Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

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martedì 16 novembre 2010

IL RAGAZZO E LA PALLINA

Il lancio di Danny McLain arrivò alto e interno. Con la grazia infinita di un artista, il corpo di Mickey Mantle si avvitò su se stesso. La mazza incontrò la pallina con un impatto perfetto. Decollò alta e lontana. I tifosi si alzarono bruscamente con un boato di gioia e di stupore mentre The Sweet Switcher completò il giro delle basi per il suo fuoricampo N°536. Fu quello l'ultimo ruggito nei 18 anni di carriera di Mantle?. Smetterà di giocare o trascinerà il suo corpo martoriato per un'altra stagione?. Non avevo mai visto Mickey con quell'espressione vuota, con quello sguardo assente. Sono passati 19 anni da quando Casey Stengel disse, "Abbiamo un ragazzo che brucierà i capelli dei lanciatori con le sue battute. È ambidestro, corre come una lepre impaurita e possiede un braccio come una catapulta. Viene  dalle miniere di zinco in Oklahoma, è timido, di poche parole ma può battere correre e tirare".

Non è facile per un 20enne che non è mai stato ad est del Mississippi, che guardava film western e sognava ampie distese incorniciate da profondi e variopinti orizzonti. Ma il coraggio nel suo spirito non era secondo a nessuno. Quel coraggio gli ha permesso di superare il dolore per la morte prematura del padre e di due suoi fratelli a causa di una forma tumorale, il linfoma di Hodgkin. Quello stesso dolore gli fece pensare che non avrebbe mai visto l'alba dei suoi 40 anni. L'amore per il gioco gli ha consegnato quelle ampie distese riempiendo il vuoto all'esterno centro lasciato in eredità da Joe DiMaggio. I suoi fuoricampi non erano solo lunghe volate. Nel 1953 Mantle spedì la pallina a 565 piedi fuori dal Griffith Stadium, il  più lungo nella  storia delle Majors. Giorno dopo giorno la stella di Mantle brillava sempre più in alto nonostante la sua abitudine di rompere le mazze contro il muro del dog-out dopo aver subito uno strike-out. Ma i suoi modi bruschi erano dettati dall'esigenza di voler giocare il miglior baseball possibile. Questa esigenza si concretizzò nel 1956 vincendo la Tripla Corona. Gli onori si riversarono su di lui come una cascata d'acqua trasformandolo nell'eroe d'America e nel simbolo di ogni persona, il padre di tutti i figli e il figlio che ogni madre avrebbe sognato di avere. C'è solo un Mickey Mantle, il suo ruvido carattere era in competizione con i suoi ripetuti infortuni dovuti ad una malattia che gli rendeva le ossa fragili. Tuttavia riusci a giocare 2401 partite, più di ogni altro Yankees.

Un giorno, bussò alla porta dello spogliatoio un biondo e magro personaggio. "Dov'è lo Sweet Switcher?, chiese il signore con una punta d'invidia. Altri non era che il Duca di Windsor, Edoardo VIII D'Inghilterra. Quando il Lord vide Mantle, gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla dicendo "Ho sempre desiderato conoscerti". Se Mantle fosse stato un Re, e nella sua mano avesse stretto una spada, lui sarebbe Sir Mickey Mantle, il nobiluomo del baseball.

Era il Maggio 1963. Non avevo dormito quella notte. Mi giravo nel letto in preda all'eccitazione che il giorno dopo sarei andato allo Yankees Stadium a vedere The Mick. Nella mano stringevo un tesoro, anzi, era più di un tesoro. Niente oro o argento o pietre preziose, ma un semplice pezzetto di carta, l'ingresso nel paradiso, nel tempio di antica eternità. È stata dura distogliere lo sguardo di mia madre dal portafoglio appoggiato sul tavolo, ma il rumore di un vaso rotto in soggiorno era tutto ciò che avevo premeditato per catturare la sua attenzione. Col campo libero arraffai $1,30, tutto quello che mi serviva. In fondo, quando si parla di baseball, è concesso rubare, non è peccato. Lo stadio era tutto esaurito, la folla delle grandi occasioni. Tutt'intorno si respirava l'odore degli hot dog, e c'era un brusio di sottofondo come una strana atmosfera, come se qualcosa di straordinario stava per accadere. Quando Mantle si avviò verso il box di battuta era come l'oceano che avanzava. Il brusio crebbe diventando fragore. Lo stesso fragore si trasformò in un rombo di tuono quando lo swing di Mantle fece volare la pallina tanto in alto da mescolarsi col bagliore del sole, tanto in alto da sbattere contro la facciata dello stadio sopra l'esterno destro, tanto forte che la pallina rimbalzò a metà strada tra il sacchetto di seconda e la zona dell'esterno. Non si vedeva dagli anni 20', dai tempi di Babe Ruth.


