. Mazza illegale equivale ad essere un automatico-eliminato. "What a hell", disse Nettles a Freehan, "Con una battuta del genere sarei stato eliminato in ogni caso". Diversi giocatori hanno usato mazze truccate in particolari momenti della partita. Niente di più facile. Con un trapano si pratica un foro sulla testa della mazza, si inserisce del sughero ben pressato e si richiude il foro sigillandolo con del legno plastificato. Earl Weaver disse che a New Orleans tutte le mazze della squadra erano truccate e lui stesso fece 6 homers in un mese. Quando gli arbitri se ne accorsero entrarono nello spogliatoio della squadra come se fossero dei poliziotti antisommossa, presero le mazze, le portarono sul campo e davanti a tutti i tifosi, con furia devastatrice le spaccarono tutte. "Volevo piangere", disse Weaver attuale manager degli Orioles (siamo nel 1979). Certamente non si può dire all'arbitro di controllare la mazza ogni volta che uno si presenta a battere perchè dovrebbe portare con sè una sega. Ma ci sono situazioni in cui un recidivo viene tenuto sotto osservazione, e in un momento cruciale della partita è facile sentire "Hey arbitro, dai un'occhiata alla sua mazza". Successe a Norm Cash di Detroit mentre si dirigeva nel box di battuta, con punteggio pari e corridore in terza base. Weaver avvisò l'arbitro di controllare la mazza e Cash fece prontamente dietrofront per dirigersi verso la panchina e cambiare la mazza. Risultato?. Fuoricampo di Cash. Nel 1978 Hal McRae dei Royals venne accusato più volte di usare mazze truccate. Gli arbitri, insospettiti, segarono più volte le mazze incriminate. ma il risultato fu quello di trovare solo segatura sparsa per terra. In Minor League vi fu l'abitudine di inserire all'interno della mazza un tubo riempito parzialmente con mercurio. La sostanza, essendo  pesante, garantiva un impatto devastante sulla pallina. Il fatto curioso era che, tenendo la mazza in verticale, la stessa sembrava più leggera. Ma quando iniziava lo swing, il mercurio si spostava all'interno del tubo per effetto della forza centrifuga e la mazza diventava più pesante col risultato di ottenere legnate più lunghe. Il Sig. Mercurio non giocò mai in Major League, pur possedendo una mazza invincibile. Anche l'universo della conservazione delle mazze  è lontano dall'essere semplicemente prosaico. Durante l'inverno, Frankie Frisch teneva le sue mazze nel fienile come fossero prosciutti. Honus Wagner invece, aveva un approccio scientifico e per evitare il deperimento del legno dovuto principalmente a fattori climatici, teneva le sue mazze a bagno nel CREOSOLO, sostanza disinfettante derivata dal petrolio meglio nota col nome di IDROSSIMETILBENZENE oppure METIL-FENOLO. Frank "Home Run" Baker, prima base dei Phillies, non rivelò mai il suo unguento segreto per conservare al meglio le mazze. Jimmy Frye di Baltimore era più grezzo e rustico. Lui insaponava le mazze con olio motore. Altri giocatori sbattevano la mazza contro superfici dure per meglio compattare il legno. "OH!, the baseball bat", con le venature sottili, con le venature larghe. Ogni giocatore ha la sua scelta e ha la sua teoria di conservazione per mantenerla sempre fresca e vivace, se vuoi che ti dia il meglio.

Verso la metà del secolo scorso, vi fu un notevole aumento della produzione di mazze di legno di frassino. Essendo più leggero dell'hickory, il frassino si adattava meglio per essere usato anche dai giocatori che non disponevano di forza bruta come quella di B.Ruth, J.Foxx, K.K.Keller, J.Jackson, L.Gerhig, H.Wilson. Ma col passare del tempo, il frassino tendeva a sfogliarsi, perdendo così la sua compattezza. Ecco allora che i giocatori iniziarono una nuova attività che prese il nome di Boning The Bat, ossia sfregavano la testa della mazza con un grande osso di bovino appena macellato, ripristinando così la giusta densità al legno di frassino. In seguito venne usato un cilindro di porcellana e al giorno d'oggi gli stessi produttori di mazze come la Louisville Slugger dispongono di uno specifico attrezzo per ossare le mazze prima della consegna.




