Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

martedì 16 novembre 2010

IL RAGAZZO E LA PALLINA

Mickey Mantle entrò nella storia, quando al Griffith Stadium realizzò un homer di 562 ft. La pallina venne raccolta da un bimbo dietro ad una casa situata nelle vicinanze dello stadio. Ma chi è questo bimbo adesso?, sarà solo un vecchio o forse sarà morto?.              

50 anni dopo

Irv Noren si trovava quel giorno sulle tribune del capiente Griffith Stadium e stava osservando il Batting Practice degli Yankees. Dopo aver dato un'occhiata al tabellone iniziò a gironzolare fino ad arrivare nella zona dell'esterno sinistro, appena sopra il muro. "Oggi ne batti una lontano!", disse Noren rivolgendosi a  Mantle. Irv Noren, conosceva bene il Griffith Stadium, avendo giocato un paio di anni per i Washington per poi essere ceduto agli Yankees nel 1952. Sapeva che quello stadio era in grado di isolare la calura soffocante per far spazio ad una leggera brezza che spirava sempre in favore dei battitori. Noren, sapeva che Babe Ruth aveva battuto una pallina contro la quercia al di là della recinzione nella zona dell'esterno centro e sapeva anche che Larry Doby aveva fatto un homer a destra sopra il muro alto 10 metri, provocando una telefonata all'ufficio dello stadio: "Qualcuno di voi ha lanciato una pallina rompendo il vetro di una finestra di casa e ha svegliato mio figlio!". Infine, Noren sapeva che nessuno ha mai battuto una pallina verso la 32esima fila delle tribune all'esterno sinistro e pensò che quel giorno Mickey Mantle avrebbe potuto farcela.
                                                          Aprile 1953.
Fu un anno particolare per Mantle. La morte del padre, l'attesa di un figlio e di un nuovo contratto che l'avrebbe legittimato come autentico erede di Joe Di Maggio. Arrivò agli Spring Training in qualità di stella affermata, avendo battuto il punto vincente nelle precedenti World Series, nella settima partita. Il 9 di Aprile a Pittsburgh durante un allenamento, Mantle fu autore di un homer al Forbes Field da 450ft, una riedizione dell'ultimo fuoricampo ottenuto in carriera da Babe Ruth. Il giorno precedente, Mickey insieme a Billy Martin e Whitey Ford, persero il treno a Cincinnati in seguito ad una delle loro nottate. Presero il taxi ed arrivarono a Pittsburgh in tempo per il Batting Practice. Tre giorni più tardi, all'Ebbets Field, Mantle stava parlando con l'arbitro di casa base, quando dal microfono venne fatto il seguente annuncio: "Mickey non lo sa ancora, ma è appena diventato papà di un bimbo di 4 kg!". Chuck Stobbs, un mancino appena acquistato dai Chicago White Sox, era il lanciatore partente di quel Venerdì 17 Aprile. Aveva esordito a 18 anni in Major League con i Boston Red Sox nel 1947 ma i problemi al braccio l'avevano invecchiato precocemente  diventando un lanciatore di controllo, ideale per un campo grande come il Griffith Stadium dove, all'esterno sinistro, il muro si trovava  a quasi 115mt da casa base. "Puoi battere bene contro Stobbs", disse Noren a Mantle. Quel pomeriggio, i tifosi paganti furono appena 4206 ai quali si aggiunsero circa 2000 bambini che erano entrati gratuitamente perchè era il  giorno dei Boy Scout. Con 2 eliminati, Stobbs concesse la base su ball a Yogi Berra portando Mantle nel box di battuta. L'esterno degli Yankees doveva ancora smaltire una contrattura alla gamba destra e aveva chiesto