Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

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giovedì 9 dicembre 2010

CHIMICA E CARPENTERIA DELLE MAZZE

                                                  LA CHIMICA...CONTA

 1947. Il nuovo General Manager di Detroit, Billy Evans, ricordava un episodio della sua carriera quando era alla guida dei Cleveland Indians. Earl Averill, stava affrontando uno slump tremendo avendo realizzato una sola battuta valida in due settimane. Continuando nel suo racconto, Evans sottolineò la grande preoccupazione che affliggeva tutta la squadra. In città viveva un farmacista, un assiduo tifoso, tanto assiduo che si guadagnò la fiducia di tutti i giocatori per la sua simpatia e le sue conoscienze in materia di chimica. Lui era il Druido del baseball. Un giorno si avvicinò e disse ad Evans: "Sono in grado di fermare lo slump di Averill". Il manager rispose che era fantastico. "Fammi avere mezza dozzina delle mazze che usa Averill", aggiunse il "Druido". Evans gli diedi 6 mazze. Due giorni dopo, il farmacista tornò con una delle 6 mazze e disse che le altre le aveva tutte sezionate. Infine aggiunse che tutto ciò che Averill doveva fare era quello di effettuare il contatto con la pallina. La forma della mazza era stata modificata, in particolare il barrell, che risultava più spesso e grosso ed era evidenziato con un colore più scuro, corrispondente alla lunghezza di 15cm. Tutto il lavoro venne terminato pochi minuti prima dell'inizio della partita. Evans chiamò Averill. "Questa è la tua mazza", gli disse, " quando vai nel box pensa solo a fare contatto". Più tardi al primo turno di battuta, su un lancio curvo, Averill ottenne un singolo appoggiando la mazza sulla pallina e da quel momento in poi il battitore ottenne una sequenza di battute sensazionale: 15 valide su 30 turni. Il General Manager si impaurì perchè il farmacista non disse cosa aveva fatto alla mazza. Evans temeva che ci fosse un cilindro di ferro all'interno. Cosa sarebbe successo se Averill avesse rotto la mazza?. Per me sarebbe l'espulsione per sempre nel baseball. Questi pensieri attanagliavano il manager e, rivolgendosi al trainer Weisman gli disse: "Se mai Averill dovesse rompere la mazza, voglio che ti precipiti frettolosamente a recuperarne i pezzi. Se dovesse succedere in casa, mi porti i pezzi in ufficio se invece succede in trasferta, me li spedisci per posta, via aerea". E fu così che, durante una partita a Cleveland, la mazza si ruppe. Weisman si precipitò a raccoglierne i pezzi e li consegnò al GM Evans che a sua volta li diede ad un falegname dicendo: "Tagliala cm per cm". Mentre il falegname eseguiva l'operazione, Evans si sedette. Era nervoso, sudato e accese un sigaro. Il pensiero di sentire il rumore della sega che avrebbe incontrato il metallo all'interno della mazza lo perseguitava. Ma ciò non avvenne e con sollievo il manager si accorse che la mazza era completamente in legno, quindi legittima, e che il farmacista aveva usato una qualche sostanza chimica per aggregare meglio il legno nella parte che aveva colorato. Fu così che Evans consegnò al farmacista un'altra dozzina di mazze in modo da poterne "forgiare" delle altre simili a quella di Averill. Ma il Druido non fu più in grado di ripetere l'operazione. "Però", concluse Evans, "fu in grado di aiutare Averill ad uscire da un tremendo "slump" e la cosa fu più che sufficiente".

                                                  CODOGNO 1976

Un fatto simile successe nella finale del 1976 disputata a Codogno (squadra nella quale militavo), contro il team di Ronchi dei Legionari. La finale valeva il titolo di Campione d'Italia e la promozione nell'allora denominata Serie Nazionale. Un paio di settimane prima dello svolgimento delle finali, si ruppe il pomello di una mazza di alluminio che si staccò completamente dal manico. La mazza in questione era quella più usata da tutti i giocatori della squadra e aveva sopportato una stagione intera più tutti gli allenamenti. Con gli urti subiti e i maltrattamenti ricevuti, la povera mazza era fortemente danneggiata. Eravamo reduci dalla difficile trasferta di Ronchi Dei Legionari dove eravamo riusciti a vincere entrambi i contest e ci sentivamo ad un passo dalla vittoria finale. Raccolsi la mazza rotta e la consegnai al Sig. Emilio. Il Sig. Emilio, era un dirigente della società, un tuttofare. Aveva conoscenze di falegnameria, di meccanica, lavorava il ferro e si destreggiava bene anche nel campo dell'elettronica. In breve, era una persona preziosissima. Pochi giorni dopo, il Sig. Emilio riportò la mazza e con gioia vidi che era come nuova. In pratica aveva saldato il pomello al manico inserendo all'interno un cilindretto di legno della lunghezza di circa 2 o 3 cm. per dare supporto alla saldatura. Il risultato fu ottimo. Il segno della saldatura era praticamente identico alla stessa saldatura che si vede quando si acquista una mazza di alluminio. IMPORTANTE PRECISAZIONE. Tutti coloro che hanno usato le mazze di alluminio, sanno che all'atto dell'acquisto, il manico è coperto da una guaina di gomma nera. Chi non usava i guantini, dopo un allenamento di battuta, si ritrovava con le mani annerite dalla tinta che veniva applicata sulla gomma. Per evitare questo spicevole inconveniente, era pratica comune togliere la gomma con un taglierino per poi avvolgere intorno al manico del tape come quello che si vende nei negozi di Sanitaria. Altra soluzione era quella di acquistare un tape specifico che si usa per avvolgere i manici delle racchette da tennis, che è morbido e anche bucherellato per evitare l'eccessiva sudorazione delle mani. Dico questo perchè quando abbiamo tolto la gomma nera dal manico della mazza abbiamo potuto notare che il segno della saldatura originale era identico a quello eseguito dal Sig. Emilio. "Grande Emilio, ottimo lavoro", ci siamo detti, senza nemmeno pensare minimamente, ma nemmeno nel più profondo dell'universo stellato, che tutto questo potesse rivelarsi come una sorta di irregolarità o truffa. In fondo, se avessimo spedito la mazza nella fabbrica EASTON, avrebbero fatto la medesima cosa. Ciò che successe nel week end è storia scritta. Codogno perse game 3 e in game 4, alla nona ripresa con 2 out e basi piene, ottenni un grande slam per la vittoria. Appena terminai il giro delle basi, il manager friulano chiese di controllare la mazza e notando la saldatura decise di mettere sotto protesto la partita. In seguito gli arbitri accolsero il protesto ed inviarono la mazza in Federazione per un attento esame. Quando i giudici si accorsero del cilindro di legno all'interno della mazza decretarono l'illegalità della stessa. La questione andò avanti con lettere di protesta da parte dei dirigenti del Codogno Baseball e alla fine venne assegnato uno scudetto a tavolino per entrambe le squadre. Fu una decisione sciocca perchè senza senso. È come giudicare un lancio "mezzo ball e mezzo strike, oppure giudicare un corridore in base "mezzo out e mezzo salvo". Il cilindro di legno pesava circa 3 gr. e secondo gli "esperti", (chiamiamoli così..va là), avrebbe potenziato gli effetti della mazza in questione (tutto da ridere). Il sindaco di Codogno ironizzando disse durante la festa annuale del baseball: "Non sapevo se potevo essere presente, perchè illegalmente, il mio peso corporeo era maggiore di 3gr.". Secondo i giudici federali, quel pezzetto di legno all'interno del pomello, avrebbe aumentato la forza d'impatto contro la pallina col risultato di ottenere battute più lunghe. Condizione accettabile solo se si fosse introdotto un qualsiasi materiale all'interno della testa della mazza, ovvero nella zona del contatto con la pallina.

Un altro fatto analogo si verificò in Major League, esattamente a New York (1984) quando George Brett ottenne un homer che in seguito gli venne annullato per eccesso di pine tar sulla mazza. La partita in seguito venne ripetuta e si trasformò in una farsa. Il manager degli Yankees, Billy Martin, schierò all'esterno centro il lanciatore Ron Guidry e in seconda base il mancino Don Mattingly.

martedì 16 novembre 2010

IL RAGAZZO E LA PALLINA

Il lancio di Danny McLain arrivò alto e interno. Con la grazia infinita di un artista, il corpo di Mickey Mantle si avvitò su se stesso. La mazza incontrò la pallina con un impatto perfetto. Decollò alta e lontana. I tifosi si alzarono bruscamente con un boato di gioia e di stupore mentre The Sweet Switcher completò il giro delle basi per il suo fuoricampo N°536. Fu quello l'ultimo ruggito nei 18 anni di carriera di Mantle?. Smetterà di giocare o trascinerà il suo corpo martoriato per un'altra stagione?. Non avevo mai visto Mickey con quell'espressione vuota, con quello sguardo assente. Sono passati 19 anni da quando Casey Stengel disse, "Abbiamo un ragazzo che brucierà i capelli dei lanciatori con le sue battute. È ambidestro, corre come una lepre impaurita e possiede un braccio come una catapulta. Viene  dalle miniere di zinco in Oklahoma, è timido, di poche parole ma può battere correre e tirare".

Non è facile per un 20enne che non è mai stato ad est del Mississippi, che guardava film western e sognava ampie distese incorniciate da profondi e variopinti orizzonti. Ma il coraggio nel suo spirito non era secondo a nessuno. Quel coraggio gli ha permesso di superare il dolore per la morte prematura del padre e di due suoi fratelli a causa di una forma tumorale, il linfoma di Hodgkin. Quello stesso dolore gli fece pensare che non avrebbe mai visto l'alba dei suoi 40 anni. L'amore per il gioco gli ha consegnato quelle ampie distese riempiendo il vuoto all'esterno centro lasciato in eredità da Joe DiMaggio. I suoi fuoricampi non erano solo lunghe volate. Nel 1953 Mantle spedì la pallina a 565 piedi fuori dal Griffith Stadium, il  più lungo nella  storia delle Majors. Giorno dopo giorno la stella di Mantle brillava sempre più in alto nonostante la sua abitudine di rompere le mazze contro il muro del dog-out dopo aver subito uno strike-out. Ma i suoi modi bruschi erano dettati dall'esigenza di voler giocare il miglior baseball possibile. Questa esigenza si concretizzò nel 1956 vincendo la Tripla Corona. Gli onori si riversarono su di lui come una cascata d'acqua trasformandolo nell'eroe d'America e nel simbolo di ogni persona, il padre di tutti i figli e il figlio che ogni madre avrebbe sognato di avere. C'è solo un Mickey Mantle, il suo ruvido carattere era in competizione con i suoi ripetuti infortuni dovuti ad una malattia che gli rendeva le ossa fragili. Tuttavia riusci a giocare 2401 partite, più di ogni altro Yankees.

Un giorno, bussò alla porta dello spogliatoio un biondo e magro personaggio. "Dov'è lo Sweet Switcher?, chiese il signore con una punta d'invidia. Altri non era che il Duca di Windsor, Edoardo VIII D'Inghilterra. Quando il Lord vide Mantle, gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla dicendo "Ho sempre desiderato conoscerti". Se Mantle fosse stato un Re, e nella sua mano avesse stretto una spada, lui sarebbe Sir Mickey Mantle, il nobiluomo del baseball.