Babe Herman (1903-1987) esterno dei Brooklyn Dodgers, era sempre alla ricerca di mazze diverse da usare. Una volta chiese al bat-boy di andare a prendere una dozzina di mazze. Quando il bat-boy ritornò, Herman esaminò le mazze provandole con qualche swing a vuoto e disse "No, non le voglio, mi servono mazze più pesanti". Il bat-boy raccolse le mazze e le riportò nello spogliatoio. Una settimana più tardi Herman chiese ancora al bat-boy di portare delle mazze. Il ragazzo andò nello spogliatoio e prese le stesse mazze della settimana precedente. Herman ne provò qualcuna. "Finalmente, ecco le mazze che volevo". Si rivolse al bat boy e disse: "Fai un ordine di 2 dozzine per me".

domenica 28 agosto 2011

MORDIMI IL SEDERE

Nel baseball si sa, sono tanti i giocatori che si affidano alle cure del trainer o a quelle mediche in seguito agli infortuni riportati durante l'attività agonistica. Ogni anno, quella che si chiama disabled list, rappresenta la nota dolente di tanti managers i quali sperano all'inizio del campionato di avere tutta la squadra in salute almeno per buona parte della stagione. Dall'altra parte la disable list rappresenta una fonte di speranza per tanti Minor Leaguers che vedrebbero la possibilità di un avanzamento di categoria oltre all'opportunità di farsi notare per poter agguantare un ingaggio nella Major League. Gli infortuni sono frequenti specialmente negli sport dove predomina il contatto fisico. Il baseball non è uno sport propriamente violento, tuttavia le percentuali di rischio infortunio non sono da sottovalutare in quanto il lancio della pallina e lo swing della mazza rappresentano movimenti esplosivi che impegnano anche legamenti e tendini. Tutti sanno ormai che i lanciatori sono inclini ad accusare dolori al braccio in particolare alla spalla e al gomito. Altresì i battitori i quali risentono dei dolori provocati dalla rotazione delle anche, dolori che si trasmettono alla schiena, ai polsi, ed anche alle ginocchia. Tutto questo senza tener conto che una pallina battuta assume rotazioni ed effetti talvolta improvvisi e il rischio di un rimbalzo falso con brutte conseguenze al volto non è trascurabile. Aggiungiamo anche i contatti tra corridore e ricevitore talvolta dolorosi e pericolosi per non parlare di qualche lanciatore smaliziato che tira al corpo del battitore e qualche corridore che scivola con la gamba alzata. Insomma, alla fine questo gioco è pericoloso tanto quanto attraversare un fiume con i coccodrilli. Ma gli infortuni ai giocatori di baseball non avvengono solo in campo, ma anche fuori dallo stesso e quando ciò avviene, nella sua triste dimensione, l'infortunio, assume un risvolto divertente e curioso per non dire quasi biasimevole. È il caso di Sammy Sosa, che in seguito ad uno starnuto gli si bloccò la schiena e fu costretto a stare a letto per 2 giorni. Ma l'infortunio più clamoroso successe a Glenallen Hill esterno dei Toronto, nel 1990. Hill stava dormendo ed ebbe un incubo che riguardava i ragni. Si, avete letto bene, lo scrivo ancora: incubo con i ragni. La fobia di Hill nei confronti di questi insetti lo portò ad azioni violente nel sonno al punto che saltò giù dal letto e cominciò a sbattere il suo corpo contro il muro come se volesse liberarsi dai ragni. La moglie, svegliatasi di soprassalto chiamò l'ambulanza perchè il marito era sanguinante alla testa alle braccia e alle gambe. Finalmente Hill si accasciò per terra ferito e con diversi tagli su tutto il corpo. Lo portarono all'ospedale e successivamente la moglie tornò a casa per pulire il sangue che non era di nessun ragno. "Stavo sognando quelle bestiacce", dirà in seguito Glenallen. "Non sto scherzando, volevo liberarmene al più presto". Nel 1990 David Wells, lanciatore, mentre era sonnambulo ruppe il vetro della finestra della camera da letto con la mano con cui lanciava. "Difficile riposare la notte". Altri non hanno avuto molta fortuna nemmeno di