al compagno di squadra, Loren Babe, se poteva usare la sua mazza. Era un pezzo di legno pesante 34 once per 35 inches di lunghezza. Mantle guardò il primo lancio di Stobbs, un ball. Il manager Jim Brideweser disse al coach, "Lo sai?, credo che questo ragazzo può battere la pallina contro il tabellone!". Il secondo lancio fu una dritta o uno slider. "Non ricordo", dirà Stobbs in seguito. Appena il lanciatore iniziò il caricamento, una raffica di vento improvvisa partì da dietro casa base in direzione dell'esterno sinistro, così ricorda Bill Abernathy che era seduto sulle tribune col padre. Sam Diaz, un metereologo, dirà in seguito che tra le ore 3 e le ore 4 al Griffith Stadium vi furono raffiche di vento in direzione del campo esterno, ad una velocità di circa 25 km/h. La pallina lasciò la mazza di Mantle ad una velocità stimata di 125mph. Clark Griffith, nipote del proprietario della squadra di Washington, si alzò di scatto dalla sua seggiola osservando la pallina che saliva come se fosse dotata di vita propria. Roy Clark, un musicista, ricorda il rumore dell'impatto della mazza con la pallina che riecheggiò per tutto lo stadio. Subito si capì che sarebbe stato un homer. Nel bullpen degli ospiti, all'esterno sinistro, i lanciatori di rilievo rimasero fermi col naso all'insù per osservare la pallina che passava senza nessuna intenzione di cadere. Vi fu un attimo di silenzio, tutti che guardavano in quella direzione attoniti e increduli per quello che stava  accadendo. Wayne Terwilliger, seconda base, disse che la pallina fu battuta talmente in alto che iniziò la sua discesa quandoMantle aveva passato la seconda base. Quello fu il primo fuoricampo della stagione e Mantle quando arrivò nel dug out sorrise come per riconoscere l'aiuto ottenuto dal vento. La scomparsa della pallina dallo stadio, diede ad Arthur E. Patterson, direttore delle public relations degli Yankees, l'opportunità per agire. "Quella distanza deve essere misurata", pensò Patterson. Sotto l'influsso  di una demoniaca ispirazione, uscì dallo stadio, tratteggiando il suo percorso fino ad arrivare nel punto dove la pallina sarebbe caduta. Raggiunse la Quinta Strada, quando Patterson vide un ragazzo di colore che correva con una pallina in mano. Donald Dunaway, questo era il nome del ragazzo. Egli viveva dietro l'angolo al 343 di Elm Street. Credendo fosse un poliziotto, il ragazzo si nascose in un vicolo buio e cieco, ma Patterson lo trovò e gli chiese dove aveva preso la pallina. In cambio dell'informazione, il bimbo avrebbe ricevuto 75 cents (altri storici dicono che ricevette $5). Accettato il compenso, il ragazzo portò Patterson al 434 Oakdale Place, dove c'era una casa a due piani fatta di mattoni. Di fretta, Patterson rientrò nell'ufficio stampa dello stadio e disse ai colleghi che la pallina percorse 565 piedi!. Nessuno verificò o fece un tentativo per farlo, ma due giorni dopo, la notizia era su tutte le prime pagine dei giornali. Mickey Mantle ricevette contratti pubblicitari dalla Louisville, Wheaties, Camels, Gem razors, Beech-Nut gum. Tre giorni dopo, sul Washington Times-Herald, Bob Addie raccontò i retroscena di quel fatto e per la prima volta venne usata l'espressione tape measured homerun. Così scrisse Addie. "Ho camminato 66ft dal punto segnato, cioè, a 391ft da casa base, in direzione della pallina battuta che superò le tribune all'esterno sinistro. Ciò equivale a 