Era il Maggio 1963. Non avevo dormito quella notte. Mi giravo nel letto in preda all'eccitazione che il giorno dopo sarei andato allo Yankees Stadium a vedere The Mick. Nella mano stringevo un tesoro, anzi, era più di un tesoro. Niente oro o argento o pietre preziose, ma un semplice pezzetto di carta, l'ingresso nel paradiso, nel tempio di antica eternità. È stata dura distogliere lo sguardo di mia madre dal portafoglio appoggiato sul tavolo, ma il rumore di un vaso rotto in soggiorno era tutto ciò che avevo premeditato per catturare la sua attenzione. Col campo libero arraffai $1,30, tutto quello che mi serviva. In fondo, quando si parla di baseball, è concesso rubare, non è peccato. Lo stadio era tutto esaurito, la folla delle grandi occasioni. Tutt'intorno si respirava l'odore degli hot dog, e c'era un brusio di sottofondo come una strana atmosfera, come se qualcosa di straordinario stava per accadere. Quando Mantle si avviò verso il box di battuta era come l'oceano che avanzava. Il brusio crebbe diventando fragore. Lo stesso fragore si trasformò in un rombo di tuono quando lo swing di Mantle fece volare la pallina tanto in alto da mescolarsi col bagliore del sole, tanto in alto da sbattere contro la facciata dello stadio sopra l'esterno destro, tanto forte che la pallina rimbalzò a metà strada tra il sacchetto di seconda e la zona dell'esterno. Non si vedeva dagli anni 20', dai tempi di Babe Ruth.


                                           IL RAGAZZO E LA PALLINA

 Mickey Mantle entrò nella storia, quando al Griffith Stadium, nel 1953, realizzò un homer di 565 ft. La pallina venne raccolta da un bimbo dietro ad una casa situata nelle vicinanze dello stadio. Ma chi è questo bimbo adesso?, sarà solo un vecchio o forse sarà morto?.

Irv Noren si trovava sulle tribune del capiente Griffith Stadium e stava osservando il Batting Practice degli Yankees. Dopo aver dato un'occhiata al tabellone iniziò a gironzolare fino ad arrivare nella zona dell'esterno sinistro, appena sopra il muro. "Oggi ne batti una lontano", disse Noren rivolgendosi a  Mantle. Noren conosceva bene il Griffith Stadium, avendo giocato un paio di anni per i Washington per poi essere ceduto agli Yankees nel 1952. Sapeva che quello stadio era in grado di isolare la calura soffocante per far spazio ad una leggera brezza che spirava sempre in favore dei battitori. Sapeva che Babe Ruth aveva battuto una pallina contro la quercia al di là della recinzione nella zona dell'esterno centro e sapeva anche che Larry Doby aveva fatto un homer a destra sopra il muro alto 10 metri, provocando una telefonata all'ufficio dello stadio, "Qualcuno di voi ha lanciato una pallina rompendo il vetro di una finestra di casa che ha svegliato mio figlio". Noren sapeva anche che nessuno ha mai battuto una pallina verso la 32esima fila delle tribune all'esterno sinistro e pensò che quel giorno Mickey Mantle avrebbe potuto farcela.

                                                          APRILE 1953.

Fu un anno particolare per Mantle. La morte del padre, l'attesa di un figlio e di un nuovo contratto che l'avrebbe legittimato come autentico erede di Joe Di Maggio. Arrivò agli Spring Training in qualità di stella affermata, avendo battuto il punto vincente nelle precedenti World Series, nella settima partita. Il 9 di Aprile a Pittsburgh durante un allenamento, Mantle fu autore di un homer al Forbes Field da 450ft, una riedizione dell'ultimo fuoricampo ottenuto in carriera da Babe Ruth. Il giorno precedente, Mickey insieme a Billy Martin e Whitey Ford, persero il treno a Cincinnati in seguito ad una delle loro nottate con birra in compagnia di ragazze avvenenti. Presero il taxi ed arrivarono a Pittsburgh in tempo per il Batting Practice. Tre giorni più tardi, all'Ebbets Field, Mantle stava parlando con l'arbitro di casa base, quando dal microfono venne fatto il seguente annuncio, "Mickey non lo sa ancora, ma è appena diventato papà di un bimbo di 4 kg". Chuck Stobbs, un mancino appena acquistato dai Chicago White Sox, era il lanciatore partente di quel Venerdì 17 Aprile. Aveva esordito a 18 anni in Major League con i Boston Red Sox nel 1947 ma i problemi al braccio l'avevano invecchiato precocemente  diventando un lanciatore di controllo, ideale per un campo grande come il Griffith Stadium dove, all'esterno sinistro, il muro si trovava  a quasi 115mt da casa base. "Puoi battere bene contro Stobbs", disse Noren a Mantle.

Quel pomeriggio, i tifosi paganti furono appena 4206 ai quali si aggiunsero circa 2000 bambini che erano entrati gratuitamente perchè era il  giorno dei Boy Scout. Con 2 eliminati, Stobbs concesse la base su ball a Yogi Berra portando Mantle nel box di battuta. L'esterno degli Yankees doveva ancora smaltire una contrattura alla gamba destra e aveva chiesto al compagno di squadra, Loren Babe, se poteva usare la sua mazza. Era un pezzo di legno pesante 34 once per 35 inches di lunghezza. Mantle guardò il primo lancio di Stobbs, un ball. Il manager Jim Brideweser disse al coach, "Lo sai?, credo che questo ragazzo può battere la pallina contro il tabellone". Il secondo lancio fu una dritta o uno slider. "Non ricordo", dirà Stobbs in seguito. Appena il lanciatore iniziò il caricamento, una raffica di vento improvvisa partì da dietro casa base in direzione dell'esterno sinistro, così ricorda Bill Abernathy che era seduto sulle tribune. Sam Diaz, un metereologo, dirà in seguito che tra le ore 3 e le ore 4 al Griffith Stadium vi furono raffiche di vento in direzione del campo esterno, ad una velocità di circa 25 km/h. La pallina lasciò la mazza di Mantle ad una velocità stimata di 125mph. Clark Griffith, nipote del proprietario della squadra di Washington, si alzò di scatto dalla sua seggiola osservando la pallina che saliva come se fosse dotata di vita propria. Roy Clark, un musicista, ricorda il rumore dell'impatto della mazza con la pallina che riecheggiò per tutto lo stadio. Subito si capì che sarebbe stato un homer.

Nel bullpen degli ospiti, all'esterno sinistro, i lanciatori di rilievo rimasero fermi col naso all'insù per osservare la pallina che passava senza nessuna intenzione di cedere alla forza di gravità. Vi fu un attimo di silenzio, tutti che guardavano in quella direzione attoniti e increduli per quello che stava accadendo. Wayne Terwilliger, seconda base, disse che la pallina fu battuta talmente in alto che iniziò la sua discesa quando Mantle aveva passato la seconda base. Quello fu il primo fuoricampo della stagione e Mantle quando arrivò nel dug out sorrise come per riconoscere l'aiuto ottenuto dal vento. La scomparsa della pallina dallo stadio, diede ad Arthur E. Patterson, direttore delle public relations degli Yankees, l'opportunità per agire. "Quella distanza deve essere misurata", pensò Patterson. Sotto l'influsso di una demoniaca ispirazione, uscì dallo stadio, tratteggiando il suo percorso fino ad arrivare nel punto dove la pallina sarebbe caduta. Raggiunse la Quinta Strada e vide un ragazzo di colore che correva con una pallina in mano.

Donald Dunaway, questo era il nome del ragazzo. Egli viveva dietro l'angolo al 343 di Elm Street. Credendo fosse un poliziotto, il ragazzo si nascose in un vicolo buio e cieco, ma Patterson lo trovò e gli chiese dove aveva preso la pallina. In cambio dell'informazione, il bimbo avrebbe ricevuto $5. Accettato il compenso, il ragazzo portò Patterson al 434 Oakdale Place, dove c'era una casa a due piani fatta di mattoni. Di fretta, Patterson rientrò nell'ufficio stampa dello stadio e disse ai colleghi che la pallina percorse 565 piedi. Nessuno verificò o fece un tentativo per farlo, ma due giorni dopo, la notizia era su tutte le prime pagine dei giornali. Mickey Mantle ricevette contratti pubblicitari dalla Louisville, Wheaties, Camels, Gem razors, Beech-Nut gum. Tre giorni dopo, sul Washington Times-Herald, Bob Addie raccontò i retroscena di quel fatto e per la prima volta venne usata l'espressione Tape Measured Homerun. Così scrisse Addie. "Ho camminato 66ft dal punto segnato, cioè a 391ft da casa base, in direzione della pallina battuta che superò le tribune all'esterno sinistro. Ciò equivale a 457ft. Da lì mi recai verso il punto dove avrebbe dovuto cadere la pallina, cioè nel cortile di Oakdale Place. Feci 36 passi, ogni passo sono 3ft per un totale di 108ft che sommati ai 457ft precedenti fanno 565ft. Il cortile di Oakplace, era uno spiazzo erboso per cui la pallina non avrebbe potuto fare grossi rimbalzi.

Il Griffith Stadium era uno stadio per gli uomini bianchi, costruito al limite del quartiere Negro chiamato LeDroit Park. Proprio in quel quartiere iniziarono le ricerche del piccolo Donald Dunaway. Ma nessun D. Dunaway fu presente nell'elenco telefonico del 2006 e del 2008. Nessun D. Dunaway venne registrato al 343 di Elm Street nel 1954 e tantomeno nella scuola locale per i ragazzi di colore, la Lucretia Mott Elementary School. Anche gli archivi militari non registrarono nessun arruolamento di D. Dunaway e il suo nome non apparve nella lista dei certificati di morte. Venne assunto un investigatore privato, ma le sue ricerche non portarono a nessun risultato. Durante l'annuale riunione degli abitanti di LeDroit Park, nessuno potè rispondere con assoluta certezza sull'esistenza di D. Dunaway. Alcuni risposero di si, altri invece negarono la conoscienza di quel nome. Bobby Lane, un altro storico, dichiarò la questione finita. "Non c'è nessun Tape Measured Homerun, non c'è nessun Dunaway".

Venne ingaggiato l'ex agente speciale dell'FBI, Brad Garrett, famoso perchè dopo 4 anni e mezzo di ricerche riuscì a trovare Mir Aimal Kansi, autore di un attentato dove morirono 2 agenti federali della CIA nel 1993. Ma anche Garrett, nonostante la consultazione di vari registri e database di sicurezza, non trovò nessuna traccia di Dunaway. LeDroit Park venne aggiunto nel 1974 al Registro Nazionale dei Luoghi Storici ma nel 2007 la sua ricostruzione non arrivò alle case di quartiere di Dunaway dove, su alcune porte in legno, erano ancora visibili annunci di affitto che erano stati scritti con vernice-spray rossa. Verso la fine della strada del quartiere, un uomo, rispondendo alle domande, disse di conoscere Dunaway, che era andato a scuola con lui e che era morto, però non sapeva quando e nemmeno dove. Arthur Patterson era confuso. Aveva setacciato tutto il quartiere, chiedendo, domandando, bussando alle varie porte, niente, nemmeno la più piccola traccia di Dunaway. Patterson continuò e sulla strada delle sue ricerche apparve la figura di una donna, Sandra Epps, che indicò, come probabile fonte di informazioni, un'altra donna che abitava in Oakdale Park. Dopo 2 anni di lettere e telefonate senza risposta finalmente la porta di casa di Miss Rosa Burroughs si aprì e la donna invitò Patterson ad entrare. Miss Burroughs disse di conoscere Dunaway, e lo ricordava come un ragazzo esile con la carnagione scura. L'aveva visto l'anno precedente alla fermata n°14 del bus. Aggiunse anche che non sapeva come contattarlo, ma l'avrebbe chiesto a Miss Sarah, un'amica, con la quale frequentava il Bingo. Sei mesi più tardi, Miss Sarah (che si era ripresa da una malattia), disse di conoscere Dunaway e sua sorella Maxine, che era la moglie di Elder Walter McCollough, un pastore-sermonista della chiesa locale. Quella chiesa aveva un numero di telefono. Fu così che una sera, Maxine McCollough rispose alla chiamata di Patterson. "Si, è stato lui a raccogliere la pallina, ma perchè non lo chiedete a mio fratello?".