giorno. John Smoltz, lanciatore di Atlanta, si ustionò il petto indossando una T-Shirt che era stata pressata col calore per imprimere il nome della squadra. Ruben Sierra si infortunò alla gamba nel tentativo di salvare il figlio sulla scala mobile di un centro commerciale. Von Hayes, esterno dei Phillies, andò in disabled list perchè si tagliò un dito con una sega rotante nel tentativo di ripararla. Scivolò e per proteggersi dallo strumento allungò il braccio infortunandosi. Questi bizzarri infortuni non sono senza precedenti. "Take me out to the ballgame, ma non fatelo in taxi. Il consiglio di non chiudere la portiera del taxi prima di essere completamente usciti dal veicolo, non è stato seguito alla lettera. John Smiley dei Pittsburgh si infortunò alla mano chiudendola nella portiera di un taxi. Non lanciò per un mese, mentre la squadra stava battagliando per vincere il titolo di lega. Lo stesso accadde a Nolan Ryan. Mariano Duncan dei Cincinnati soffrì di cervicale perchè prese un taxi con gli schienali bassi e senza poggiatesta. Casey Stengel addirittura venne investito da un taxi a Boston che gli costò la rottura della gamba e due mesi lontano dai campi da baseball. Alan Trammell di Detroit si travestì da Frankenstein durante l'Halloween Party. Cadde dai trampoli infortunandosi alla gamba. Sempre Trammell, si stava accomodando al tavolo in un ristorante quando Dave Rozema, suo compagno di squadra, innavvertitamente tolse la sedia e il povero Trammell cadendo si infortunò alla schiena. Per di più possedeva un oggetto di vetro nella tasca posteriore che si ruppe e qualche frammento si infilzò nel suo sedere. Il 3 Settembre del 1988 il seconda base Lou Whitaker si infortunò ai legamenti del ginocchio mentre stava ballando ad un party con amici. Attenzione ai catchers dei Mets. Barry Lions nel 1987 andò a sbattere contro il lanciatore John Tudor dei Cardinals nel tentativo di effettuare una presa al volo in territorio foul. Tudor venne ricoverato col ginocchio rotto. Lo stesso accadde a Danny Cox sempre dei Cardinals il quale riportò una leggera frattura all'anca. Entrambi gli episodi avvennero nel giorno di Pasqua. Se Barry Lions è in circolazione, state lontano dai foulballs. Un altro catcher dei Mets, Mackey Sasser prese una sedia e si sedette posizionando una gamba della sedia sopra l'alluce del lanciatore Doc Gooden...OUCH! CHE MALE!. Bobby Ojeda, altro lanciatore mancino dei Mets, si tagliò la mano sinistra mentre potava la siepe di casa sua. Tutti ricordano Vince Beep-Beep Coleman, velocissimo esterno dei St.Louis. Prima di Game 4 dei Play Off del 1985, gli addetti alla manutenzione del campo azionarono la macchina che stende il telone protettivo in caso di pioggia. Coleman era sul campo e, non accorgendosi della macchina, venne investito dalla stessa e il giocatore si infortunò al ginocchio.
Vince Coleman
Venne portato in ospedale col taxi, ma il cab ebbe un incidente che peggiorò la condizione di Coleman. Anche questo è il baseball, dove gli infortuni fanno parte di questo mondo costellato di pazzia e ingenuità. Fate molta attenzione ai taxi, ai catchers, e soprattutto quando volete coricarvi per un buon riposo notturno. Per ultimo, ecco un infortunio veramente storico. Clarence Blethen era un giocatore di Minor League, che fece un paio di apparizioni in Majors durante i suoi 18 anni di carriera. Ebbene, Clarence detiene un record. È l'unico giocatore della storia che è riuscito a mordersi il sedere, si, il suo culo. Blethen era un lanciatore che portava la dentiera e quando saliva sul mound se la toglieva e la metteva nella tasca dietro. Durante una partita andò in battuta dimenticandosi la dentiera in tasca. Avvenne nel 1923 quando Blethen giocò per i Boston. Fu l'unica volta che arrivò in base e, scivolando in seconda, la sua dentiera gli morsicò il sedere. Venne sostituito per sanguinamento alla natica dovuto al suo morso.
             