457ft. Da lì mi recai verso il punto dove avrebbe dovuto cadere la pallina, cioè nel cortile di Oakdale Place. Feci 36 passi, ogni passo sono 3ft per un totale di 108ft che sommati ai 457ft precedenti fanno 565ft. Il cortile di Oakplace, era uno spiazzo erboso per cui la pallina non avrebbe potuto fare grossi rimbalzi. Nel 1953, il Griffith Stadium era uno stadio per gli uomini bianchi, costruito al limite col quartiere Negro chiamato LeDroit Park. Ed è  proprio in quel quartiere che iniziarono le ricerche di Donald Dunaway. Ma nessun D.Dunaway fu presente nell'elenco telefonico del 2006 e del 2008. Nessun D.Dunaway venne registrato al 343 di Elm Street nel 1954 e tantomeno nella scuola locale per i ragazzi di colore, la Lucretia Mott Elementary school. Anche gli archivi militari non registrarono nessun arruolamento di D.Dunaway e il suo nome non apparve nella lista dei certificati di morte. Venne assunto un investigatore privato, ma le sue ricerche non portarono a nessun risultato. Durante l'annuale riunione degli abitanti di LeDroit Park, nessun potè rispondere con assoluta certezza sull'esistenza di D.Dunaway. Alcuni risposero di si, altri invece negarono la conoscienza di quel nome. Bobby Lane, un altro storico, dichiarò la questione finita. "Non c'è nessun tape measured homerun, non c'è nessun D.Dunaway!". Allora venne ingaggiato l'ex agente speciale dell'FBI, Brad Garrett, famoso perchè dopo 4 anni e mezzo di ricerche riuscì a trovare Mir Aimal Kansi, autore di un attentato dove morirono 2 agenti federali della CIA nel 1993. Ma anche Garrett, nonostante la consultazione di vari registri e database di sicurezza, non trovò nessuna traccia di Dunaway. LeDroit Park venne aggiunto nel 1974 al Registro Nazionale dei Luoghi Storici ma nel 2007 la sua ricostruzione non arrivò alle case di quartiere di Dunaway dove, su alcune porte in legno, erano ancora visibili annunci di affitto scritti con vernice-spray rossa. Verso la fine della strada del quartiere, un uomo, rispondendo alle domande, disse di conoscere Dunaway, che era andato a scuola con lui e che era morto, però non sapeva quando e nemmeno dove. Arthur Patterson era confuso. Le ricerche non portarono a nulla di concreto. Aveva setacciato tutto il quartiere, chiedendo, domandando, bussando alle varie porte, niente, nemmeno la più piccola traccia di  D.Dunaway. Patterson continuò e sulla strada delle sue ricerche apparve la figura di una donna, Sandra Epps, che indicò, come probabile fonte di informazioni, un'altra donna che abitava in Oakdale Park. Dopo 2 anni di lettere e telefonate senza risposta finalmente la porta di casa di Miss Rosa Burroughs si aprì e la donna invitò Patterson ad entrare. Miss R. Burroughs disse di conoscere D.Dunaway, e lo ricordava come un ragazzo esile con la carnagione scura. L'aveva visto l'anno precedente alla fermata n°14 del bus. Aggiunse anche che non sapeva come contattarlo, ma l'avrebbe chiesto a Miss Sarah, un'amica, con la quale frequentava il Bingo. Sei mesi più tardi, Miss Sarah (che si era ripresa da una malattia), disse di conoscere Dunaway e sua sorella Maxine, che era la moglie di Elder Walter McCollough, un pastore-sermonista della chiesa locale. Quella chiesa aveva un numero di telefono. Fu così che una sera, Maxine McCollough rispose alla chiamata di Patterson. "Si!, è stato lui a raccogliere la pallina, ma perchè non lo chiedete a mio fratello?".