                                           IL RAGAZZO E LA PALLINA

 Mickey Mantle entrò nella storia, quando al Griffith Stadium, nel 1953, realizzò un homer di 565 ft. La pallina venne raccolta da un bimbo dietro ad una casa situata nelle vicinanze dello stadio. Ma chi è questo bimbo adesso?, sarà solo un vecchio o forse sarà morto?.

Irv Noren si trovava sulle tribune del capiente Griffith Stadium e stava osservando il Batting Practice degli Yankees. Dopo aver dato un'occhiata al tabellone iniziò a gironzolare fino ad arrivare nella zona dell'esterno sinistro, appena sopra il muro. "Oggi ne batti una lontano", disse Noren rivolgendosi a  Mantle. Noren conosceva bene il Griffith Stadium, avendo giocato un paio di anni per i Washington per poi essere ceduto agli Yankees nel 1952. Sapeva che quello stadio era in grado di isolare la calura soffocante per far spazio ad una leggera brezza che spirava sempre in favore dei battitori. Sapeva che Babe Ruth aveva battuto una pallina contro la quercia al di là della recinzione nella zona dell'esterno centro e sapeva anche che Larry Doby aveva fatto un homer a destra sopra il muro alto 10 metri, provocando una telefonata all'ufficio dello stadio, "Qualcuno di voi ha lanciato una pallina rompendo il vetro di una finestra di casa che ha svegliato mio figlio". Noren sapeva anche che nessuno ha mai battuto una pallina verso la 32esima fila delle tribune all'esterno sinistro e pensò che quel giorno Mickey Mantle avrebbe potuto farcela.

                                                          APRILE 1953.

Fu un anno particolare per Mantle. La morte del padre, l'attesa di un figlio e di un nuovo contratto che l'avrebbe legittimato come autentico erede di Joe Di Maggio. Arrivò agli Spring Training in qualità di stella affermata, avendo battuto il punto vincente nelle precedenti World Series, nella settima partita. Il 9 di Aprile a Pittsburgh durante un allenamento, Mantle fu autore di un homer al Forbes Field da 450ft, una riedizione dell'ultimo fuoricampo ottenuto in carriera da Babe Ruth. Il giorno precedente, Mickey insieme a Billy Martin e Whitey Ford, persero il treno a Cincinnati in seguito ad una delle loro nottate con birra in compagnia di ragazze avvenenti. Presero il taxi ed arrivarono a Pittsburgh in tempo per il Batting Practice. Tre giorni più tardi, all'Ebbets Field, Mantle stava parlando con l'arbitro di casa base, quando dal microfono venne fatto il seguente annuncio, "Mickey non lo sa ancora, ma è appena diventato papà di un bimbo di 4 kg". Chuck Stobbs, un mancino appena acquistato dai Chicago White Sox, era il lanciatore partente di quel Venerdì 17 Aprile. Aveva esordito a 18 anni in Major League con i Boston Red Sox nel 1947 ma i problemi al braccio l'avevano invecchiato precocemente  diventando un lanciatore di controllo, ideale per un campo grande come il Griffith Stadium dove, all'esterno sinistro, il muro si trovava  a quasi 115mt da casa base. "Puoi battere bene contro Stobbs", disse Noren a Mantle.