mercoledì 24 agosto 2011

TAXI DRIVER

Con una spettacolare presa in tuffo, il seconda base dei Cubs Darwin Barney, la più impopolare e sconosciuta persona esistente nella South-East degli Stati Uniti, pone fine all'hitting streak di Dan Uggla dei Braves, fermando la striscia a quota 33 partite consecutive con almeno una battuta valida ottenuta. Un risultato prestigioso nel baseball odierno considerando i frequenti cambi di lanciatori durante le partite e le difese sempre più protagoniste con giocate spettacolari e di altissimo livello atletico. La fine dello streak di Uggla mi riporta indietro nei ricordi per cercare il nome di colui che decretò la fine dello streak più prestigioso della storia del baseball. Sto parlando ovviamente della striscia di 56 partite consecutive effettuato da Joe Di Maggio nel 1941. Zappando e scavando nel Web, mi sono trovato a Cleveland il 17 Luglio del 1941. Gli esperti del gioco sanno che in quella data Di Maggio non realizzò nessuna battuta valida grazie alla robusta performance del lanciatore partente Al Smith, del lanciatore di rilievo Jim Bagby Jr. e soprattutto grazie a due giocate strepitose del terza base dei Cleveland, un giocatore oscuro e misterioso, mai apparso in qualche nota di merito. Quel giorno però, si guadagnò il suo spazio di notorietà. Il suo nome è Ken Keltner. Oltre a lui, ci furono altri 4 giocatori che contribuirono alla fine dello streak di Di Maggio. Contro Al Smith, lo Yankees Clipper ottenne una base su ball e due secche battute lungo la linea di foul di terza base. Keltner con due giocate istintive catturò le insidiose battute riuscendo ad eliminare in prima base l'accorrente Di Maggio. Più tardi, all'ottava ripresa, Di Maggio si presentò per l'ultimo AB della partita contro il rilievo Bagby. Jim Bugby morì nel Settembre del 1988 a causa del cancro che lo colpì alla trachea. Aveva 71 anni. Non fu più in grado di parlare dal 1982 e gli sarebbe piaciuto avere un nastro registrato per poter rispondere alle domande riguardo lo streak di Di Maggio. La moglie, che riusciva a leggere il movimento delle labbra disse che il marito lanciò soltanto lanci dritti e che Di Maggio ne colpì uno in pieno che però finì diretto verso l'interbase Lou Boudreau. Il difensore fece un'acrobazia perchè la pallina battuta ebbe un rimbalzo anomalo proprio davanti a lui. Con un gesto istintivo Boudreau allungò il braccio e prese la pallina a mano nuda, la lanciò al seconda base per iniziare un doppio gioco. Fu così che terminò lo streak di Di Maggio. Ma, aspettate, non è finita. La vicenda si fa interessante e ricca di curiosità e di coincidenze. Qualcuno si appellerebbe al destino o al caso o alla fatalità. Dopo questa partita, Di Maggio ottenne un altro streak di 16 partite consecutive con almeno una valida. Ve lo immaginate?, 73 partite di hitting streak. 56 partite è un qualcosa di irraggiungibile, 73 sarebbero da associare a qualcosa che non appartiene a questa Terra. Eppure, c'è mancato pochissimo, un niente, per poter assistere ad una impresa eroica da parte di Di Maggio. In quella partita gli Yankees conducevano per 4 a 1 alla nona ripresa e presentarono 5 giocatori alla battuta. Se gli Indians avessero pareggiato nella parte bassa della ripresa, Di Maggio sarebbe stato il terzo battitore a presentarsi nel box alla decima ripresa. Lefty Gomez, il lanciatore degli Yankees, iniziò la nona ripresa concedendo una valida. Dopo un time-out chiesto dal manager Joe McCarthy, il successivo battitore degli Indians ottenne un'altra valida. A quel punto il manager sostituì Gomez con il miglior lanciatore della lega, il closer Murphy, che era in testa alla classifica delle salvezze. Vincendo la partita, Murphy avrebbe anche eliminato ogni possibilità per Di Maggio di andare alla battuta. Il nome Larry Rosenthal vi dice qualcosa?. Niente, quel nome si trova nella terra di nessuno, ma quel giorno Rosenthal, .209 di media battuta, quasi salvò lo streak di Di Maggio. Entrò come pinch-hitter e con 2 corridori in base colpì il lancio di Murphy spedendo la pallina nella zona centro-destra del campo, in mezzo tra J. Di Maggio e Tommy Henrich. Gli Indians segnarono due punti e Rosenthal arrivò in terza base dopo aver inciampato in prossimità della seconda base. In molti affermarono che Rosenthal avrebbe avuto la possibilità di arrivare a casa base, pareggiando la partita e offrendo a Di Maggio l'occasione di andare a battere alla decima ripresa. In quel momento la situazione della partita era la seguente: nona ripresa, 4 a 3 per gli Yankees, zero eliminati e corridore in terza. Si presentò alla battuta Hal Trosky che ottenne una rimbalzante verso il prima base Johnny Sturm, che raccolse la palla e completò l'eliminazione. Un eliminato, Rosenthal fermo in terza. A battere si presentò Clarence Campbell, pinch hitter mancino, al posto del lanciatore Bagby. Campbell colpì forte a terra in direzione del lanciatore Murphy il quale raccolse la palla e vide che Rosenthal era distante dalla terza base. Rapidamente Murphy si diresse verso il corridore intrappolato ormai tra la terza e la casa base. Nel frattempo Campbell arrivò salvo in prima base e inspiegabilmente rimase fermo osservando Rosenthal preso in trappola. In quella situazione Campbell avrebbe dovuto correre verso la seconda base perchè una successiva battuta valida gli avrebbe permesso di segnare il punto del pareggio. Rosenthal venne eliminato e Roy Weatherly rappresentò l'ultima speranza per Cleveland e per Di Maggio. Il prima base degli Yankees, Johnny Sturm, giocava vicino al sacchetto per controllare il corridore Campbell. Weatherly battè una secca rimbalzante lungo la linea di foul del sacchetto di prima base. Il difensore la raccolse e col piede sul sacchetto completò l'eliminazione. Se Campbell, mentre Rosenthal era stato preso in trappola, fosse andato in seconda base, Sturm avrebbe giocato lontano dal sacchetto di prima base e la battuta di Weatherly sarebbe stata come minimo una valida da due basi e Campbell avrebbe segnato il punto del pareggio e, chissà, forse oggi nel libro dei records non ci sarebbe più 56, ma 73. A fine partita il terza base di Cleveland, Keltner, fu scortato dalla polizia perchè gli amici di Di Maggio lo volevano aggredire. C'è un'ultima domanda. Chi effettuò il lancio dall'esterno che costrinse Rosenthal a fermarsi in terza, Henrich o Di Maggio?. I giornali non ne parlarono. Il seconda base Joe Gordon, che avrebbe ricevuto il lancio dall'esterno posizionandosi come uomo di taglio, è morto così come il terza base Red Rolfe e il lanciatore Murphy. Rosenthal, Bill Dickey, catcher degli Yankees, e Henrich non si ricordano. Di Maggio, persona schiva e poco comunicativa, alla domanda "Ti ricordi chi fece quel lancio dall'esterno?", semplicemente rispose di no. Tommy Henrich riassume nel modo migliore tutta la vicenda. "Sarebbe stato molto facile manovrare la pallina permettendo a Rosenthal di segnare il punto del pareggio, ma quando si parla di onore nello sport, stiamo parlando di baseball". Prima della partita, Joe e il suo roommate Gomez, presero un taxi per arrivare al campo. Il taxista li riconobbe e rivolgendosi a Di Maggio gli disse, "Spero che tu possa continuare con il tuo streak, ma ho la brutta sensazione che oggi non farai nessuna valida". Gomez, infuriato, disse al taxista di stare zitto e di pensare a guidare. Ken Keltner lo troviamo in una breve apparizione nel film Major League del 1989 nel ruolo di consulente tecnico per il reclutamento dei giocatori della squadra più scassata d'America. Morì nel Dicembre del 1991.
Ken Keltner