La tenacia di Patterson venne premiata. Ora le sue speranze si trasformarono in certezza. Fu colto da profonda emozione e il suo dito tremava mentre componeva quel numero di telefono. "Non avresti dovuto guardare così lontano!", disse Dunaway al telefono del suo appartamento a circa 3 km dal posto dove raccolse la pallina. Avvicinandosi al 70esimo compleanno, lo stato di salute di Dunaway non era al meglio. Il diabete e la conseguente artrite lo avevano debilitato al punto che passava gran parte delle giornate su una sedia a rotelle. La sua folta e grigia barba gli nascondeva il sorriso e quando vide Patterson i suoi occhi brillarono come fossero rinvigoriti da nuova giovinezza. "I vicini si ricordano di me col mio soprannome. Io ero Duckie, disse Dunaway, "facevo parte di una gang di ragazzi smaliziati e molte volte  andavo al Griffith Stadium per vendere gli scorecard, oppure aspettavo nel parcheggio qualche pallina battuta per poi rivenderla a 1$. Quel giorno di Venerdì 17 Aprile, scappai da scuola per andare allo stadio. Comprai un biglietto da 75cent e andai a sedermi nella zona verso l'esterno sinistro". Mentre parlava, Dunaway indicò col dito il punto esatto su una vecchia foto del Griffith Stadium, in prossimità del cartellone pubblicitario della Bohemian Beer. Poi prese il bastone e così accompagnò Patterson nel punto dove aveva recuperato la pallina. "Là!", disse, appena arrivati in Oakdale. "Proprio laggiù!", replicò indicando il punto col bastone. Il suo racconto non era molto chiaro, vi erano delle contadditizioni ma la cosa certa è che Dunaway non vide la pallina in volo che rimbalzava in 434 Oakdale Place perchè si trovava ancora sulle tribune e che non disse a nessuno dove l'aveva raccolta. Al tempo Dunaway aveva 14 anni e non 10 come aveva creduto precedentemente Patterson. Appena si rese conto della traiettoria Dunaway uscì dal campo di corsa, animato dal desiderio di recuperare  la pallina. Iniziò a camminare in Oakdale Place in linea con gli appartamenti che si affacciavano verso la strada. Guardò in ogni angolo, cortile ed anche sotto le macchine. Un'altra versione della vicenda dice che fu una donna alla finestra ad indirizzare Dunaway verso la pallina. Ma il vecchio Duckie nega insistendo che era da solo. Continuando il suo cammino, trovò la pallina a circa 15mt dal 434 di Oakdale Place, in un cortile delimitato da una rete sul retro di una casa di mattoni, sotto la finestra. Il che vuol dire che la pallina non arrivò mai in Oakdale Park, come precedentemente affermato da Patterson. Dunaway in seguito tornò al campo e disse all'addetto della sorveglianza che aveva la pallina dell'homer. La guardia condusse il giovane verso gli spogliatoi, e fu investito dalle domande dei reporter, ma lui non diede mai nessuna indicazione precisa, e nessuno si prese la briga di andare a controllare. L'unico scopo di Dunaway, era quello di negoziare un prezzo per la pallina. Alla fine ottenne $100 più una pallina firmata da M.Mantle. Questa è la storia. Ci sono altre versioni, ma la cosa sicura è che Mantle fu autore di un prodigio che ancora oggi è ricco di mistero. Questo mistero è ancora più profondo, perchè Art Patterson morì nel Febbraio del 1992, perchè Mantle morì nel 1995, perchè C.Stobbs morì nel Luglio del 2008. È ancora un mistero il tipo di lancio che Mantle spedì tanto lontano, e D.Dunaway  è morto proprio nel Marzo del 2010, portando con sè l'emozione e il fascino di quegli anni, quando si scappava da scuola per andare a sognare, un giorno, di poter indossare una divisa e di essere parte di quell'universo, profondo e misterioso, al quale ci aggrappiamo quotidianamente per fuggire dalle brutture e le disgrazie quotidiane.