Quel pomeriggio, i tifosi paganti furono appena 4206 ai quali si aggiunsero circa 2000 bambini che erano entrati gratuitamente perchè era il  giorno dei Boy Scout. Con 2 eliminati, Stobbs concesse la base su ball a Yogi Berra portando Mantle nel box di battuta. L'esterno degli Yankees doveva ancora smaltire una contrattura alla gamba destra e aveva chiesto al compagno di squadra, Loren Babe, se poteva usare la sua mazza. Era un pezzo di legno pesante 34 once per 35 inches di lunghezza. Mantle guardò il primo lancio di Stobbs, un ball. Il manager Jim Brideweser disse al coach, "Lo sai?, credo che questo ragazzo può battere la pallina contro il tabellone". Il secondo lancio fu una dritta o uno slider. "Non ricordo", dirà Stobbs in seguito. Appena il lanciatore iniziò il caricamento, una raffica di vento improvvisa partì da dietro casa base in direzione dell'esterno sinistro, così ricorda Bill Abernathy che era seduto sulle tribune. Sam Diaz, un metereologo, dirà in seguito che tra le ore 3 e le ore 4 al Griffith Stadium vi furono raffiche di vento in direzione del campo esterno, ad una velocità di circa 25 km/h. La pallina lasciò la mazza di Mantle ad una velocità stimata di 125mph. Clark Griffith, nipote del proprietario della squadra di Washington, si alzò di scatto dalla sua seggiola osservando la pallina che saliva come se fosse dotata di vita propria. Roy Clark, un musicista, ricorda il rumore dell'impatto della mazza con la pallina che riecheggiò per tutto lo stadio. Subito si capì che sarebbe stato un homer.

Nel bullpen degli ospiti, all'esterno sinistro, i lanciatori di rilievo rimasero fermi col naso all'insù per osservare la pallina che passava senza nessuna intenzione di cedere alla forza di gravità. Vi fu un attimo di silenzio, tutti che guardavano in quella direzione attoniti e increduli per quello che stava accadendo. Wayne Terwilliger, seconda base, disse che la pallina fu battuta talmente in alto che iniziò la sua discesa quando Mantle aveva passato la seconda base. Quello fu il primo fuoricampo della stagione e Mantle quando arrivò nel dug out sorrise come per riconoscere l'aiuto ottenuto dal vento. La scomparsa della pallina dallo stadio, diede ad Arthur E. Patterson, direttore delle public relations degli Yankees, l'opportunità per agire. "Quella distanza deve essere misurata", pensò Patterson. Sotto l'influsso di una demoniaca ispirazione, uscì dallo stadio, tratteggiando il suo percorso fino ad arrivare nel punto dove la pallina sarebbe caduta. Raggiunse la Quinta Strada e vide un ragazzo di colore che correva con una pallina in mano.

Donald Dunaway, questo era il nome del ragazzo. Egli viveva dietro l'angolo al 343 di Elm Street. Credendo fosse un poliziotto, il ragazzo si nascose in un vicolo buio e cieco, ma Patterson lo trovò e gli chiese dove aveva preso la pallina. In cambio dell'informazione, il bimbo avrebbe ricevuto $5. Accettato il compenso, il ragazzo portò Patterson al 434 Oakdale Place, dove c'era una casa a due piani fatta di mattoni. Di fretta, Patterson rientrò nell'ufficio stampa dello stadio e disse ai colleghi che la pallina percorse 565 piedi. Nessuno verificò o fece un tentativo per farlo, ma due giorni dopo, la notizia era su tutte le prime pagine dei giornali. Mickey Mantle ricevette contratti pubblicitari dalla Louisville, Wheaties, Camels, Gem razors, Beech-Nut gum. Tre giorni dopo, sul Washington Times-Herald, Bob Addie raccontò i retroscena di quel fatto e per la prima volta venne usata l'espressione Tape Measured Homerun. Così scrisse Addie. "Ho camminato 66ft dal punto segnato, cioè a 391ft da casa base, in direzione della pallina battuta che superò le tribune all'esterno sinistro. Ciò equivale a 457ft. Da lì mi recai verso il punto dove avrebbe dovuto cadere la pallina, cioè nel cortile di Oakdale Place. Feci 36 passi, ogni passo sono 3ft per un totale di 108ft che sommati ai 457ft precedenti fanno 565ft. Il cortile di Oakplace, era uno spiazzo erboso per cui la pallina non avrebbe potuto fare grossi rimbalzi.

Il Griffith Stadium era uno stadio per gli uomini bianchi, costruito al limite del quartiere Negro chiamato LeDroit Park. Proprio in quel quartiere iniziarono le ricerche del piccolo Donald Dunaway. Ma nessun D. Dunaway fu presente nell'elenco telefonico del 2006 e del 2008. Nessun D. Dunaway venne registrato al 343 di Elm Street nel 1954 e tantomeno nella scuola locale per i ragazzi di colore, la Lucretia Mott Elementary School. Anche gli archivi militari non registrarono nessun arruolamento di D. Dunaway e il suo nome non apparve nella lista dei certificati di morte. Venne assunto un investigatore privato, ma le sue ricerche non portarono a nessun risultato. Durante l'annuale riunione degli abitanti di LeDroit Park, nessuno potè rispondere con assoluta certezza sull'esistenza di D. Dunaway. Alcuni risposero di si, altri invece negarono la conoscienza di quel nome. Bobby Lane, un altro storico, dichiarò la questione finita. "Non c'è nessun Tape Measured Homerun, non c'è nessun Dunaway".