La tenacia di Patterson venne premiata. Ora le sue speranze si trasformarono in certezza. Fu colto da profonda emozione e il suo dito tremava mentre componeva quel numero di telefono. "Non avresti dovuto guardare così lontano", rispose Dunaway al telefono del suo appartamento, a circa 3 km dal posto dove raccolse la pallina. Avvicinandosi al 70esimo compleanno, lo stato di salute di Dunaway non era dei migliori. Il diabete e la conseguente artrite lo avevano debilitato al punto che passava gran parte delle giornate su una sedia a rotelle. La sua folta e grigia barba gli nascondeva il sorriso e quando vide Patterson i suoi occhi brillarono come fossero rinvigoriti da nuova giovinezza. "I vicini si ricordano di me col mio soprannome. Io ero Duckie, disse Dunaway, "facevo parte di una gang di ragazzi smaliziati e molte volte  andavo al Griffith Stadium per vendere gli scorecard, oppure aspettavo nel parcheggio qualche pallina battuta per poi rivenderla a 1$. Quel giorno di Venerdì 17 Aprile, scappai da scuola per andare allo stadio. Comprai un biglietto da 75cent e andai a sedermi nella zona verso l'esterno sinistro". Mentre parlava, Dunaway indicò col dito il punto esatto su una vecchia foto del Griffith Stadium, in prossimità del cartellone pubblicitario della Bohemian Beer. Poi prese il bastone e così accompagnò Patterson nel punto dove aveva recuperato la pallina. "Là", disse, appena arrivati in Oakdale. "Proprio laggiù", replicò indicando il punto col bastone. Il suo racconto non era molto chiaro, vi erano delle contadditizioni ma la cosa certa è che Dunaway non vide la pallina in volo che rimbalzava in 434 di Oakdale Place perchè si trovava ancora sulle tribune e che non disse a nessuno dove l'aveva raccolta. Al tempo Dunaway aveva 14 anni e non 10 come aveva creduto precedentemente Patterson. Appena si rese conto della traiettoria Dunaway uscì dal campo di corsa, animato dal desiderio di recuperare  la pallina. Iniziò a camminare in Oakdale Place in linea con gli appartamenti che si affacciavano verso la strada. Guardò in ogni angolo, cortile ed anche sotto le macchine. Fu una donna alla finestra ad indirizzare Dunaway verso la pallina. Continuando il suo cammino, trovò la pallina a circa 15mt. dal 434 di Oakdale Place, in un cortile sul retro di una casa di mattoni, sotto la finestra. Il che vuol dire che la pallina non arrivò mai in Oakdale Park, come precedentemente affermato da Patterson. Dunaway in seguito tornò al campo e disse all'addetto della sorveglianza che aveva la pallina dell'homer. La guardia condusse il giovane verso gli spogliatoi, e fu investito dalle domande dei reporter, ma lui non diede mai nessuna indicazione precisa, e nessuno si prese la briga di andare a controllare. L'unico scopo di Dunaway, era quello di negoziare un prezzo per la pallina. Alla fine ottenne $100 più una pallina firmata da M.Mantle. Questa è la storia. Ci sono altre versioni, ma la cosa sicura è che Mantle fu autore di un homer che ancora oggi è ricco di mistero. Questo mistero è ancora più profondo, perchè Art Patterson morì nel Febbraio del 1992, perchè Mantle morì nel 1995, perchè C.Stobbs morì nel Luglio del 2008. È ancora un mistero il tipo di lancio che Mantle spedì tanto lontano, e Dunaway è morto proprio nel Marzo del 2010


foto sopra: La freccia bianca indica dove è uscita la pallina (sulla sinistra si vedono dei tifosi che guardano dove è finita)
foto sotto: D.Dunaway. Alle sue spalle la facciata in mattoni dove disse di aver trovato la pallina in Oakdale






giovedì 4 novembre 2010

THE DARK SIDE

Una terribile visione di 60-70 anni fa. La TV commerciale riunì tante famiglie intorno allo schermo con una passione paragonabile a quella dei tifosi allo stadio. In Italia, gli attuali 65enni e oltre ricorderanno bene quella piacevole trasmissione che si chiamava Carosello. Erano circa 15 minuti di storielline che illustravano il prodotto da pubblicizzare come unico rimedio per il buon finale. "Miguel son mi", oppure, "Riingooo...Riingoooo", e ancora, il baffuto personaggio della caffettiera che al posto della bocca aveva le lettere che in rapida successione visualizzavano ciò che diceva quando parlava. Negli States c'era Margareth Hamilton con i suoi prodotti per la pulizia del corpo, Cameron Swayze per Timex ed altri come Mr. Whipple e il suo ketch up. Ma nessuno di loro era così bravo come Java Joe. Quel vecchietto con i capelli argentati poteva fare proprio tutto, con tanta naturalezza, anche fuori dal campo da baseball. Non pubblicizzò solo il caffè, ma anche una nota filiale di banca. La sua voce era deliziosa, la sua calma era impeccabile e la sua sicurezza invidiabile. Non si sapeva mai da dove fosse venuto ma lui c'era, era sempre puntuale. "Non sto vendendo, ti sto parlando", diceva. "Non ci sarà un altro Di Mag". Tante persone lo hanno associato col Baseball. Anche nel 78' il suo nome era su tutte le prime pagine quando Pete Rose si avvicinò a 12 partite dallo streak record di 56 battute valide in 56 incontri consecutivi. Rose si ricordò di un giovane cacciatore di autografi tanto desideroso di avere quello di J. Di Maggio. Quando vide la pallina firmata disse al ragazzo, "Joe Di Maggio?", "Lo conosci?, è Mr. Coffie", e il ragazzo "Uh?". La stessa cosa successe nella famosa striscia di Shultz, Peanuts, quando Charlie Brown dal monte urla e dice, "Joe Di Maggio non si è mai lamentato quando giocava col caldo". E Lucy dall'esterno, "Chi era Joe Di Maggio?". "Era uno dei più grandi esterni mai visti", "Oh!, pensavo che bevesse caffè", replicò Lucy. Joe Di Maggio, dovrebbe essere associato all'ambrosia. Probabilmente è il più grande giocatore mai visto, ed è stato il più grande esterno centro mai visto. Giocare nel più vasto prato centrale, come quello del vecchio Yankees Stadium, per Joe era come un piccolo recinto, e tutto quel campo lo teneva nel palmo di una mano. Dopo una presa al volo, col suo rilancio sembrava dettasse le regole su come ci si doveva comportare in diamante. Mai si è visto Di Maggio fare prese incredibili e spettacolari, sono solo azioni da circo e lo Yankees Stadium è un tempio, non un capannone. Mai si è visto Joe fare una presa in tuffo o in piena estensione del braccio. Lui semplicemente era sotto la traiettoria della pallina e nessuno sapeva da dove fosse venuto. Di Maggio procedeva, e se n'è andato. Aspettava la pallina, non andava mai a cercarla. Jolting Joe era un nomignolo errato. Non si muoveva così in campo, tanto da suscitare o ricordare un simile jolt, balzello, saltello. Diciamo, ad esempio: nona ripresa, due out e basi piene, Yankees in difesa sopra di un punto, grande legnata lunga e profonda. Quando la pallina scende per toccare l'erba, ecco Joe, tranquillo nella sua progressione divorando metri di terreno. "Out", Yankees vincono e Joe scompare, si allontana. "Where have you gone, Joe Di Maggio", chiesero Simon e Garfunkel negli anni 60', "Jolting Joe has left and gone away."

Quando sposò Marilyn Monroe venne celebrato in un'altra canzone negli anni 40'. "Joltin' Joe, ti vogliamo dalla nostra parte, glorificato nel nostro lato oscuro", ma adesso, Di Maggio, sta glorificando una tazza di caffè. Il divorzio con Marilyn era ormai cosa fatta. Lei fu la prima a testimoniare dell'umore di Joe che sprofondava nell'abisso più scuro e profondo. La dolce Marilyn ricorda che quando gli chiedeva "What's up Joe?", l'unica risposta che otteneva era un semplice "Leave me alone". Erano le uniche parole che brillavano dal profondo lato oscuro di Jolting Joe, lo stesso Jolting Joe che porterà 6 rose sulla tomba della sua amata 3 volte a settimana. Joe se n'è andato, ancor prima di arrivare. Tutti lo conscevano in campo, tutti lo conoscevano in TV, ma nessuno sapeva cosa nascondeva e nessuno sapeva chi era senza la divisa del campione. La cosa terribile è che Joe era perfetto nel suo look televisivo. Quando lo incontravano dicevano "Joe, sei grande", allo stadio prima della partita, "Joe, sei grande", e probabilmente anche la Venere di Milo si sarebbe inchinata sussurrando al suo orecchio, "Joe, sei un grande". Lui lo sapeva a tal punto che quando rientrava nel dug out chiedeva ai suoi compagni di squadra, "Come sono andato?". "Bene Joe, molto bene, sei un grande", gli rispondevano i giocatori. E lui continuava, disprezzando il dolore al ginocchio e l'ulcera che lo perseguitava.

Lui c'era. Era presente. Il prato centrale era come la notte più buia dove l'unica stella risplendente era la sua. Ma Joe se n'è andato. "My best catch ever", disse Joe quando sposò Dorothy Arnold, 19enne attrice. "E' difficile vivere con me", avrebbe detto Joe in seguito al suo divorzio. Dall'Italiano alla lingua Inglese senza accento, dagli spaghetti al pollo fritto, dalla famiglia ad un'altra famiglia, quella di Frank Sinatra e Al Capone. Joe è cresciuto nel baseball come il campione del divenire e dell'avvicendamento che l'hanno portato ad abbandonare la scuola dopo un anno in high school. Era pigro, ribelle, affettato e gentile senza mai nutrire una particolare inclinazione verso l'altro sesso. Una cosa era dannatamente certa. Quando lo vedevi nell'On deck Circle, mentre aspettava il suo turno di battuta, avevi la sicurezza che quel giorno avresti vinto la partita. Poco importa se ha scioperato per avere un rialzo del suo salario che gli costò l'appellativo di essere avido e senza scrupoli. Tutti tacquero quando Joe giocò con uno stipendio ribassato dopo la stagione del 1941. La storia è frammentata, piena di lati oscuri e indecifrabili come Di Maggio e la sua sofferenza, la sua eleganza e la sua infelicità. Joe è quello che più tardi verrà definito dalla rivista Times come "l'uomo il cui essere trasuda classe pura". Ma il baseball stava salendo forte come il Fascismo in Italia. Parole dure, ma in realtà Joe non è mai stato un free agent, non è mai stato uno spirito libero, non poteva parlare con i suoi pensieri. L'unica libertà per lui è stata quella di abbracciare il suo mistero, racchiuso e nascosto dalla sua tenerezza. L'abbiamo visto correre, l'abbiamo visto battere e l'abbiamo visto tirare. Ma ciò che c'è stato in mezzo non lo sapremo e non lo vedremo mai perchè gli occhi non hanno mai incontrato il suo sguardo.
Where have you gone Joe Di Maggio?.