foto sopra: La freccia bianca indica dove è uscita la pallina(sulla sinistra si vedono dei tifosi che guardano dove è finita)
foto sotto: D.Dunaway. Alle sue spalle la facciata in mattoni dove disse di aver trovato la pallina in Oakdale
foto all'inizio: La casa in questione è quella con il tetto bianco





mercoledì 10 novembre 2010

FENWAY PARK

1912
Fenway Park era già vecchio appena costruito. Visto dall'esterno è sgradevole, sembra un antico deposito di mattoni assemblati disordinatamente tanto da fornire un aspetto estetico, informe e sregolato nelle sue prospettive. Può ospitare 36.000 tifosi la cui maggioranza arriva all'ingresso di malumore perchè forzati a parcheggiare la macchina in quel di Worchester, distante qualcosa  come 15 km. Entrano allo stadio in modo caotico, confuso e prendono posto sulle tribune trangugiando birra. Fischiano e deridono la propria squadra quando sono scontenti e urlano in modo stravagante ogni volta che i loro istinti selvaggi vengono deliziati. Fenway Park è unico. Non c'è costruzione al mondo in grado di trasmettere tanto fascino pur possedendo le sue colpe. Come un adulto alle prese con il gioco dei  suoi bimbi circondato da una folla rumorosa che lo prende sul serio. L'esterno sinistro è angusto sormontato dal Muro alto 30 mt. E' tanto  inquietante da essere soprannominato Mostro Verde e si erge ossessivo ad una  distanza di circa 90 mt da casa base. E' così vicino che rappresenta la massima  tentazione per i battitori destri, i quali si aprono nella loro posizione di battuta con  l'intento di colpire in anticipo per ottenere un fuoricampo. Il Green Monster è anche la  disperazione di tanti battitori autori di grandi legnate che si schiantano contro il Mostro trasformandole in semplici singoli. Fenway Park è piccolo, è pazzesco, devi ordinare un biglietto in Marzo per una serie  con i Baltimore in Settembre e trovarti in Aprile con i biglietti sulle tribune  in alto all'esterno destro. Gli hot-dog sono sempre squisiti e deliziosi, mentre le  bevande sono state migliorate per soddisfare i "forti bevitori", parecchi dei quali, entrano allo stadio nascondendo tra gli abiti liquidi ben più euforici della birra. E infine la squadra...ooh!, The Boston Red Sox. Tanti giocatori leggendari, un gruppo in grado di mettere alla prova la pazienza di tutti, dagli ubriachi ai più sobri. Ma, nonostante questi difetti, Fenway Park è ampiamente assolto in quanto, con rassicurante energia e certezza, parla in favore della vita che numerosi New Englanders hanno acquisito dalla nascita all'età adulta. Tralasciamo quella parte di vita che si chiama maturità, perchè Fenway è la bellezza, è l'eternità riflessa nello specchio della nostra vita. Forse un giorno chissà, arriverà anche l'età adulta, ma a noi piace così, sempre in crescita. Non c'è limite al magnetismo del Fenway Park. Ammassati sulle tribune c'erano due giovanotti. Entrambi vestivano  con un giubbotto ed avevano il classico cappellino colorato con la grande B di Boston e tutt'intorno al berretto si leggevano i nomi dei giocatori, Rooster, Dewey, Yaz, Pudge, Boomer, Fred, Jim e Rico. Rico era Rico Petrocelli che quell'anno, nel 1975, giocava terza base quando vennero messi in vendita i cappellini. Il ragazzo più  giovane, muscoloso e riccioluto disse che non aveva il biglietto e per procurarsene  uno se ne andò a Cincinnati, proprio a Cincinnati. Disse alla moglie che quella sera doveva allontanarsi per lavoro, un lavoro che lo tenne lontano per 4 giorni!. Il giovane aveva con se una carta di credito e $ 300 in contanti. Non avendo effettuato prenotazioni in nessun albergo, dormì in una bettola paragonabile ad una casa per gatti. Vi era un frenetico viavai di gente per tutta la notte tanto da non poter chiudere occhio. Il giorno dopo, subito al Fenway. Davanti allo stadio si vendono i programmi e gli "scorekeeper" delle partite. Il ragazzo li compra tutti  per $100 e riceve il giacchetto e il gadget in omaggio. Voleva assistere a tutte e tre le partite!. Prima della terza partita fece la stessa cosa energicamente, quasi volesse uccidere la gente, comprò per $50 tutti i programmi rimasti...e, oltre al giacchetto, questa volta ottenne anche il cappellino!. Dopo 4 giorni tornò a casa, si, tornò a casa. Per altri 4 giorni la moglie lo fece dormire sul divano. "Cacchio, com'era incazzata"..."Cacchio, se ne è valsa la pena". Al Fenway, non è come Los Angeles. All'Ovest il baseball è visto come puro intrattenimento, per Boston la partita è come un certificato di sopravvivenza e di rinascita. È l'eterno e antico paganesimo che avvicina i bostoniani  alla squadra, il tutto rinforzato dalle dominanti teologie dell'area circostante che sintetizzano annualmente la parabola della tentazione e della debolezza nel Giardino dell'Eden. Non c'è dubbio che un qualsiasi credente possa comprare  un biglietto per il Fenway, perchè il Fenway è il paradiso. Ci sono Cattolici, Italiani, Polacchi, Tedeschi, Cinesi, Calvinisti, Protestanti ,Metodisti, Ebrei e Giudei, oltre alla Chiesa Africana Episcopale. Insomma!, Fenway Park è il paradiso di tutti e Dio li accomuna. A nulla importa se si appartiene ad un credo apocalittico e pessimista o angelico e speranzoso, il comandamento e la regola teologica è una soltanto, "Let's go Red Sox!".