Venne ingaggiato l'ex agente speciale dell'FBI, Brad Garrett, famoso perchè dopo 4 anni e mezzo di ricerche riuscì a trovare Mir Aimal Kansi, autore di un attentato dove morirono 2 agenti federali della CIA nel 1993. Ma anche Garrett, nonostante la consultazione di vari registri e database di sicurezza, non trovò nessuna traccia di Dunaway. LeDroit Park venne aggiunto nel 1974 al Registro Nazionale dei Luoghi Storici ma nel 2007 la sua ricostruzione non arrivò alle case di quartiere di Dunaway dove, su alcune porte in legno, erano ancora visibili annunci di affitto che erano stati scritti con vernice-spray rossa. Verso la fine della strada del quartiere, un uomo, rispondendo alle domande, disse di conoscere Dunaway, che era andato a scuola con lui e che era morto, però non sapeva quando e nemmeno dove. Arthur Patterson era confuso. Aveva setacciato tutto il quartiere, chiedendo, domandando, bussando alle varie porte, niente, nemmeno la più piccola traccia di Dunaway. Patterson continuò e sulla strada delle sue ricerche apparve la figura di una donna, Sandra Epps, che indicò, come probabile fonte di informazioni, un'altra donna che abitava in Oakdale Park. Dopo 2 anni di lettere e telefonate senza risposta finalmente la porta di casa di Miss Rosa Burroughs si aprì e la donna invitò Patterson ad entrare. Miss Burroughs disse di conoscere Dunaway, e lo ricordava come un ragazzo esile con la carnagione scura. L'aveva visto l'anno precedente alla fermata n°14 del bus. Aggiunse anche che non sapeva come contattarlo, ma l'avrebbe chiesto a Miss Sarah, un'amica, con la quale frequentava il Bingo. Sei mesi più tardi, Miss Sarah (che si era ripresa da una malattia), disse di conoscere Dunaway e sua sorella Maxine, che era la moglie di Elder Walter McCollough, un pastore-sermonista della chiesa locale. Quella chiesa aveva un numero di telefono. Fu così che una sera, Maxine McCollough rispose alla chiamata di Patterson. "Si, è stato lui a raccogliere la pallina, ma perchè non lo chiedete a mio fratello?".