lunedì 18 luglio 2011

IL GRANDE SPIRITO

L'evocazione del grande spirito e il volo dell'aquila non hanno cessato di esistere e rivivono quotidianamente nei ballpark del Nord America. Il baseball è tremendamente popolare in tutti i continenti dando prova di una vera anima universale che viene celebrata ogni anno. Questa anima ha un nome e si chiama Globalizzazione che non ha nulla a che vedere con la "guerra fredda" di un mercato in competizione dove capitali economici generano profitti soltanto per pochi eletti, attraverso un criterio vampiresco usato per succhiare sangue alla povera gente. No!. La globalizzazione dell'Old Game è il punto d'incontro di una solidarietà ritrovata, del buon senso comune e dell'appartenenza alle varie origini, alle varie culture e all'attaccamento millenario verso la nostra Terra. Asiatici, Europei, Australiani, Sud Americani, uomini bianchi, neri, meticci e creoli, tutti praticano il gioco della vita. Ma c'è un'altra etnia, affascinante e misteriosa, tanto cara ai nostri cuori di fanciulli, che fa parte di questo sogno quotidiano. Nonostante abbia subito la devastazione e lo sterminio da parte degli europei è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante e a scrivere capitoli significativi nella storia dell'Old Game. Questa etnia è rappresentata dagli Indiani, i pellerossa, quelli di "Toro Seduto", di "Geronimo", di "Orso Bianco", di "Cavallo Pazzo" di "Aquila Rossa". Tribù come i Sioux, gli Apache, i Comanche, i Seminoles e tante altre, si resero protagoniste nella storia americana per aver opposto il coraggio di fronte all'avanzata del "viso pallido" conquistatore.