Un uomo e i suoi 4 bimbi avevano i posti sopra il dug-out della squadra, all'altezza della prima base. I bambini avevano in testa delle imitazioni in plastica dei caschetti che usano i battitori. Odiano i pop-corn e parlano solo di Jim Rice. Odiano i gelati e vogliono l'autografo di Jim Rice. Sono impazienti perchè aspettano Fenway Franks, gli hot-dog più buoni pubbicizzati da Jim Rice. Uno di questi bimbi critica energicamente Yaz, perchè quando lui gioca, J.Rice stà in panchina.

Il padre tranquillo sorride e pensa che portare il figlio allo stadio è stato il miglior regalo di compleanno che poteva fare. Il bimbo ha 9 anni, e ne sarebbero passati altri 9 prima di mostrare interesse per la birra, pensò il padre, appoggiando teneramente la mano sulla spalla del pargolo. Poi l'uomo stende il braccio alla sua sinistra coprendo un paio di posti vuoti mostrando così agli altri tifosi, di essere il proprietario di quelle due seggiole. Ed ecco arrivare sua moglie in compagnia della graziosa figlioletta la quale tiene in mano un triangolo di pizza mentre il sugo di pomodoro era sparso qua e la sul bianco vestitino e intorno alla bocca. Nell'altra mano la piccola creatura stringe un pupazzo dei Red Sox il quale aveva un occhio fuori dalla sua sede e ciò provocò qualche lacrimuccia alla bambina. Rincuorandola, il papà la solleva e la fa accomodare in una delle due seggiole libere mentre la mamma con un blazer rosso Sox e jeans controlla con un'occhiata i figli per farsi notare. "Hi Mom", salutano i ragazzi. "Questi sono ottimi posti", dice la donna al marito. "Si, Howard ha fatto una buona scelta". "Devono essere costosi", aggiunge la moglie. "E' tutto ok, lo dovevo fare per il compleanno di Joy. Poi Howard mi dirà il prezzo". "Ci puoi scommettere", aggiunge con tono risoluto la moglie. "E' stata una gran bella idea", dice il marito con tono ironico indicando la bambina, "quel vestitino si abbina molto bene con la pizza". "Sono sorpresa che non hai ancora una birra tra le mani", replica la moglie con tono civettuolo. "Non ti preoccupare, presto ne avrò una", aggiunge il marito allontanandosi. Al suo ritorno i Boston Red Sox stavano ultimando il pregame in difesa, e il piccolo Joy dice al padre, "Daddy, quanto pesa George Scott?". "Molto", risponde l'uomo, "È troppo grasso, ci vogliono tre rimorchiatori per spostarlo". "Perchè non gli fanno perdere un pò di peso?", replica il bimbo. L'uomo si siede. "Perchè l'unico modo per farlo sarebbe quello di bollirlo, ma non c'è una pentola così grande". E il padre comincia a bere la sua birra. Nel frattempo lo speaker annuncia l'ordine di battuta, la donna, sempre con tono civettuolo rivolgendosi al marito dice "Non riesci nemmeno a rilassarti alla partita". Il marito, per un pò non risponde e dopo un altro sorso di birra dice, "Certo...mia cara".
Si dice che un giorno il mondo spezzerà i cuori degli uomini. Ma a Boston sono fortunati, perchè il loro cuore è trafitto tutti i giorni al Fenway Park.