La tenacia di Patterson venne premiata. Ora le sue speranze si trasformarono in certezza. Fu colto da profonda emozione e il suo dito tremava mentre componeva quel numero di telefono. "Non avresti dovuto guardare così lontano", rispose Dunaway al telefono del suo appartamento, a circa 3 km dal posto dove raccolse la pallina. Avvicinandosi al 70esimo compleanno, lo stato di salute di Dunaway non era dei migliori. Il diabete e la conseguente artrite lo avevano debilitato al punto che passava gran parte delle giornate su una sedia a rotelle. La sua folta e grigia barba gli nascondeva il sorriso e quando vide Patterson i suoi occhi brillarono come fossero rinvigoriti da nuova giovinezza. "I vicini si ricordano di me col mio soprannome. Io ero Duckie, disse Dunaway, "facevo parte di una gang di ragazzi smaliziati e molte volte  andavo al Griffith Stadium per vendere gli scorecard, oppure aspettavo nel parcheggio qualche pallina battuta per poi rivenderla a 1$. Quel giorno di Venerdì 17 Aprile, scappai da scuola per andare allo stadio. Comprai un biglietto da 75cent e andai a sedermi nella zona verso l'esterno sinistro". Mentre parlava, Dunaway indicò col dito il punto esatto su una vecchia foto del Griffith Stadium, in prossimità del cartellone pubblicitario della Bohemian Beer. Poi prese il bastone e così accompagnò Patterson nel punto dove aveva recuperato la pallina. "Là", disse, appena arrivati in Oakdale. "Proprio laggiù", replicò indicando il punto col bastone. Il suo racconto non era molto chiaro, vi erano delle contadditizioni ma la cosa certa è che Dunaway non vide la pallina in volo che rimbalzava in 434 di Oakdale Place perchè si trovava ancora sulle tribune e che non disse a nessuno dove l'aveva raccolta. Al tempo Dunaway aveva 14 anni e non 10 come aveva creduto precedentemente Patterson. Appena si rese conto della traiettoria Dunaway uscì dal campo di corsa, animato dal desiderio di recuperare  la pallina. Iniziò a camminare in Oakdale Place in linea con gli appartamenti che si affacciavano verso la strada. Guardò in ogni angolo, cortile ed anche sotto le macchine. Fu una donna alla finestra ad indirizzare Dunaway verso la pallina. Continuando il suo cammino, trovò la pallina a circa 15mt. dal 434 di Oakdale Place, in un cortile sul retro di una casa di mattoni, sotto la finestra. Il che vuol dire che la pallina non arrivò mai in Oakdale Park, come precedentemente affermato da Patterson. Dunaway in seguito tornò al campo e disse all'addetto della sorveglianza che aveva la pallina dell'homer. La guardia condusse il giovane verso gli spogliatoi, e fu investito dalle domande dei reporter, ma lui non diede mai nessuna indicazione precisa, e nessuno si prese la briga di andare a controllare. L'unico scopo di Dunaway, era quello di negoziare un prezzo per la pallina. Alla fine ottenne $100 più una pallina firmata da M.Mantle. Questa è la storia. Ci sono altre versioni, ma la cosa sicura è che Mantle fu autore di un homer che ancora oggi è ricco di mistero. Questo mistero è ancora più profondo, perchè Art Patterson morì nel Febbraio del 1992, perchè Mantle morì nel 1995, perchè C.Stobbs morì nel Luglio del 2008. È ancora un mistero il tipo di lancio che Mantle spedì tanto lontano, e Dunaway è morto proprio nel Marzo del 2010


foto sopra: La freccia bianca indica dove è uscita la pallina (sulla sinistra si vedono dei tifosi che guardano dove è finita)
foto sotto: D.Dunaway. Alle sue spalle la facciata in mattoni dove disse di aver trovato la pallina in Oakdale






giovedì 4 novembre 2010

THE DARK SIDE

Una terribile visione di 60-70 anni fa. La TV commerciale riunì tante famiglie intorno allo schermo con una passione paragonabile a quella dei tifosi allo stadio. In Italia, gli attuali 65enni e oltre ricorderanno bene quella piacevole trasmissione che si chiamava Carosello. Erano circa 15 minuti di storielline che illustravano il prodotto da pubblicizzare come unico rimedio per il buon finale. "Miguel son mi", oppure, "Riingooo...Riingoooo", e ancora, il baffuto personaggio della caffettiera che al posto della bocca aveva le lettere che in rapida successione visualizzavano ciò che diceva quando parlava. Negli States c'era Margareth Hamilton con i suoi prodotti per la pulizia del corpo, Cameron Swayze per Timex ed altri come Mr. Whipple e il suo ketch up. Ma nessuno di loro era così bravo come Java Joe. Quel vecchietto con i capelli argentati poteva fare proprio tutto, con tanta naturalezza, anche fuori dal campo da baseball. Non pubblicizzò solo il caffè, ma anche una nota filiale di banca. La sua voce era deliziosa, la sua calma era impeccabile e la sua sicurezza invidiabile. Non si sapeva mai da dove fosse venuto ma lui c'era, era sempre puntuale. "Non sto vendendo, ti sto parlando", diceva. "Non ci sarà un altro Di Mag". Tante persone lo hanno associato col Baseball. Anche nel 78' il suo nome era su tutte le prime pagine quando Pete Rose si avvicinò a 12 partite dallo streak record di 56 battute valide in 56 incontri consecutivi. Rose si ricordò di un giovane cacciatore di autografi tanto desideroso di avere quello di J. Di Maggio. Quando vide la pallina firmata disse al ragazzo, "Joe Di Maggio?", "Lo conosci?, è Mr. Coffie", e il ragazzo "Uh?". La stessa cosa successe nella famosa striscia di Shultz, Peanuts, quando Charlie Brown dal monte urla e dice, "Joe Di Maggio non si è mai lamentato quando giocava col caldo". E Lucy dall'esterno, "Chi era Joe Di Maggio?". "Era uno dei più grandi esterni mai visti", "Oh!, pensavo che bevesse caffè", replicò Lucy. Joe Di Maggio, dovrebbe essere associato all'ambrosia. Probabilmente è il più grande giocatore mai visto, ed è stato il più grande esterno centro mai visto. Giocare nel più vasto prato centrale, come quello del vecchio Yankees Stadium, per Joe era come un piccolo recinto, e tutto quel campo lo teneva nel palmo di una mano. Dopo una presa al volo, col suo rilancio sembrava dettasse le regole su come ci si doveva comportare in diamante. Mai si è visto Di Maggio fare prese incredibili e spettacolari, sono solo azioni da circo e lo Yankees Stadium è un tempio, non un capannone. Mai si è visto Joe fare una presa in tuffo o in piena estensione del braccio. Lui semplicemente era sotto la traiettoria della pallina e nessuno sapeva da dove fosse venuto. Di Maggio procedeva, e se n'è andato. Aspettava la pallina, non andava mai a cercarla. Jolting Joe era un nomignolo errato. Non si muoveva così in campo, tanto da suscitare o ricordare un simile jolt, balzello, saltello. Diciamo, ad esempio: nona ripresa, due out e basi piene, Yankees in difesa sopra di un punto, grande legnata lunga e profonda. Quando la pallina scende per toccare l'erba, ecco Joe, tranquillo nella sua progressione divorando metri di terreno. "Out", Yankees vincono e Joe scompare, si allontana. "Where have you gone, Joe Di Maggio", chiesero Simon e Garfunkel negli anni 60', "Jolting Joe has left and gone away."