Miami 1980, con P.Ceccaroli, D.Uberti e J.Di Maggio
                                                             56

Con una spettacolare presa in tuffo, il seconda base dei Cubs Darwin Barney, la più impopolare e sconosciuta persona esistente nella South-East degli Stati Uniti, decretò la fine all'hitting streak di Dan Uggla dei Braves, fermando la striscia a quota 33 partite consecutive con almeno una battuta valida ottenuta. Un risultato prestigioso nel baseball odierno considerando i frequenti cambi dei lanciatori e le difese sempre più protagoniste con giocate spettacolari e di altissimo livello atletico. La fine dello streak di Uggla è uno stimolo per cercare il nome di colui che decretò la fine dello streak più prestigioso della storia del baseball. Sto parlando ovviamente della striscia di 56 partite consecutive effettuato da Joe Di Maggio nel 1941.

Cleveland, 17 Luglio del 1941. Gli esperti del gioco sanno che in quella data Di Maggio non realizzò nessuna battuta valida grazie alla robusta performance del lanciatore partente Al Smith, del lanciatore di rilievo Jim Bagby Jr. e soprattutto grazie a due giocate strepitose del terza base dei Cleveland, un giocatore oscuro e misterioso, mai apparso in qualche nota di merito. Quel giorno però, si guadagnò il suo spazio di notorietà. Il suo nome è Ken Keltner. Oltre a lui, ci furono altri 4 giocatori che contribuirono alla fine dello streak di Di Maggio. Contro Al Smith, lo Yankees Clipper ottenne una base su ball e due secche battute lungo la linea di foul di terza base. Keltner con due giocate istintive catturò le insidiose battute riuscendo ad eliminare in prima base l'accorrente Di Maggio. Più tardi, all'ottava ripresa, Di Maggio si presentò per l'ultimo AB della partita contro il rilievo Bagby. Jim Bugby morì nel Settembre del 1988 a causa del cancro che lo colpì alla trachea. Aveva 71 anni. Non fu più in grado di parlare dal 1982 e gli sarebbe piaciuto avere un nastro registrato per poter rispondere alle domande riguardo lo streak di Di Maggio. La moglie, che riusciva a leggere il movimento delle labbra disse che il marito lanciò soltanto palle dritte e che Di Maggio ne colpì una in pieno che però finì diretta verso l'interbase Lou Boudreau. Il difensore fece un'acrobazia a causa di un rimbalzo anomalo proprio davanti a lui. Con un gesto istintivo Boudreau allungò il braccio e prese la pallina a mano nuda, la lanciò al seconda base per iniziare un doppio gioco. Fu così che terminò lo streak di Di Maggio. Ma, non è finita. La vicenda si fa interessante e ricca di curiosità e di coincidenze. Qualcuno si appellerebbe al destino o al caso o alla fatalità. Dopo questa partita, Di Maggio ottenne un altro streak di 16 partite consecutive con almeno una valida. Ve lo immaginate?, 73 partite di hitting streak. 56 partite è un qualcosa di irraggiungibile, 73 sarebbero da associare a qualcosa che non appartiene a questa Terra. Eppure, c'è mancato pochissimo, un niente, per poter assistere ad una impresa eroica da parte di Di Maggio.

In quella partita gli Yankees conducevano per 4 a 1 alla nona ripresa e presentarono 5 giocatori alla battuta. Se gli Indians avessero pareggiato nella parte bassa della ripresa, Di Maggio sarebbe stato il terzo battitore a presentarsi nel box alla decima ripresa. Lefty Gomez, il lanciatore degli Yankees, iniziò la nona ripresa concedendo una valida. Dopo un time-out chiesto dal manager Joe McCarthy, il successivo battitore degli Indians ottenne un'altra valida. A quel punto il manager sostituì Gomez con il miglior lanciatore della lega, il closer Murphy, che era in testa alla classifica delle salvezze. Vincendo la partita, Murphy avrebbe anche eliminato ogni possibilità per Di Maggio di andare alla battuta. Il nome Larry Rosenthal vi dice qualcosa?, niente. Quel nome si trova nella terra di nessuno, ma quel giorno Rosenthal, .209 di media battuta, quasi salvò lo streak di Di Maggio. Entrò come pinch-hitter e con 2 corridori in base colpì il lancio di Murphy spedendo la pallina nella zona centro-destra del campo, in mezzo tra J. Di Maggio e Tommy Henrich. Gli Indians segnarono due punti e Rosenthal arrivò in terza base dopo aver inciampato in prossimità della seconda base. In molti affermarono che Rosenthal avrebbe avuto la possibilità di arrivare a casa base, pareggiando la partita e offrendo a Di Maggio l'occasione di andare a battere alla decima ripresa. In quel momento la situazione della partita era la seguente: nona ripresa, 4 a 3 per gli Yankees, zero eliminati e corridore in terza. Si presentò alla battuta Hal Trosky che ottenne una rimbalzante verso il prima base Johnny Sturm, che raccolse la palla e completò l'eliminazione. Un out, Rosenthal fermo in terza.

A battere si presentò Clarence Campbell, pinch hitter mancino, al posto del lanciatore Bagby. Campbell colpì forte a terra in direzione del lanciatore Murphy il quale raccolse la palla e vide che Rosenthal era distante dalla terza base. Rapidamente Murphy si diresse verso il corridore intrappolato ormai tra la terza e la casa base. Nel frattempo Campbell arrivò salvo in prima base e inspiegabilmente rimase fermo osservando Rosenthal preso in trappola. In quella situazione Campbell avrebbe dovuto correre verso la seconda base perchè una successiva battuta valida gli avrebbe permesso di segnare il punto del pareggio. Rosenthal venne eliminato e Roy Weatherly rappresentò l'ultima speranza per Cleveland e...per Di Maggio. Il prima base degli Yankees, Johnny Sturm, giocava vicino al sacchetto per controllare il corridore Campbell. Weatherly realizzò una secca rimbalzante lungo la linea di foul del sacchetto di prima base. Il difensore la raccolse e col piede sul sacchetto completò l'eliminazione. Se Campbell, durante la "ballerina" di Rosenthal, fosse andato in seconda base, Sturm avrebbe giocato lontano dal sacchetto di prima base e la battuta di Weatherly sarebbe stata come minimo una valida da due basi e Campbell avrebbe segnato il punto del pareggio e, chissà, forse oggi nel libro dei records non ci sarebbe più 56, ma 73.

A fine partita il terza base di Cleveland, Keltner, fu scortato dalla polizia perchè gli amici di Di Maggio lo volevano aggredire. C'è un'ultima domanda. Chi effettuò il lancio dall'esterno che costrinse Rosenthal a fermarsi in terza, Henrich o Di Maggio?. I giornali non ne parlarono. Il seconda base Joe Gordon, che avrebbe ricevuto il lancio dall'esterno posizionandosi come uomo di taglio, è morto così come il terza base Red Rolfe e il lanciatore Murphy. Rosenthal, Bill Dickey, catcher degli Yankees, e Henrich non si ricordano. Di Maggio, persona schiva e poco comunicativa, alla domanda, "Ti ricordi chi fece quel lancio dall'esterno?", semplicemente rispose con un "No". Tommy Henrich riassume nel modo migliore tutta la vicenda. "Sarebbe stato molto facile manovrare la pallina permettendo a Rosenthal di segnare il punto del pareggio, ma quando si parla di onore nello sport, stiamo parlando di baseball".

Prima della partita, Joe e il suo roommate Gomez, presero un taxi per arrivare al campo. Il taxista li riconobbe e rivolgendosi a Di Maggio gli disse, "Spero che tu possa continuare con il tuo streak, ma ho la brutta sensazione che oggi non farai nessuna valida". Gomez, infuriato, disse al taxista di stare zitto e di pensare a guidare.
Ken Keltner lo troviamo in una breve apparizione nel film Major League del 1989 nel ruolo di consulente tecnico per il reclutamento dei giocatori della squadra più scassata d'America.
Morì nel Dicembre del 1991.                                              

lunedì 25 ottobre 2010

DALLE PIRAMIDI A PIRI RE'IS

Mentre le origini del baseball organizzato risalgono circa al 1840, quelle del gioco con mazza e pallina rimangono ancora impenetrabilmente incerte, nonostante vi siano alcuni riferimenti che fanno credere ad una sorta di protobaseball intorno al XIV secolo. Ma la ricerca delle origini di questo gioco ci obbligano ad effettuare un lungo viaggio attraverso le maglie del tempo fino ad arrivare alle sabbie del deserto Egiziano. Beh, nemmeno tanto lontano da noi. C'è solo un particolare. Siamo nel 2000 AC e in una delle meravigliose tombe di quell'epoca antica e misteriosa sono state rinvenute delle raffigurazioni interessanti. Procediamo con ordine. Sappiamo dai reperti archeologici che al tempo i sacerdoti egizi praticavano una sorta di gioco rituale con bastoni e, ehm, oggetti rotondi. Papiro arrotolato?, bende di lino?. Sappiamo anche che ogni gesto nell'Antico Egitto, possedeva una forte carica simbolica, di conseguenza siamo certi nell'affermare che questo gioco aveva una funzione divinatoria, rivolta verso la rinascita e lo splendore di nuovi e rigogliosi raccolti. I sacerdoti si disponevano uno di fronte all'altro secondo l'asse est-ovest, cioè il percorso quotidiano del sole RA, che nasce a est e cala a ovest. L'oggetto rotondo rappresenta il sole ed è associato a Osiride, divinità di spicco nell'intricata Enneade Egizia. Il dio Osiride è il protettore l'agricoltura ed è il massimo artefice della sua rigogliosità. I pezzi del puzzle combaciano perfettamnte. I sacerdoti dovevano trovarsi ad una distanza tale da permettere la riuscita del gioco. Una palla sufficientemente grande da rendere agevole il contatto con il bastone. In pratica la palla-sole veniva lanciata da est e veniva
battuta nel punto ovest nella direzione di est. Ed è così che quotidianamente il sole sorge ogni mattina. Il lungo viaggio nella ricerca delle origini del baseball ci porta a Beni Hassan, un piccolo villaggio sulle rive del Nilo. Qui, fu fatta una grande scoperta. Venne rinvenuta la tomba di un faraone del Medio Regno, ascrivibile alla XI Dinastia. Il suo nome è Khet Neferkara, e come altri faraoni di questo periodo storico, le notizie sul sovrano sono oscure e frammentarie. Sta di fatto che vennero trovati diversi graffiti e pitture riguardanti la vita quotidiana con le sue mansioni e le varie pratiche sportive. Le due immagini seguenti sono  degne di interesse e di attenzione.
Ci sono donne che giocano con una palla e due uomini alle prese con palla e bastone. Certo, parlare di baseball è molto azzardato, istintivamente verrebbe da pensare a qualcosa come il golf o l'hockey, e sarebbe ugualmente azzardato. Rimane il fatto che palla e bastone esercitarono un forte impatto simbolico nell'Antico Egitto. La palla è il sole, le donne, come il bastone erano associate al fiorire della vita, perchè chiaramente, la gravidanza femminile era strettamente connessa alla vita così come il bastone, nelle sue varie forme, come scettro regale oppure come supporto al cammino dell'anziano, rendeva possibile lo scorrere della vita. E quante volte abbiamo sentito la famosa frase: "Il baseball è il gioco della vita". Il viaggio prosegue e dalle sabbie dell'Egitto all'Europa, il salto è breve. La Cristianità dilagante accolse con interesse questa pratica, tanto da introdurla in vari riti cerimoniali, dove si possono trovare alcuni riferimenti nella Cattedrale di Rheims. E dalla Francia arriviamo in Inghilterra, dove il gioco prese il nome di stoolball. Un lanciatore doveva colpire uno stool, sgabello, il quale era protetto da un battitore. Crescendo di notorietà, il gioco, inizialmente praticato nei parchi dei monasteri e delle cattedrali, si sviluppò all'esterno nelle campagne dove i contadini aggiunsero altri stools o basi, e il giocatore le doveva raggiungere dopo aver battuto la palla. Con il nome di rounders, e l'aggiunta di regole al gioco, si può iniziare a parlare di quel baseball vicino a quello praticato tutt'ora.
Nel XIX secolo, mentre l'America cambiava da stato rurale a vera e propria nazione con moderne città e grandi industrie, il baseball si delineò come pratica altamente organizzata e qualificata per atleti professionisti in grado di intrattenere e soddisfare spettatori paganti. Ma torniamo indietro, con un salto di circa 500 anni, quando dall'Europa salpò Cristoforo Colombo con le sue navi e con il suo equipaggio di marinai parecchi dei quali di origine musulmana. Che Colombo fosse un bastardo è una notizia certa e ampiamente valutata dalla comunità scientifica, la quale afferma che il navigatore italiano nacque da  madre di origine Ottomana e il padre invece fu il Papa Innocenzo VIII. Inoltre gli storici stanno affrontando un argomento scottante, perchè il rinvenimento delle mappe di Piri Re'is, ammiraglio turco, illustrano il continente americano ancora prima della scoperta di Colombo. Allora i Musulmani hanno portato il baseball in America?.