Ai grandi capi indiani vennero riconosciute doti quali l'astuzia, l'intelligenza e la grande strategia nelle battaglie sostenute per la libertà. Addirittura vi fu un capo indiano di nome Giuseppe, della tribù dei "Nasi Forati", che fu un grande combattente. La sua abilità nella guerriglia viene spesso ricordata ancora oggi nella base militare americana di West Point. Sappiamo tutti come finì quella guerra, conosciamo tutti le barbarie perpetrate ai danni dei nativi da parte dell'uomo bianco. Tante furono le vittime da entrambe le parti e alla fine i "visi pallidi" ebbero la meglio. Si impossessarono dei territori degli Indiani relegando i superstiti in piccole zone del continente nord-americano che vennero chiamate "Riserve". Col passare degli anni, fino ai nostri giorni, la comunità indiana è cresciuta e tutt'ora rappresenta un robusto movimento nel tessuto sociale americano, sempre presente nel rivendicare e nel promuovere i diritti e la giustizia nei confronti delle etnie più deboli. Lo spirito di Manitou, il possente frastuono della corsa del bisonte e i canti crepuscolari degli indiani da sempre hanno contribuito a creare fascino e mistero. Non di meno nei Ballpark di tutta l'America, dove la presenza di giocatori appartenenti a varie tribù di indiani ha contribuito enormemente all'inserimento dei pellerossa nella società americana. Molti conoscono la storia dell’integrazione dei giocatori di colore nel baseball, ma pochi sanno quella dei nativi americani. I fans di tutto il mondo conoscono le due squadre di MLB, i Cleveland Indians e gli Atlanta Braves. Entrambi i nomi, compreso i logos, si riferiscono agli Indiani d'America, anche se non hanno alcun legame con la cultura tribale. Ci sono tante squadre, anche nelle Leghe Minori, il cui stemma identificativo rappresenta una figura stilizzata di un pellerossa. Sono poche le persone che conoscono i nomi di Charles Bender o Louis Sockalexis, leggendari giocatori di baseball con chiare origini indiane. I nativi vennero a contatto con il baseball nei primi decenni dell’ottocento. Gli esploratori Lewis e Clark, durante il loro viaggio nel Nord America, cercarono di insegnare una prima versione del gioco agli indiani di Nez Perce che erano delle tribù della regione del Pacific Northwest. Anche i prigionieri indiani giocavano a baseball e il più importante fu il guerriero Apache Geronimo a Fort Sill, in Oklahoma. Alla fine del 1800, gli adolescenti pellerossa furono portati via con la forza dalle loro famiglie per essere civilizzati, come si diceva, nelle scuole lontano dalle riserve. Per i ragazzi indiani, il baseball fu uno strumento di integrazione e capirono che era sicuramente un modo per sopravvivere. Il 22 aprile del 1897 Louis Sockalexis , della tribù di Penobscott, divenne il primo degli Indiani d'America a giocare a baseball nella massima lega con i Cleveland Spiders nell’American Association. Sei anni più tardi Chief Bender, uno Ojibwe, fu il primo degli indiani a giocare nell'American League e fu il primo ad essere eletto nella National Baseball Hall of Fame.

Le Tribù indiane ebbero una lunga tradizione nel gioco del baseball, sia fuori che dentro le riserve. Dai primi anni del '900, ai giorni nostri, ci sono stati tanti giocatori di Major League con chiare origini pellerossa, considerati mezzosangue, come Gene Bearden, Johnny Bench, Howie Fox, Nippy Jones, Ernie Koy, Roy Meeker, Willie Stargell, Joseph Tipton, Jim Toy, Thurman Tucker, Virgil Trucks, Zack Wheat e Early Wynn.
Jacobus "Jim" Franciscus Thorpe, figlio di un irlandese e madre pellerossa,tribù Sac e Fox, fu sicuramente l'atleta più famoso. Ottenne  grandissima fama anche fuori dagli Stati Uniti vincendo due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon. Grande atleta, dotato di forza e velocità, Thorpe fu anche una stella del football americano a livello universitario e professionistico. Giocò nella Major League baseball con i New York Giants, Milwaukee Brewers, Cincinnati Reds e Boston Braves. Thorpe è l'unico atleta di tutti i tempi ad aver realizzato 3 homers in una gara in 3 diversi Stati Americani. Tutto avvenne durante una partita di semi-pro, in uno stadio costruito al confine con Texas-Oklahoma-Arkansas. Il primo homer venne realizzato a sinistra e la pallina rimbalzò in  Oklahoma. Il secondo homer sorvolò la recinzione a destra e la pallina rimbalzò in Arkansas. Il terzo homer fu un Inside the park, per cui la pallina rimase in Texas. I titoli olimpici del 1912 gli furono ritirati proprio per aver giocato a baseball da professionista, e gli vennero restituiti postumi dal CIO solo nel 1983. Moses Yellow-horse, un Pawnee, è considerato da molti storici come il primo mezzosangue indiano a giocare in formazioni di baseball professionistico. Moses giocò con i Pittsburgh Pirates per due anni dal 1921. Rimase anche famoso perché nella stagione del 1922 colpì Ty Cobb con un lancio in mezzo agli occhi. Questo episodio venne provocato da Cobb che, posizionandosi vicino al piatto, insultò l'indiano con frasi razziste. Ci sono stati nella storia del baseball quattordici ballplayers comunemente chiamati Chief o semplicemente soprannominati chief. Al contrario dei giocatori neri alcuni players Indiani giocavano nei campionati più importanti già da decenni. Per la cronaca, nel 1924 venne riconosciuta ai pellerossa la cittadinanza statunitense. I nativi subirono nel mondo del baseball un mix di razzismo e di accettazione, anche se, a differenza dei neri, venne concesso a loro di poter giocare. Tuttavia, in quegli anni, gli indiani erano pur sempre considerati come dei selvaggi. Attualmente ci sono due fenomenali giocatori pellerossa al servizio della MLB. Uno è Jacoby Ellsbury, esterno dei Boston Red Sox, appartiene alla tribù Navajo. L'altro è Joba Chamberlain, un mezzosangue della tribù Winnebago che lancia per i New York Yankees. Con i Cardinals di St. Louis gioca il lanciatore Kyle Lohse della tribù dei Nomlaki. Questi tre, al momento in cui scrivo, sono gli unici Indiani d'America nelle Major Leagues. A seguire, ecco l'elenco di tutti i pellerossa che hanno giocato in MLB. AUGH!!