Quando sposò Marilyn Monroe venne celebrato in un'altra canzone negli anni 40'. "Joltin' Joe, ti vogliamo dalla nostra parte, glorificato nel nostro lato oscuro", ma adesso, Di Maggio, sta glorificando una tazza di caffè. Il divorzio con Marilyn era ormai cosa fatta. Lei fu la prima a testimoniare dell'umore di Joe che sprofondava nell'abisso più scuro e profondo. La dolce Marilyn ricorda che quando gli chiedeva "What's up Joe?", l'unica risposta che otteneva era un semplice "Leave me alone". Erano le uniche parole che brillavano dal profondo lato oscuro di Jolting Joe, lo stesso Jolting Joe che porterà 6 rose sulla tomba della sua amata 3 volte a settimana. Joe se n'è andato, ancor prima di arrivare. Tutti lo conscevano in campo, tutti lo conoscevano in TV, ma nessuno sapeva cosa nascondeva e nessuno sapeva chi era senza la divisa del campione. La cosa terribile è che Joe era perfetto nel suo look televisivo. Quando lo incontravano dicevano "Joe, sei grande", allo stadio prima della partita, "Joe, sei grande", e probabilmente anche la Venere di Milo si sarebbe inchinata sussurrando al suo orecchio, "Joe, sei un grande". Lui lo sapeva a tal punto che quando rientrava nel dug out chiedeva ai suoi compagni di squadra, "Come sono andato?". "Bene Joe, molto bene, sei un grande", gli rispondevano i giocatori. E lui continuava, disprezzando il dolore al ginocchio e l'ulcera che lo perseguitava.

Lui c'era. Era presente. Il prato centrale era come la notte più buia dove l'unica stella risplendente era la sua. Ma Joe se n'è andato. "My best catch ever", disse Joe quando sposò Dorothy Arnold, 19enne attrice. "E' difficile vivere con me", avrebbe detto Joe in seguito al suo divorzio. Dall'Italiano alla lingua Inglese senza accento, dagli spaghetti al pollo fritto, dalla famiglia ad un'altra famiglia, quella di Frank Sinatra e Al Capone. Joe è cresciuto nel baseball come il campione del divenire e dell'avvicendamento che l'hanno portato ad abbandonare la scuola dopo un anno in high school. Era pigro, ribelle, affettato e gentile senza mai nutrire una particolare inclinazione verso l'altro sesso. Una cosa era dannatamente certa. Quando lo vedevi nell'On deck Circle, mentre aspettava il suo turno di battuta, avevi la sicurezza che quel giorno avresti vinto la partita. Poco importa se ha scioperato per avere un rialzo del suo salario che gli costò l'appellativo di essere avido e senza scrupoli. Tutti tacquero quando Joe giocò con uno stipendio ribassato dopo la stagione del 1941. La storia è frammentata, piena di lati oscuri e indecifrabili come Di Maggio e la sua sofferenza, la sua eleganza e la sua infelicità. Joe è quello che più tardi verrà definito dalla rivista Times come "l'uomo il cui essere trasuda classe pura". Ma il baseball stava salendo forte come il Fascismo in Italia. Parole dure, ma in realtà Joe non è mai stato un free agent, non è mai stato uno spirito libero, non poteva parlare con i suoi pensieri. L'unica libertà per lui è stata quella di abbracciare il suo mistero, racchiuso e nascosto dalla sua tenerezza. L'abbiamo visto correre, l'abbiamo visto battere e l'abbiamo visto tirare. Ma ciò che c'è stato in mezzo non lo sapremo e non lo vedremo mai perchè gli occhi non hanno mai incontrato il suo sguardo.
Where have you gone Joe Di Maggio?.