                                              BASEBALL SGABELLO
 

L'immagine sopra, risale al medioevo con datazione che si aggira intorno al 1300. "E' questa la prima immagine di persone che giocano a baseball nella storia dell'Occidente?". Per ora sembrerebbe di si. La raffigurazione si trova in un libro fiammingo del XIV secolo, Ghistelles Hours. Il manoscritto venne frammentato come pagine singole e il suo ritrovamento è ancora incompleto. Varie pagine sono state vendute all'asta Sothesby's e Christies e tutt'ora il libro, ancora incompleto, risiede al Walters Art Museum di Baltimore. Quindi, siamo disposti ad accettare questo dipinto come prima immagine del baseball?. Gli storici sono concordi nell'affermare che questa è una versione di un gioco chiamato palla Sgabello, il baseball giocato con una sola base. Non si conoscono nè le regole nè il conteggio dei punti, ma gli storici sono concordi nell'affermare che il lanciatore doveva colpire un bersaglio, sgabello?, alla cui guardia vi era il battitore. Se il battitore colpiva la palla, doveva correre verso l'unica base e compiere più giri possibili intorno alla stessa, prima che la palla venisse recuperata da altri giocatori. Non c'è nessun fondamento scientifico a riguardo, sono solo intuizioni scaturite da profonde ricerche in merito. Così su due piedi mi sembra un qualcosa tipo il Cricket, quando il battitore corre avanti e indietro più volte possibili prima del recupero della palla, oppure quel gioco tradizionale che una volta si svolgeva a Pasqua, dove si colpiva un oggetto e poi si girava intorno ad una specie di base, o sacco che conteneva vivande varie. Ma questo è solo un preludio alla successiva immagine (qui sotto),


sempre di quel periodo storico, ma più giovane di 20 anni e appartenente ad un altro scritto conservato al Bodleian Library di Oxford. La più antica immagine di scimmie che giocano a baseball. Il fatto è molto credibile perchè se l'uomo deriva dalle scimmie, e l'uomo gioca a baseball, di sicuro le scimmie giocavano a baseball ancora prima di noi. Del resto non ci possiamo stupire se gli Anaheim Angels hanno introdotto allo stadio il Rally monkey.


domenica 12 settembre 2010

33 INNING NELLA STORIA

Gli appassionati, tifosi di Nettuno e di tutta Italia, ricordano certamente l'imponente 1° base di nome Russ Laribee, ex Boston Red Sox, che nell'82 realizzò un record di 24 homer su 40 partite. Fu una performance di assoluto spessore tecnico che portò Russ a diventare un vero idolo presso i tifosi di Nettuno. Il suo swing, letteralmente letale, faceva volare la pallina alta e lunga oltre la recinzione del vecchio campo Comunale. Pochi sanno però che Russ è stato protagonista della partita più lunga di tutta la storia del baseball professionistico Americano. Ecco il resoconto. Ai confini della realtà.

R.Laribee alla battuta.Il catcher è C.Stimac
Sabato, 18 Aprile 1981, McCoy stadium in Pawtucket. Si affrontarono due squadre di AAA, i Pawsox, della franchigia dei Boston Red Sox, contro i Red Wings, squadra affiliata ai Baltimore Orioles. Cal Ripken Jr. giocava 3°base. Alla nona ripresa Russ Laribee ottenne un RBI con una lunga volata di sacrificio che portò i Pawsox al pareggio, 1 a 1. Da quel momento iniziò la più lunga maratona che il baseball professionistico abbia mai conosciuto. Per statistiche e aneddoti, questa partita è stata immortalata a COOPERSTOWN, dove si trova il Museo del baseball. La gara venne interrotta nella parte alta della 33esima ripresa, dopo circa 8 ore e un quarto di gioco. Iniziò alle ore 20, con mezz'ora di ritardo per un problema alle luci e alle 4 e 09 del mattino seguente, l'arbitro sospese la partita. La data, per continuare l'incontro, fu fissata per il giorno 23 di Giugno, due mesi dopo. Le due squadre entrarono in campo pronte per iniziare la parte bassa della 33esima ripresa sul punteggio di 2 a 2. Dopo tutta quella maratona ci vollero circa 18 minuti per decretare la vittoria di Pawtucket. Punteggio finale: 3 a 2. Ci fu un momentaneo vantaggio dei Red Wings alla 21° ripresa, ma Pawtucket pareggiò nella parte bassa della stessa ripresa con una valida di Wade Boggs. Alla 32° ripresa con 2 eliminati e corridore in seconda, i Red Wings ottennero una battuta valida verso la parte destra del campo. Il corridore, diretto a casa base, diede l'impressione a  tutti di essere in grado di segnare il punto. Ma l'esterno destro di Pawtucket "sparò" uno strike verso casa base riuscendo ad eliminare l'accorrente avversario di appena mezzo metro. Il giorno 23 di Giugno, M.Barrett, futuro MLB con Boston, ottenne di diritto la prima base dopo essere stato colpito dal lanciatore. In seguito, raggiunse la 3° base grazie ad un singolo di C.Walker. Inspiegabilmente venne data la base intenzionale a Russ Laribee, e con le basi piene, Dave Koza ottenne il singolo della vittoria. Di seguito vi mostro il tabellino della partita con tutti gli aneddoti, le curiosità e le stranezze. È un qualcosa da non perdere per originalità.
Tempo totale dell'incontro: 8 ore e 25 minuti.
Totale eliminazioni 195. I Pawsox ne effettuarono 99.
Totale at-bats 219, di cui 114 da parte dei Pawsox.
Totale strikeouts 60. Rochester ne ottenne 34.
Più strikeouts subiti da un giocatore in una partita: 8. R.Laribee, record.
Più at-bats 14: D.Koza e C.Walker, (Pawsox).
Più apparizioni in battuta: 15: T.Eaton, C.Ripken, D.Williams, (Rochester).
D.Williams, (Rochester), terminò a 0 SU 13, mentre D.Koza (Pawsox) ottenne più valide di tutti: 5.
53 corridori rimasti in base: 30 da parte della squadra di Rochester.
I pitchers fecero un totale di 1882 lanci.
Steve Grilli, padre di Jason, non faceva parte della squadra, ma venne acquistato proprio il giorno prima della ripresa della partita. In seguito fu il lanciatore perdente. Jim Umbarger, (Rochester), lanciò 10 riprese senza subire punti.
I lanciatori affrontarono un totale di 246 battitori.
Durante la partita vennero usate 156 palline. Alle 4 di mattina c'erano 17 tifosi, dei 1740 iniziali. Alla ripresa dell'incontro, il giorno 23 giugno, c'erano circa 6.000 tifosi compreso vari broadcasters dal Giappone e dall'Inghilterra. La notizia aveva fatto il giro del mondo e Pawtucket in seguito entrò nella Hall of Fame. Durante la gara, i giocatori accesero un fuoco nel dog-out a causa del freddo, usando mazze rotte e lattine vuote di varie bevande. Il manager di Pawtucket, Joe Morgan, venne espulso alla 22° ripresa. Più tardi, la moglie gli telefonò chiedendogli dove si  trovava. Joe le disse che stavano giocando ancora. Irritata, la moglie replicò: "Come cacchio fate a giocare ancora se mi stai rispondendo al telefono?". Sorte peggiore capitò al lanciatore Louis Aponte di Pawtucket. Quando arrivò a casa, ebbe una discussione animata con la moglie, che non lo fece entrare e gli chiuse la porta in faccia perchè convinta che il marito fosse stato in giro tutta notte ad ubriacarsi. Il povero Louis ritornò al campo e dormì negli spogliatoi. Poi ci fu l'arbitro capo Jack Lietz. INCREDIBILE!. In quel periodo c'era la regola che impediva di iniziare un inning dopo le 12,50 AM. Alle continue insistenze, da parte dei tecnici, di sospendere la partita, l'arbitro disse: "Non sapevo che nel baseball c'è la sospensione per la merenda". I dirigenti cercarono allora di contattare il pres. della lega, Harold Cooper. Dopo le continue telefonate finalmente, poco prima delle 4 AM, Cooper rispose e disse di interrompere la gara. L'arbitro,  precedentemente, aveva consultato il manuale e per problemi tecnici e di stampa, il capitolo riguardante le sospensioni degli incontri era stato omesso. (quando si dice "il destino!"). Bill George, lo scorer, si trovò senza carta e per continuare usò penne con diverso inchiostro per delineare e separare gli innings. Chi ha visto lo scorer della partita giura che non si capisce niente, sembra una sorta di disegno psichedelico. Anche questo foglio è conservato nella Hall of Fame. Dave Huppert, il catcher di Rochester ricevette per ben 31 inning. Il giorno dopo i quotidiani titolarono: "Ecco come acquistare uno "squat" permanente". "Si poteva sospendere la partita con 2 parole. Buon  senso!", disse in seguito il manager J. Morgan di Pawtucket, ma non c'è buon senso quando si scende in campo. C'è soltanto la meraviglia e la follia di essere parte di un pazzo, pazzo universo, infinito come quello del baseball.
Lo score card della partita