               

domenica 10 luglio 2011

WRIGLEY FIELD

Per le strade adiacenti al Wrigley Field di Chicago altro non si parla che di streghe e fantasmi, di magia, di riti pagani ed ogni sorta di creatura dal mondo delle tenebre. Il suo aspetto sobrio e genuino, con una spiccata impronta bucolica e la sua ancestrale fame di pennant, rendono il Wrigley perfetto per una sorta di esorcismo. E che dire della costante brezza che spira talvolta contro e talvolta a favore del battitore?. È forse il lamento di dolore delle antiche tribù dei Chippewa, dei Potawatomi, dei Kickapoo sterminate dai soldati governativi? Si!, Wrigley Field è il centro dei fenomeni inspiegabili, del mistero ricorrente e dell'alito dell'Antico Bisonte. Tutto è successo al Wrigley Field, tutto succede e tutto succederà al Wrigley Field. Ogni evento, ogni battuta, ogni lancio è impresso nelle verdi foglie dell'edera che da quasi un secolo artigliano, stringono e avvolgono in un abbraccio di gelosia il Wrigley Field. Una perfetta scenografia per lo stadio dal fascino quasi tribale e soprannaturale. Solo al Wrigley Field si è consumato il mistero di due palline in gioco in una partita. Successe nel 1959 durante un confronto tra le squadre dei Cardinals e dei Cubs. Il lanciatore Bob Anderson di Chicago concesse la base per ball a Stan Musial. Il catcher si lamentò con l'arbitro affermando che Musial, sul conteggio di 3 ball e uno strike, aveva fatto un foul ball. Nel frattempo la pallina rotolò dietro allontanandosi dal ricevitore. Musial se ne accorse e dalla prima base iniziò a correre verso la seconda base. Alvin Dark, il terza base di Chicago si precipitò a raccogliere la pallina per assisterla all'interbase Ernie Banks che era andato a coprire la seconda base. Nell'attimo precedente, INSPIEGABILMENTE, l'arbitro consegnò una nuova pallina al lanciatore di Chicago, il quale cercò di eliminare Musial che si stava dirigendo in seconda base. Il tiro fu errato e la pallina finì all'esterno centro. A sua volta Musial, resosi conto della situazione, cercò di guadagnare la terza base, ma venne toccato out da Banks, che aveva ricevuto il tiro dal terza base Alvin Dark. "Dammit!, ci sono 2 palline in campo!. Qual'è quella giusta?. L'arbitro di base dichiarò Musial OUT, perchè venne toccato con la pallina originale di inizio partita. Il manager di St.Louis andò su tutte le furie, ma non successe nulla perchè alla fine i Cardinals vinsero per 4 a 1. La fama e la reputazione del Wrigley Field si è allargata a macchia d'olio come tutto il suo alone di misticismo e superstizione. Nel 1945 il proprietario di una taverna, un certo Billy Goat Sianis si recò allo stadio per acquistare i biglietti per le World Series contro i Detroit Tigers. Aveva con sè una mascotte, come una specie di strega nei panni di un caprone, un animale esoterico in grado di esorcizzare le più nefaste situazioni.
B. Goat e Murphy
Il bigliettaio negò l'ingresso all'animale, il cui nome era "Murphy" perchè il suo odore nauseabondo avrebbe infastidito i tifosi. Allora Billy Goat gettò un maleficio dicendo che la squadra non vincerà mai più fino a quando un altro Murphy-caprone non entrerà nello stadio. Tanto vero, quanto assurdo, la maledizione è tutt'ora incombente. Infatti i Chicago Cubs non vincono una World Series dal 1908. Solo al Wrigley Field si è potuto assistere all'unica e storica partita di 9 riprese senza una battuta valida. Era il 2 Maggio del 1917 allo stadio che al tempo si chiamava Weegham Park. James "Hippo" Vaughan, lanciatore dei Cubs, e Fred Toney, lanciatore dei Cincinnati Reds, si affrontarono in una partita concedendo zero valide agli opposti line-up di battuta. Dopo 9 riprese regolamentari il punteggio era stabile sullo 0 a 0. Gus Getz, terza base dei Reds, si presentò alla battuta all'inizio della 10ima ripresa e venne eliminato al volo da Art Wilson, il catcher dei Cubs. Quindi si