Miami 1980, con P.Ceccaroli, D.Uberti e J.Di Maggio
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Con una spettacolare presa in tuffo, il seconda base dei Cubs Darwin Barney, la più impopolare e sconosciuta persona esistente nella South-East degli Stati Uniti, decretò la fine all'hitting streak di Dan Uggla dei Braves, fermando la striscia a quota 33 partite consecutive con almeno una battuta valida ottenuta. Un risultato prestigioso nel baseball odierno considerando i frequenti cambi dei lanciatori e le difese sempre più protagoniste con giocate spettacolari e di altissimo livello atletico. La fine dello streak di Uggla è uno stimolo per cercare il nome di colui che decretò la fine dello streak più prestigioso della storia del baseball. Sto parlando ovviamente della striscia di 56 partite consecutive effettuato da Joe Di Maggio nel 1941.

Cleveland, 17 Luglio del 1941. Gli esperti del gioco sanno che in quella data Di Maggio non realizzò nessuna battuta valida grazie alla robusta performance del lanciatore partente Al Smith, del lanciatore di rilievo Jim Bagby Jr. e soprattutto grazie a due giocate strepitose del terza base dei Cleveland, un giocatore oscuro e misterioso, mai apparso in qualche nota di merito. Quel giorno però, si guadagnò il suo spazio di notorietà. Il suo nome è Ken Keltner. Oltre a lui, ci furono altri 4 giocatori che contribuirono alla fine dello streak di Di Maggio. Contro Al Smith, lo Yankees Clipper ottenne una base su ball e due secche battute lungo la linea di foul di terza base. Keltner con due giocate istintive catturò le insidiose battute riuscendo ad eliminare in prima base l'accorrente Di Maggio. Più tardi, all'ottava ripresa, Di Maggio si presentò per l'ultimo AB della partita contro il rilievo Bagby. Jim Bugby morì nel Settembre del 1988 a causa del cancro che lo colpì alla trachea. Aveva 71 anni. Non fu più in grado di parlare dal 1982 e gli sarebbe piaciuto avere un nastro registrato per poter rispondere alle domande riguardo lo streak di Di Maggio. La moglie, che riusciva a leggere il movimento delle labbra disse che il marito lanciò soltanto palle dritte e che Di Maggio ne colpì una in pieno che però finì diretta verso l'interbase Lou Boudreau. Il difensore fece un'acrobazia a causa di un rimbalzo anomalo proprio davanti a lui. Con un gesto istintivo Boudreau allungò il braccio e prese la pallina a mano nuda, la lanciò al seconda base per iniziare un doppio gioco. Fu così che terminò lo streak di Di Maggio. Ma, non è finita. La vicenda si fa interessante e ricca di curiosità e di coincidenze. Qualcuno si appellerebbe al destino o al caso o alla fatalità. Dopo questa partita, Di Maggio ottenne un altro streak di 16 partite consecutive con almeno una valida. Ve lo immaginate?, 73 partite di hitting streak. 56 partite è un qualcosa di irraggiungibile, 73 sarebbero da associare a qualcosa che non appartiene a questa Terra. Eppure, c'è mancato pochissimo, un niente, per poter assistere ad una impresa eroica da parte di Di Maggio.