sabato 11 settembre 2010

ONCE WERE BALLPARKS

Ebbets Field, 9 Aprile 1913. Nasce una delle più belle storie che mai come prima aveva coinvolto così da vicino un campo, una squadra, un pubblico. Una vera storia d'amore, durata oltre 40 anni e che terminò talmente male che la Corte di New York affermò che fu l'avvenimento più infame nel corso della storia dello sport. Ebbets Field nasce in un quartiere di Brooklyn, chiamato Pigtown, una grande discarica piena di maiali che si cibavano a sazietà. L'aria era irrespirabile e la zona era territorio di sbandati, delinquenti, vagabondi, il frutto di povertà e miseria dilagante. Nel 1912 iniziarono i lavori di costruzione al costo di $750.000, dopo che Charlie Ebbets acquistò quel terreno. Completato in meno di un anno, lo stadio diventerà la casa comune di gente che non aveva casa, di bambini senza tetto, di persone serpeggianti nel quartiere di Brooklyn, dove il dramma e la disperazione venivano consumati quotidianamente. Ebbets Field era un paradiso, una luce nelle tenebre della sofferenza, un alito di vita e di speranza per tutti, legati per sempre intorno ad una squadra, I Brooklyn Dodgers. Ebbets Field diventerà teatro delle più belle pagine della storia del Baseball, un punto di riferimento per l'era dorata del gioco, un testimone delle più avvincenti partite di baseball mai disputate. In data 15 Aprile 1947, all'Ebbets Field, esordì in Major League per la prima volta un giocatore di colore, Jackie Robinson, frantumando così le rigorose leggi razziali del tempo, che impedivano ai "colored" di giocare nella Grande Lega. Il 26 Agosto 1939, Ebbets Field fu il teatro, per la prima volta, di una diretta televisiva durante il doppio incontro fra Brooklyne Cincinnati. Brooklyn vinse la prima gara per 6 a 2, e perse la seconda per 5 a 1. L'aspetto estetico dello stadio, era una attrattiva per la gente, specialmente l'ingresso, detto a "rotunda" fatto completamente in marmo italiano. Tra l'esterno destro e quello centrale, vi era una porzione di campo visibile attraverso una rete metallica, dove si raggruppavano i bambini per vedere la partita. All'Ebbets Field, i Brooklyn Dodgers vinsero le semifinali nel 1941, 47, 49, 52, e 53, solo per perdere sistematicamente dai rivali Yankees, che si aggiudicarono le World Series in tutte e 5 le edizioni. All'ormai rituale entusiasmo di inizio stagione, prendeva posto la delusione di essere sempre sconfitti in finale, un percorso tanto comune che lo slogan dei tifosi, "Wait'til next year!", echeggiava nelle strade di Brooklyn. Finalmente quell'anno arrivò, era il 1955, e l'Ebbets Field registrò l'unica World Series nella storia vinta dai Brooklyn Dodgers. Nel 1956 gli Yankees vinsero ancora. Don "not so good" Larsen, ottenne l'unico perfect game nella storia delle World Series. Ma il dramma era alle porte. Tanta sofferenza e tanta gioia avevano creato un forte legame tra squadra e tifosi al punto che, donazioni anche di cibo venivano fatte tra tifosi e giocatori. Questi ultimi, visti come autentici eroi, non potevano nemmeno passeggiare per le strade perchè venivano letteralmente presi d'assalto dalla gente per avere autografi. Walter O'Malley, nuovo proprietario della squadra, voleva uno stadio nuovo e più capiente nella zona di Atlantic Yard a Brooklyn. Le autorità invece volevano un nuovo stadio vicino al Queens, dove c'è l'attuale Citi Field, ex Shea Stadium. Le due parti non raggiunsero un accordo e O'Malley decise di trasferire la squadra in California, a Los Angeles. Sempre nel 1957, un'altra squadra di New York, i Giants, annunciarono il trasferimento sempre in California, però a S.Francisco. La "GRANDE MELA", venne cosi' privata di due delle più forti squadre della storia, lasciando la popolazione nella disperazione più profonda. Una esaltante storia d'amore che termina con il più infame degli abbandoni. Quando, il 23 Febbraio 1960, Ebbets Field venne demolito, crollarono i sogni e le speranze di tanti tifosi che videro sbriciolarsi ogni desiderio di allontanare una realtà di affanni e privazioni. "Lets we forget!...Lets we forget!" così titolarono a caratteri cubitali i giornali.

                                                              2 Aprile 2010 Parma

Non ci sono luci in Viale Piacenza, non si sente la voce dello speaker e nemmeno quella dei tifosi. Il buio e il silenzio sono i padroni del campo. Un tempio è crollato ed ha consegnato alla storia tanti ricordi, tanti campioni e tanti successi del periodo dorato del baseball in italia. L'Europeo di Parma è stato di tutti noi, che abbiamo giocato e che abbiamo assistito, un meraviglioso teatro dove il legame tra il pubblico e i giocatori era vivo, solido e non si divideva, perchè accomunati dallo stesso traguardo. Quando crolla un Ballpark, è la nostra casa, perchè solo nel baseball si raggiunge un traguardo comune, solo nel baseball si vince toccando casa.


L'esterno destro era pattugliato dalle capre di montagna, così erano chiamati i giocatori, non certo per la barbetta al mento ma perchè il prato dell'esterno destro si innalzava di circa 8 mt rispetto casa base, iniziando questa salita appena dopo la prima base. La collina venne spianata per una larghezza di 3 mt dopodichè continuava a salire. I giocatori si posizionavano  su questo piano. Alle loro spalle, proprio al limite del terreno pianificato, era stata tirata una corda che rappresentava il limite del fuoricampo. Dietro la corda vi era ancora la salita dove i tifosi si accalcavano quando le tribune erano completamente esaurite nei loro 7.000 posti a sedere. Da casa base alla corda la distanza era di poco inferiore agli 80 mt.(235 feet). Al centro esterno vi era un enorme tabellone distante 130 mt. da casa base e all'esterno sinistro la distanza era di quasi 100mt. Questo è il campo denominato La Cava di Zolfo, il più curioso, originale e affascinante ballpark degli Stati Uniti, tanto unico da essere riconosciuto col nome di The Dump, La Palude. Costruito a Nashville nel 1870 col nome di Athletic Park, in seguito venne chiamato Sulphur Dell perchè si trovava nei pressi  di una sorgente di zolfo e sale trafficata da bisonti, cacciatori e pellerossa. Ogni tanto il campo era soggetto agli straripamenti del vicino fiume Cumberland River e per questo, venne soprannominato La Palude. Diverse sono le squadre professionistiche che vi hanno giocato tra cui i Brooklyn e i Giants. Per giocare a Sulphur Dell occorrevano lanciatori mancini ed un line-up con più battitori mancini possibile. I battitori destri, per sfruttare l'esigua distanza da casa base all'esterno destro, erano soliti eseguire uno swing col tentativo di battere la palla in quella direzione con la tecnica denominata in and out swing. Ciò portava delle anomalie nella meccanica della battuta. Ad esempio ci fu un giocatore, Bob Lemon, che vinse la classifica dei fuoricampi con 64. Gli venne offerto un contratto per andare in Major League con i Cubs e in due anni ottenne una media battuta di .178 con 0 homer. Il campo di Sulphur Dell è anche testimone della morte del primo giocatore professionista della storia. Si chiamava Louis Henke. Dopo aver battuto una palla a terra si scontrò violentemente col prima base. Fu portato all'ospedale dove morì a causa del fegato spappolato. Sulfur Dell rimane ancora oggi uno dei campi più affascinanti e ricchi di storia per la sua unicità e originalità. Su quella spianata di terra si giocava già prima del 1860. La zona fu teatro di aspri conflitti durante la Guerra Civile. In aggiunta le scorribande delle tribù indiane dei Chickasaw, Cherokee e Shawnee erano frequenti tanto da obbligare i giocatori a premunirsi di carabine e pistole. Inoltre sulla salita si posizionavano delle persone armate col compito di sorvegliare la zona ed eventualmente dare l'allarme nel caso fosse stato necessario.
                                     Wahconah Park Pittsfield
Costruito nell'Agosto 1892.
Questo stadio è qualcosa di speciale. Possiede un suo fascino perchè costruito tutto in legno. I posti a sedere erano così vicini alla linea di foul che era possibile ascoltare e sentire ogni parola senza l'esigenza di alzare la voce. La caratteristica principale dello stadio erano i gufi finti, che erano appesi alla tettoia per prevenire che altri uccelli nidificassero sotto la tribuna. Questo stadio fu l'unico in America ad affacciarsi in direzione Ovest a differenza di tutti gli altri campi che vennero costruiti in direzione Est. Questo era dovuto al fatto che, quando il sole tramontava, non avrebbe dato fastidio al battitore. Al tempo non si giocava in notturna per cui molte partite disputate al Wahconah Park vennero sospese a causa del tramonto del sole.
                                     Cordines field Newport
Costruito nel 1893.
E' lo stadio dove giocano i Newport Baseball Gulls. Venne costruito in una zona chiamata The Basin. Questo luogo serviva per rifornire di acqua le locomotive a vapore. In seguito alle continue lamentele dei cittadini per l'acqua stagnante e l'aria puzzolente, questa attività venne interrotta. L'area venne risanata permettendo lo svolgimento del campionato di minor league, che venne interrotto a causa delle continue rotture delle finestre delle case vicine.
                                     Fuller Field Clinton
Costruito nel 1878.
E' il piu' vecchio stadio ed è ancora in uso. E' l'unico posto dove si possono correre le basi come fecero i giocatori dal primo giorno di nascita della Lega Professionale. Il campo è stato anche certificato dal libro dei Guinness's Records. La certificazione avvenne in seguito alle ricerche dello storico A.J. Bastarache che rimediò una antica mappa della città dove individuò l'esatta locazione del campo che è ancora quella attuale. Ci fu un'animata diatriba con la città di London, nell'Ontario, sede del Labatt Park, costruito nel 1877, e ancora in uso. Ma fu scoperto che casa base venne in seguito spostata e il Labatt Park perse così la legittima originalità di campo più antico ancora in uso.
                                            Nantasket Bay
Il 2 Settembre del 1880 nella cittadina di Hull, vicino a Boston, si giocò la prima partita con le luci. Edison aveva inventato il bulbo incandescente l'anno prima e la Electric Company decise a scopo pubblicitario di equipaggiare il campo con le luci. Vennero costruiti 3 paloni che contenevano ognuno 12 luci, per un totale di 30.000 bulbi incandescenti. La partita venne interrotta sul 16 a 16 per poter prendere l'ultimo traghetto per Boston. Da quel momento passarono 3 anni prima di vedere ancora le luci su un campo da baseball. Ciò avvenne nello stato dell'Indiana a Fort Wayne. Il campo si chiamava The Grand Dutchess.
                                         Ponce De Leon Park
Venne costruito ad Atlanta e fu teatro di tante partite della Negro League e delle Minor League. L'attrattiva, se così si può dire, di questo campo sta nel fatto che vi era un grosso albero di magnolia nella zona del centro esterno che faceva parte del gioco. Lo stadio non c'è più, ma l'albero è ancora lì!.
                                      Stadio "Carlini" di Genova
Questo stadio è senza ombra di dubbio il più originale in Italia. La pista ciclabile in cemento che circonda il campo da calcio è stata fonte di tante risate e drammi da parte degli esterni. Casa base si trovava nella posizione di "calcio d'angolo" e la prima base si trovava sul lato più corto del rettangolo del campo da calcio. Alle spalle dell'esterno destro c'era appunto questa pista ciclabile che veniva usata per le gare di velocità. È risaputo che tali piste hanno una forte inclinazione per permettere ai ciclisti la massima velocità anche in curva. Quando una pallina battuta finiva su questa pista, l'esterno doveva aspettare che scendesse perchè rincorrerla sul cemento con gli spikes non era una buona idea (non vi dico le cadute!). Discorso diverso era invece per chi giocava esterno sinistro. Qui vi lascio ad una divertente testimonianza di Claudio Acquafresca, esterno dell'Europhon Milano a cavallo tra gli anni 60' e 70'. "Lo stadio Carlini", racconta Claudio, "era famoso proprio per la pista. Infatti chi giocava esterno arrivava a Genova anche con scarpe da tennis. Oltre alla pista c'erano le porte da calcio e dietro all'esterno sinistro c'erano le pedane di atletica per il salto in alto, salto in lungo, e salto con l'asta. Ricordo che durante una  partita mentre giocavo all'esterno sinistro, mi infilai tra la porta da calcio e la pedana per l'asta, che si trovavano a pochi metri l'una dall'altra. Vic Luciani fece una lunga e profonda volata che mi costrinse ad una corsa fra gli ostacoli per poter effettuare la presa al volo.                                                                                   