presentò a battere Larry Kopf, che ottenne la prima valida dell'incontro. In seguito fu il turno di Greasy Neale che venne eliminato al volo da Cy Williams, l'esterno centro dei Cubs. 2 OUT. È ora il turno di Hal Chase che batte una facile volata in campo esterno, nella zona centro-destra. I difensori, correndo verso la pallina, esitarono nell'effettuare l'eliminazione permettendo ai corridori di arrivare in terza e in seconda base. In battuta si presentò Jim Thorpe, famoso atleta Olimpionico plurimedagliato e anche giocatore di football, il quale realizzò una debole battuta in direzione del lanciatore che frettolosamente raccolse e tirò la pallina verso casa base per prevenire il punto. (Thorpe era velocissimo, e non c'era nessuna possibilità di eliminarlo in prima base anche perchè la sua battuta produsse un ampio rimbalzo della pallina). Tuttavia il corridore di terza base rinunciò all'idea di poter segnare il punto. Il ricevitore dei Cubs non si aspettava l'assistenza del proprio lanciatore e la pallina gli rimbalzò sulla pettorina rotolando lontano permettendo al corridore di terza base di segnare il punto che risulterà vincente in quanto i Cubs, essendo squadra di casa, non segnarono e non fecero nessuna valida. Il lanciatore dei Reds vinse una partita lanciando una no-hit di 10 riprese. Il lanciatore dei Cubs perse il confronto anche se statisticamente non era stato responsabile del punto subito. Negli spogliatoi, "Hippo" Vaughan se la prese con il suo catcher e furono coinvolti in una violenta rissa che venne interrotta con l'ingresso del presidente della squadra, Charlie Weegham, che disse: "You're a bunch of dumbasses!", (siete un gruppo di asini!). Al Wrigley Field ci sono i "Bleacher Bums" all'esterno sinistro, un club esclusivo dove i tifosi si presentano in canottiera e le ragazze in bikini e la birra scorre generosa come le acque del Mississippi, non solo negli stomaci dei fans, ma anche sulle teste dei giocatori avversari con particolare predilezione verso quelli dei Mets. E dopo il folklore ecco che l'esoterismo e la superstizione si affacciano di nuovo al Wrigley Field. Nel 1994 un gruppo di predicatori arrivò allo stadio in compagnia di un altro caprone-Sianis per porre fine ad una striscia di 12 partite perse in casa. Il gruppo di stregoni assieme al caprone girarono intorno allo stadio diverse volte fino a quando entrarono in campo da un ingresso secondario. Fecero tutto il giro agitandosi con ampi gesti cerimoniali e passarono davanti al bullpen dei lanciatori dove si stava scaldando il lanciatore dei Cubs, Steve Trachsel. I Cubs vinsero 7 a 2 contro i Reds spezzando la sequenza di sconfitte consecutive. Ma la superstizione affligge anche i numeri al sempreverde Wrigley Field. 8-8-88, fu il giorno dove venne disputata la prima partita storica in notturna. Per tanti anni Chicago e i tifosi dei Cubs sono sempre stati contrari a disputare le partite sotto le luci al punto che negli anni 50, il proprietario della squadra consegnò un nuovo impianto-luci ad un team di minor league per mantenere la tradizione del Wrigley. Alla fine dovettero cedere alle continue richieste da parte della Lega di costruire un impianto luci. Ad ogni modo, il malumore dei tifosi generò un onda di negatività e quella partita venne sospesa dopo 3 riprese per...pioggia!. Tutto succede al Wrigley Field, perchè è sempre in crescita senza mai invecchiare, perchè la sconfitta possiede il dolce sapore della condivisione e della vicinanza, perchè la luna e le stelle svelano i loro poteri astrali, perchè l'abbraccio al Wrigley è il forte legame del blues di Chicago e del sole che si tuffa nel lago Michigan. Perchè la corsa sulle basi è l'antico tam-tam delle tribù indiane pronte al più alto sacrificio. Tutto è successo, e altro succederà al Wrigley Field perchè si è consapevoli che il silenzio dopo l'attacco rafforza il cuore dell'avversario.