giovedì 4 novembre 2010

THE DARK SIDE

Una terribile visione di 50/60 anni fa. La TV commerciale riunì tante famiglie intorno allo schermo con una passione paragonabile a quella dei tifosi allo stadio. In Italia, gli attuali 60enni e 70enni ricorderanno bene quella piacevole trasmissione che si chiamava Carosello. Erano circa 15 minuti di storielline che illustravano il prodotto da pubblicizzare come unico rimedio per il buon finale. "Miguel son mi", oppure, "Riingooo...Riingoooo", e ancora, il baffuto personaggio della caffettiera che al posto della bocca aveva le lettere che in rapida successione visualizzavano ciò che diceva quando parlava. Negli States c'era Margareth Hamilton con i suoi prodotti per la pulizia del corpo, Cameron Swayze per Timex ed altri come Mr. Whipple e il suo ketch up. Ma nessuno di loro era così bravo come Java Joe. Quel vecchietto con i capelli argentati poteva fare proprio tutto, con tanta naturalezza, anche fuori dal campo da baseball. Non pubblicizzò solo il caffè, ma anche una nota filiale di banca. La sua voce era deliziosa, la sua calma era impeccabile e la sua sicurezza invidiabile. Non si sapeva mai da dove fosse venuto ma lui c'era, era sempre puntuale. "Non sto vendendo, ti sto parlando", diceva. "Non ci sarà un altro Di Mag". Tante persone lo hanno associato col Baseball. Anche nel 78' il suo nome era su tutte le prime pagine quando Pete Rose si avvicinò a 12 partite dallo streak record di 56 battute valide in 56 incontri consecutivi. Rose si ricordò di un giovane cacciatore di autografi tanto desideroso di avere quello di J. Di Maggio. Quando vide la pallina firmata disse al ragazzo, "Joe Di Maggio?", "Lo conosci?, è Mr. Coffie", e il ragazzo "Uh?". La stessa cosa successe nella famosa striscia di Shultz, Peanuts, quando Charlie Brown dal monte urla e dice, "Joe Di Maggio non si è mai lamentato quando giocava col caldo". E Lucy dall'esterno, "Chi era Joe Di Maggio?". "Era uno dei più grandi esterni mai visti", "Oh!, pensavo che bevesse caffè", replicò Lucy. Joe Di Maggio, dovrebbe essere associato all'ambrosia. Probabilmente è il più grande giocatore mai visto, ed è stato il più grande esterno centro mai visto. Giocare nel più vasto prato centrale, come lo era il vecchio Yankees Stadium, per Joe era come un piccolo recinto, e tutto quel campo lo teneva nel palmo di una mano. Dopo una presa al volo, col suo rilancio sembrava dettasse le regole su come ci si doveva comportare in diamante. Mai si è visto Di Maggio fare prese incredibili e spettacolari; sono solo azioni da circo e lo Yankees Stadium è un tempio, non un capannone. Mai si è visto Joe fare una presa in tuffo o in piena estensione del braccio; lui semplicemente era sotto la traiettoria della pallina e nessuno sapeva da dove fosse venuto. Di Maggio procedeva, e se n'è andato. Aspettava la pallina, non andava mai a cercarla. Jolting Joe era un nomignolo errato. Non si muoveva così in campo, tanto da suscitare o ricordare un simile jolt, balzello, saltello. Diciamo, ad esempio: nona ripresa, due out e basi piene, Yankees in difesa sopra di un punto, grande legnata lunga e profonda. Quando la pallina scende per toccare l'erba, ecco Joe, tranquillo nella sua progressione divorando metri di terreno. "Out", Yankees vincono, Di Maggio che se ne va. "Where have you gone, Joe Di Maggio", chiesero