Pista ciclabile del Carlini GE
                                   Campo delle "Baste" Lodi
Un altro stadio molto particolare e suggestivo fu quello chiamato Le Baste, nella città di Lodi alla fine del Villaggio Oliva. Ora non c'è più e su quel terreno sorgono case e palazzi. La nascita di questo spazio da adibire a campo di gioco si ricollega alla nascita dell'Ebbets Field di Brooklyn. Infatti l'origine del nome Baste deriva dal fatto che in tempi precedenti vi erano degli allevamenti di maiali e quel terreno veniva usato per il loro sostentamento. Negli anni 50' i primi appassionati di baseball della cittadina lombarda recintarono questo terreno che si trovava ad un livello superiore rispetto alle strade che lo delimitavano. Il risultato fu che nella zona dell'esterno destro la distanza da casa base era di circa 65/70mt. e chi batteva la pallina oltre quella distanza veniva accreditato di un homer da due basi. Giocai diverse partite in quel campo, non c'era un rubinetto per l'acqua e nemmeno gli spogliatoi. L'unica immagine che ho è la foto seguente del 1976 in occasione del Trofeo Oliva, torneo di precampionato tra varie squadre lodigiane. Le case sullo sfondo sono proprio quelle dietro l'esterno destro, con le tapparelle rigorosamente abbassate!. Sulla destra della foto si nota il muretto che sosteneva una recinzione di fortuna, anche pericolosa perchè correndo all'indietro, l'esterno rischiava di cadere oltre il fuoricampo e, come si intuisce dalla foto, la strada passava a circa 10/15mt. al di sotto del campo. In pratica in quella zona si giocava con 2 giocatori nella posizione di seconda base e il terreno duro e dissestato non garantiva rimbalzi perfetti della pallina per cui si può immaginare che, come nella vita, "Tutto poteva succedere alle Baste!".

Lodi-1976-Stadio le Baste
                                    
                                         IL PICCOLO FENWAY

 Fluor Field at the West End, è l'unico stadio a Greenville, South Carolina. Costruito in 11 mesi, venne inaugurato nell'Aprile del 2006 e può contenere un massimo di 6.000 spettatori che assistono alle partite dei Greenville Drive, la squadra di Singolo A affiliata ai Boston Red Sox. La caratteristica di questo stadio sta nel fatto che venne ideato come una copia esatta del Fenway Park di Boston. Possiede il suo Green Monster con un tabellone manuale mentre le dimensioni del campo sono le stesse, esattamente come al Fenway compreso il Pesky's Pole all'esterno destro. Oltre ad essere un tributo alla Home of the Red Sox, Fluor Field è un gioiello di attrazione nostalgica per l'area di Greenville in quanto è stato costruito utilizzando i mattoni provenienti da vecchie fattorie ormai in disuso. Come tradizione al Fenway, anche nello stadio di Greenville viene cantata la canzone di Neil Diamond, Sweet Caroline. Nell'Agosto del 2006, Fluor Field ottenne una nomination dalla giuria del sito-web Ballparks.com come il Miglior Stadio dell'anno. Tale riconoscimento include anche gli stadi delle Major Leagues. Koby Clemens, figlio del grande lanciatore dei Red Sox, Roger, entrò in partita come pinch hitter realizzando il primo homer al Little Fenway. Nonostante la sua tenera età, Fluor Field può già annoverare eventi importanti come la presenza del fuoriclasse del Football Americano, Dan Marino, il vincitore del Grammy Award, Edwin McCain che fu l'attrazione del primo concerto svoltosi al Fluor Field. Nel 2007, il candidato alla presidenza degli U.S.A, John McCain, indossando la casacca della squadra locale dei Drive effettuò il lancio inaugurale della stagione e affermò che la sua presenza al Fluor Field diede una spinta positiva alla sua campagna elettorale in corso. Un altro fiore all'occhiello di questo stadio è il Shoeless Joe Museum and Baseball Library che si trova adiacente al Fluor Field. In passato fu la casa di Shoeless Joe Jackson.

mercoledì 8 settembre 2010

PUBBLICAZIONI

Molto carina è l'iniziativa della società Nettunese di far giungere ai propri tifosi attraverso le edicole, l'album delle figurine con tutti i giocatori, i dirigenti e i vari personaggi che nel corso della storia, hanno contribuito ad affermare Nettuno come indiscussa culla del baseball italiano. Certamente in altre zone d'Italia si è giocato a baseball ancor prima che a Nettuno, come viene confermato dal ricercatore storico della FIBS, il Sig. Roberto Buganè, ma in questa cittadina sulla costa tirrenica lo sviluppo e la notorietà del baseball sono cresciuti in modo esponenziale coinvolgendo tutta la cittadinanza. Un vero affare popolare che ha portato la squadra di Nettuno ai vertici non solo in campo Nazionale ma anche in Europa, dove per anni ha dominato sugli altri clubs del Vecchio Continente. L'album di figurine è stato pubblicato nel 2009

Album figurine

                                                 

Yearbook 2010
La regular season è finita. La squadra di Nettuno termina la stagione con una vittoria contro S.Marino che tra circa un mese si appresterà ad affrontare il post season. È stata una stagione per così dire a "rimbalzo" per la squadra tirrenica caratterizzata da prestazioni poco convincenti, segno che incertezza e fatica non permettevano ai giocatori di trovare l'assetto giusto sia in attacco quanto in difesa. Ma Nettuno è sempre Nettuno e lo dimostra con l'uscita di uno straordinario volume lo "YEARBOOK 2010. Gli Anni 60". Sfogliando il libro mi rendo conto della grande quantità di materiale che il Nettuno baseball ha accumulato in oltre mezzo secolo di storia. Su tutte la foto della squadra Campione d'Europa del 1965, la prima volta nella storia del nostro baseball. Statistiche, Albi d'oro, foto, ritagli di giornali e interviste ai protagonisti dell'epoca si susseguono pagina dopo pagina. Di grande valore e contenuto sociale è l'intervista fatta a Enzo Lauri. Uno splendido ricordo di Earl Hayes, la "Gazzella nera", quel favoloso interbase di colore che faceva il militare a Napoli. Racconta Enzo: "Era un ragazzo simpatico e molto timido. Purtroppo in America i problemi razziali erano ancora all'ordine del giorno e Earl aveva quasi paura ad unirsi nella nostra squadra. Fu un grande come Enzo Masci, una volta a tavola, bevendo dal suo stesso bicchiere, a convincerlo che a Nettuno il colore della pelle non aveva importanza. Una vicenda di questo genere lascia il segno in tutti quanti, forse oggi un pò di meno rispetto a tanti anni fa, ma il forte impatto di quel gesto rappresentò l'anima e il messaggio di questo sport, che deve essere  vissuto con passione profonda. Tornando al libro, molto belle e coinvolgenti sono anche le interviste e le testimonianze di G.Costantini, P.Monaco, G.Mirra, G.Faraone, B.Laurenzi, Franco De Renzi, Giulio Glorioso, Alfredo Lauri e il già citato E.Lauri ovvero i grandi che hanno guardato al baseball come fonte d'ispirazione, perchè valori come lo spirito di sacrificio, l'appartenenza ad un gruppo, la determinazione, il coraggio sono doti che si imparano sul campo e non a tavolino. Questo libro, e questi giocatori ce lo insegnano: "Non guardiamo alle cose che succedono, noi le cose le facciamo succedere!." Questa pubblicazione è stata realizzata dall'Ass. Nettuno baseball promotion...www.nettunobaseball.net
Finito di stampare nel Giugno 2010 da ARTI Grafiche Sangallo Nettuno.