In quella partita gli Yankees conducevano per 4 a 1 alla nona ripresa e presentarono 5 giocatori alla battuta. Se gli Indians avessero pareggiato nella parte bassa della ripresa, Di Maggio sarebbe stato il terzo battitore a presentarsi nel box alla decima ripresa. Lefty Gomez, il lanciatore degli Yankees, iniziò la nona ripresa concedendo una valida. Dopo un time-out chiesto dal manager Joe McCarthy, il successivo battitore degli Indians ottenne un'altra valida. A quel punto il manager sostituì Gomez con il miglior lanciatore della lega, il closer Murphy, che era in testa alla classifica delle salvezze. Vincendo la partita, Murphy avrebbe anche eliminato ogni possibilità per Di Maggio di andare alla battuta. Il nome Larry Rosenthal vi dice qualcosa?, niente. Quel nome si trova nella terra di nessuno, ma quel giorno Rosenthal, .209 di media battuta, quasi salvò lo streak di Di Maggio. Entrò come pinch-hitter e con 2 corridori in base colpì il lancio di Murphy spedendo la pallina nella zona centro-destra del campo, in mezzo tra J. Di Maggio e Tommy Henrich. Gli Indians segnarono due punti e Rosenthal arrivò in terza base dopo aver inciampato in prossimità della seconda base. In molti affermarono che Rosenthal avrebbe avuto la possibilità di arrivare a casa base, pareggiando la partita e offrendo a Di Maggio l'occasione di andare a battere alla decima ripresa. In quel momento la situazione della partita era la seguente: nona ripresa, 4 a 3 per gli Yankees, zero eliminati e corridore in terza. Si presentò alla battuta Hal Trosky che ottenne una rimbalzante verso il prima base Johnny Sturm, che raccolse la palla e completò l'eliminazione. Un out, Rosenthal fermo in terza.

A battere si presentò Clarence Campbell, pinch hitter mancino, al posto del lanciatore Bagby. Campbell colpì forte a terra in direzione del lanciatore Murphy il quale raccolse la palla e vide che Rosenthal era distante dalla terza base. Rapidamente Murphy si diresse verso il corridore intrappolato ormai tra la terza e la casa base. Nel frattempo Campbell arrivò salvo in prima base e inspiegabilmente rimase fermo osservando Rosenthal preso in trappola. In quella situazione Campbell avrebbe dovuto correre verso la seconda base perchè una successiva battuta valida gli avrebbe permesso di segnare il punto del pareggio. Rosenthal venne eliminato e Roy Weatherly rappresentò l'ultima speranza per Cleveland e...per Di Maggio. Il prima base degli Yankees, Johnny Sturm, giocava vicino al sacchetto per controllare il corridore Campbell. Weatherly realizzò una secca rimbalzante lungo la linea di foul del sacchetto di prima base. Il difensore la raccolse e col piede sul sacchetto completò l'eliminazione. Se Campbell, durante la "ballerina" di Rosenthal, fosse andato in seconda base, Sturm avrebbe giocato lontano dal sacchetto di prima base e la battuta di Weatherly sarebbe stata come minimo una valida da due basi e Campbell avrebbe segnato il punto del pareggio e, chissà, forse oggi nel libro dei records non ci sarebbe più 56, ma 73.

A fine partita il terza base di Cleveland, Keltner, fu scortato dalla polizia perchè gli amici di Di Maggio lo volevano aggredire. C'è un'ultima domanda. Chi effettuò il lancio dall'esterno che costrinse Rosenthal a fermarsi in terza, Henrich o Di Maggio?. I giornali non ne parlarono. Il seconda base Joe Gordon, che avrebbe ricevuto il lancio dall'esterno posizionandosi come uomo di taglio, è morto così come il terza base Red Rolfe e il lanciatore Murphy. Rosenthal, Bill Dickey, catcher degli Yankees, e Henrich non si ricordano. Di Maggio, persona schiva e poco comunicativa, alla domanda, "Ti ricordi chi fece quel lancio dall'esterno?", semplicemente rispose con un "No". Tommy Henrich riassume nel modo migliore tutta la vicenda. "Sarebbe stato molto facile manovrare la pallina permettendo a Rosenthal di segnare il punto del pareggio, ma quando si parla di onore nello sport, stiamo parlando di baseball".

Prima della partita, Joe e il suo roommate Gomez, presero un taxi per arrivare al campo. Il taxista li riconobbe e rivolgendosi a Di Maggio gli disse, "Spero che tu possa continuare con il tuo streak, ma ho la brutta sensazione che oggi non farai nessuna valida". Gomez, infuriato, disse al taxista di stare zitto e di pensare a guidare.
Ken Keltner lo troviamo in una breve apparizione nel film Major League del 1989 nel ruolo di consulente tecnico per il reclutamento dei giocatori della squadra più scassata d'America.
Morì nel Dicembre del 1991.