Simon e Garfunkel negli anni 60', "Jolting Joe has left and gone away." E quando sposò Marilyn Monroe venne celebrato in un'altra canzone negli anni 40'. "Joltin' Joe, ti vogliamo dalla nostra parte, glorificato nel nostro lato oscuro". Ma adesso sta glorificando una tazza di caffè. Mentre il divorzio con Marilyn era ormai cosa fatta, lei fu la prima a testimoniare dell'umore di Joe che sprofondava nell'abisso più scuro e profondo. La dolce Marilyn ricorda quando gli chiedeva "What's up Joe?". "Leave me alone", gli rispondeva Di Maggio, lo stesso Di Maggio che porterà 6 rose sulla tomba della sua amata 3 volte a settimana negli anni a seguire. Joe se n'è andato, ancor prima di arrivare. Tutti lo conscevano in campo, tutti lo conoscevano in TV, ma nessuno sapeva cosa nascondeva e nessuno sapeva chi era senza la divisa del campione. La cosa terribile è che Joe era perfetto nel suo look televisivo. Quando lo incontravano dicevano "Joe, sei grande", allo stadio prima della partita, "Joe, sei grande", e probabilmente anche la Venere di Milo si sarebbe inchinata sussurrando al suo orecchio: "Joe, sei un grande". Lui lo sapeva a tal punto che quando rientrava nel dug out chiedeva ai suoi compagni di squadra, "Come sono andato?". "Bene Joe, molto bene, sei un grande", gli rispondevano i giocatori. E lui continuava, disprezzando il dolore al ginocchio e l'ulcera che lo perseguitava. Lui c'era. Era presente. Il prato centrale era come la notte più buia dove l'unica stella risplendente era la sua. Ma Joe se n'è andato. "My best catch ever", disse Joe quando sposò Dorothy Arnold, 19enne attrice. "E' difficile vivere con me", avrebbe detto Joe in seguito al suo divorzio. Dall'Italiano alla lingua Inglese senza accento, dagli spaghetti al pollo fritto, dalla famiglia ad un'altra famiglia, quella di Frank Sinatra e Al Capone. Joe è cresciuto nel baseball come il campione del divenire e dell'avvicendamento che l'hanno portato ad abbandonare la scuola dopo un anno in high school. Era pigro, ribelle, affettato e gentile senza mai nutrire una particolare inclinazione verso l'altro sesso. Una cosa era dannatamente certa. Quando lo vedevi nell'On deck Circle, mentre aspettava il suo turno di battuta, avevi la sicurezza che quel giorno avresti vinto la partita. Poco importa se ha scioperato per avere un rialzo del suo salario che gli costò l'appellativo di essere avido e senza scrupoli. Tutti tacquero quando Joe giocò con uno stipendio ribassato dopo la stagione del 1941. La storia è frammentata, piena di lati oscuri e indecifrabili come Di Maggio e la sua sofferenza, la sua eleganza e la sua infelicità. Joe è quello che più tardi verrà definito dalla rivista Times come "l'uomo il cui essere trasuda classe pura". Ma il baseball stava salendo forte come il Fascismo in Italia. Parole dure, ma in realtà Joe non è mai stato un free agent, non è mai stato uno spirito libero, non poteva parlare con i suoi pensieri. L'unica libertà per lui è stata quella di abbracciare il suo mistero, racchiuso e nascosto dalla sua tenerezza. L'abbiamo visto correre, l'abbiamo visto battere e l'abbiamo visto tirare. Ma ciò che c'è stato in mezzo non lo sapremo e non lo vedremo mai perchè gli occhi non hanno mai incontrato il suo sguardo.
Where have you gone Joe Di Maggio?.
Miami 1980, con P.Ceccaroli, D.Uberti e J.Di Maggio