domenica 5 settembre 2010

I DEMONI DI ALEX

"Si. Era mio fratello Nick che se n'è andato. Il suo funerale verrà celebrato oggi. Chissà se ci sarà qualcuno, il mio udito è peggiorato e non riesco a sentire bene. Sarà un'altra settimana d'inferno. Ho poco tempo ma riesco a scriverti queste due righe. I luoghi che frequento mi fanno sentire più giovane, come tanto tempo fa, quando macellavo i maiali e le mie orecchie funzionavano bene. Ma dammit, cosa dico!, non sarò quì ancora per molto". Dopo il funerale, Alex stava riflettendo sulla sua vita in modo inusuale, non come una reazione alla morte di una persona cara. Nella lettera indirizzata ad Aimee il 18 di Ottobre 1950 scrisse: "Ieri in un modo o nell'altro è stato un giorno triste. Non conoscevo nessuno ma dai loro sguardi sembrava che fossero tutti dei familiari. Se li avessi visti prima durante la mia crescita, il mio nome non sarebbe stampato per gli autografi. Ora, sembra che il destino mi dica che devo stare qui per un'altra settimana. Molte volte, sono uscito a testa alta anche quando affrontai degli inning difficili nel baseball. Quindi, sono ancora speranzoso". Il giorno seguente Alex sembrava risollevato, e sognava un rientro quasi impossibile nel baseball. Nella sua lettera dei 19 Ottobre scrisse: "Come hai detto nella tua lettera, se solo avessimo potuto stare nel Nebraska, senza andare a Hollywood dove fanno tante foto, forse le World Series si sarebbero disputate da qualche altra parte. C'è molto da condividere col baseball, ed io sto ancora aspettando le tante promesse che mi hanno fatto. Ho paura, non me la sento di uscire, vorrei tornare a lavorare nei campi di grano per 12 centesimi. Sarebbe una buona opportunità per poterti rivedere in un prossimo e migliore futuro". Il 19 Ottobre, Alex ricevette una lettera da Aimee la quale scrisse di aver trovato un modo per fare il viaggio verso la California appoggiandosi a degli amici. Ma questo non importava ad Alex, lui aspettava ancora l'assegno e gli ultimi centesimi rimasti gli permettevano di affittare la stanza in quel di St.Paul. Una volta arrivati in California, sarebbe stato come una partita molto più grande di quelle affrontate da Alex in MLB. La West Coast non è St.Paul. Il giorno seguente Alex manifestò la sua rabbia verso quel luogo, quella città che non gli avrebbe dato nemmeno un drink. "Si!, i giorni stanno passando, sono nella mia stanza e devo dire che se ci sarebbe un altro inferno non vorrei esserci. St.Paul è più che sufficiente in questi ultimi giorni che mi restano. "Ho avuto un pensiero oggi. Ti ricordi Johnny Evers il seconda base dei Cubs?, vorrei che fosse qui con me per parlare. Lui sapeva parlare. E Oscar Dugey, il mio compagno di squadra a Philadelphia, trovava sempre il modo per uscire da una brutta situazione di gioco. Che squadra con lui e Johnny!. Il 26 Ottobre Alex scrisse ad Aimee che non aveva avuto nessuna richiesta di autografi. Il 30 Ottobre arrivò l'assegno, ma Alex era indeciso e scrisse ad Aimee che avrebbero potuto incontrarsi ad Omaha. Era stanco e le sue gambe lo reggevano a fatica. Il giorno 4 di Novembre del 1950 Alex era disperato e il viaggio per Omaha non era stato possibile. Scrisse di nuovo ad Aimee per dirglielo. Uscì dalla stanza e si diresse all'ufficio postale per spedire la lettera. Alcuni passanti che lo videro dissero che dimostrava almeno 83 anni e non 63. Le sue gambe gli permisero di ritornare nella sua stanza al Nevrivy's Boarding House. All'ora di pranzo Jo Nevrivy disse al figlio Eddy che non aveva sentito nessun rumore provenire dalla stanza di Alex e gli ordinò di andare a controllare. Eddy salì per le scale e bussò alla porta. Nessuno venne ad aprire. Il ragazzo bussò ancora. Niente, nessuna risposta. Allora aprì la porta e vide Alex steso sul pavimento in una pozza di sangue. Forse un attacco di cuore stroncò la vita del più grande di tutti. Probabilmente rotolò fuori dal letto e sbattè la testa. Eddy pensò che nell'impatto Alex si ruppe anche qualche dente. Quella fu l'ultima caduta di Grover "Alex" Cleveland Alexander. La moglie Aimee che lo aspettava ad Omaha disse che di certo aveva avuto un attacco epilettico e non un arresto cardiaco. Ricevette la valigia che Alex aveva preparato per raggiungerla ad Omaha.
Il più grande lanciatore, colui che vinse tutto, regalando ai St.Louis Cardinals le World Series del 1926, entrando nella leggenda con uno strike out a basi piene ai danni di Tony "Push'em Up" Lazzeri, finalmente ha sbattuto la porta in faccia ad una vita di sofferenze. Grover Cleveland Old Pete Alexander nacque ad Elba Nebraska, il 26 Febbraio del 1887. In tenera età iniziò a tirare sassi contro i fagiani, le anatre ed altri volatili per aiutare a sfamare i suoi 12 fratelli. Firmò il suo primo contratto nel 1907 all'età di 20 anni per 50$ al mese. Lanciò la sua prima partita contro Galesburgh, una squadra di semipro realizzando una shut-out. In seguito, la sua carriera fu compromessa a causa di un lancio errato dell'interbase, che colpì Alexander alla testa mentre stava correndo sulle basi. Lo shock gli procurò la perdita della vista e i medici lo giudicarono incurabile. Sostenuto da una grande determinazione e forza d'animo, Old Pete continuò a lanciare la pallina contro il muro, dove aveva appeso un guanto come bersaglio. Un giorno, miracolosamente, la vista tornò e nel 1910 fu venduto ai Philadelphia Phillies per 750$. Il suo debutto in Major League è datato 15 Aprile 1911. Con i Phillies vinse la Tripla Corona dei lanciatori nel 1915, 1916 e 1917. Nonostante questi risultati venne ceduto ai Chicago Cubs. Ufficialmente la sua cessione fu dovuta al fatto che Alexander era diventato un alcoolizzato, uno spirito libero incapace di stare alle regole. Ma successivamente il proprietario dei Phillies ammise che si trattò di un buon affare economico. Nel 1918, dopo 3 partite lanciate con i Cubs, Alexander venne arruolato nell'esercito e spedito in Francia durante la Prima Guerra Mondiale. Di ritorno da quella esperienza, la salute di Old Pete peggiorò tragicamente. All'alcolismo si aggiunsero crisi epilettiche e sordità, quest'ultima dovuta ad una granata che eplose vicino a lui. Nonostante tutto, vinse ancora una volta la Tripla Corona nel 1920. Nel 1926 fu ceduto ai ST.Louis Cardinals, ed entrò nella leggenda portando la squadra a vincere le World Series contro i New York Yankees. Alexander lanciò la seconda partita, poi la sesta, entrambe vinte con un complete game ed entrò in rilievo alla settima vincendo e consegnando così il titolo a St.Louis. Nel libro Wicked curve gli storici raccontano: "Dopo la sesta partita Alexander passò la nottata in diversi pub ad ubriacarsi perchè convinto di non dover più lanciare. Durante la settima partita era seduto nel bullpen ancora ubriaco, alcuni affermano che stesse dormendo. Alla settima ripresa il manager Roger Hornsby si recò sul monte per sentire le condizioni del lanciatore partente Jesse Haines il quale aveva concesso 2 singoli più una base per ball. Il punteggio era 3 a 2 per St.Louis e gli Yankees avevano le basi piene con 2 out e il forte Tony Lazzeri a battere. Il manager si rese conto che Haines aveva una brutta vescica al dito e decise di fare entrare Alexander. Con gli effetti della sbornia notturna Alex salì sul monte. Hornsby, oltre ad allenare giocava seconda base, gli consegnò la pallina e gli disse: "Come pensi di affrontare Lazzeri?". "Gli lancerò una curva esterna e poi una dritta interna", rispose Alexander. "Una dritta interna?, te la batte lontano!", aggiunse il manager. Ci fu un attimo di silenzio e gli sguardi si incrociarono e Hornsby disse. "Ma!, in fondo chi sono io per dirti come lanciare?". Il resto è storia. Lazzeri andò strike out con 3 lanci, curva, dritta, con legnata in foul, e ancora curva. Alexander terminò la partita concedendo 0 punti agli avversari. L'ultimo out fu quello di Babe Ruth, che contro ogni previsione, al nono inning tentò di rubare la seconda base. Alexander ha vinto tutto, contro tutti. Solo i fantasmi, i demoni dell'alcool e dell'epilessia ebbero la meglio e, come il cancro che lo affliggeva, gli spezzarono la vita e l'amore di Aimee. Ora Alex è lassù nei suoi campi di grano col guantone appeso alla cinghia dei pantaloni pronto per vincere un'altra World Series. Un film del 1952 intitolato THE WINNING TEAM ne racconta la sua storia. Nella parte di Alex vi è un giovane Ronald Reagan, futuro pres. degli USA, e nella parte di Aimee, la meravigliosa Doris Day. Tra gli attori-giocatori figurano anche Gene Mauch, NY Yankees, e Bob Lemon, Cleveland Indians.

                                                             NOTA
Quando Alexander, nella lettera scrisse: "...non ho avuto nessuna richiesta di autografi..." si riferisce al fatto che a fine carriera fu allontanato dall'ambiente del baseball e venne assunto da un impresario di un circo come attrazione. In pratica lui stava seduto all'interno di un baracchino col suo nome bene in vista. La gente che passava, e lo riconosceva, poteva ottenere l'autografo al prezzo di 1centesimo.
Grover Cleveland Alexander vinse la "Tripla Corona" dei lanciatori nel 1915 (Wins-31 ERA-1,22 K-241), nel 1916 (Wins-33 ERA-1.55 K-167) e nel 1920 (Wins-27 ERA-1.91 K-173)

domenica 22 agosto 2010

IN PUNTA DI PIEDI

Quando B.Southworth arrivò a Martinsville per ingaggiare qualche talento da inserire nei St.Louis Cardinals, si interessò ad un giovane e tarchiato esterno centro con evidenti debolezze. Il suo nome era Enos Slaughter. Il ragazzo stava battendo un mediocre .275, ma la maggior parte delle valide erano di extra base, quindi aveva una certa potenza. Però gli occhi esperti di Southworth notarono una certa lentezza nei piedi che non erano adatti per giocare nelle Majors. Lo scout parlò in privato a Enos dicendogli. "Smettila con quell'andatura da papera con i piedi piatti, vai in esterno e comincia a correre in punta di piedi altrimenti torni a casa a piantare tabacco. "Per Slaughter questa era la scelta della vita. $75 al mese non rappresentavano una fortuna nel periodo della depressione, anche paragonandoli agli 8$ settimanali che prendeva lavorando alla Person County tobacco farm. Per Enos Slaughter il baseball era la vita, come per molti ragazzi del tempo, quando il gioco rappresentava la sorgente principale per potersi realizzare nella vita. Un passatempo nazionale ancor prima dell'avvento della tecnologia e del baseball infettato dal business e da una certa isteria manageriale. Essere tagliato, o meglio essere escluso dal baseball, nel 1935 sarebbe stato molto peggio che la semplice fine di una carriera da pro. Condannato alle leghe minori, con brutte divise, campi aridi e pieni di sterpaglie, spogliatoi puzzolenti, quando c'erano. Nel 1935 essere in Major League non era solo un fatto di soldi, ma si viveva come grandi personaggi. Quindi Slaughter prese le parole di Southworth alla lettera e cominciò a correre in esterno sulle punte dei piedi. Lui corse, e corse, e corse ancor di più. Dopo una settimana, arrivò in prima base con 4 passi in meno rispetto alle precedenti corse. Se un atleta riesce a lavorare duramente e ottiene risultati insperati fino a quel momento, bene, questo è il baseball, questa è l'America del baseball. Nel 1936 i Cards spedirono Slaughter a Columbus, ad un passo dalla Major League. Non male per un rookie. Il campo aveva i dug-out molto lontani dalle linee di foul. In una partita, durante il cambio di ripresa, Slaughter corse dall'esterno fino alla linea di foul poi iniziò a camminare fino alla panchina. Il manager, Eddy Dyer, secondo un atteggiamento dolcemente intimidatorio classico degli skipper  del tempo, si avvicinò a Slaughter e gli disse: "Figlio mio, se sei stanco posso darti un aiuto". Enos Slaughter non camminò mai più su un campo da baseball per tutta la sua carriera. Dall'esterno alla panchina, dalla panchina all'esterno il ragazzo corse senza mai fermarsi, in punta di piedi e sfrecciava in prima base anche dopo aver preso una base per ball. Correre era diventata una vera ossessione per Enos. La corsa era parte del gioco, e il gioco era tutta la sua vita. Se non correva era out in prima base, se non correva era out a casa base, se non correva era out dal gioco. 14 Ottobre 1946. Slaughter era in prima base dopo aver realizzato un singolo all'esterno centro. Prima del terzo lancio, ricevette il segnale di rubata. Nulla di strano per lui, ma qui non eravamo a Martinsville oppure a Columbus, qui è Sportsman's Park in St.Louis e siamo alla settima partita delle World Series. Il punteggio è in parità 2 a 2 e siamo all'ottavo inning. Enos rappresenta il punto del vantaggio, quel punto che potrebbe portare la vittoria alla sua squadra. Con Walker alla battuta, due eliminati, il manager Dyer indirizza il segnale di rubata. Slaughter corre, sulla punta dei piedi, verso la seconda. Walker ottiene una debole battuta verso l'esterno centro. Slaughter passa la seconda base e con la coda dell'occhio vede l'esterno Leon Culberson che corre verso la pallina e l'interbase Johnny Pesky, che corre verso il campo esterno per un possibile taglio del tiro del difensore. Per Slaughter la battuta di Walker sarebbe caduta davanti a Culberson, che aveva sostituito Dom Di Maggio nell'inning precedente. Culberson, non aveva il braccio di Di Maggio ed un pensiero illuminò la mente di Slaughter mentre in piena velocità si dirigeva verso la terza base: "Posso arrivare a punto". Nessuno in quello stadio poteva immaginare un tentativo del genere, nemmeno Mike Gonzalez il coach di terza base il quale non ebbe il tempo di fermare Slaughter che stava girando la terza base a testa bassa in piena velocità. Pesky in quel momento ricevette il lancio dell'esterno centro e si preparò a tirare in seconda base per prevenire un'eventuale extra avanzamento del battitore Walker. Pesky era convinto che Slaughter si sarebbe fermato in terza base. Appena l'interbase di Boston si piazzò per il lancio in seconda, si accorse che Slaughter era diretto a casa base. Per affrettare il movimento, si trovò col corpo sbilanciato e ne uscì un tiro impreciso. Il catcher di Boston, Roy Partee, dovette avanzare verso il diamante per raccogliere il debole lancio di Pesky. Slaughter avrebbe potuto segnare stando in piedi. Ma non fu così. Scivolò sul piatto di casa base nel culmine di una delle più belle azioni individuali nella storia delle World Series. Lui scivolava sempre, tranne in prima base. A lui non importava quanto brutto era un lancio sulla base perchè Enos Slaughter sapeva che non sarebbe stato un giocatore migliore se non a causa delle sue gambe e della corsa sulla punta dei piedi. Alla nona ripresa, un altro dramma si stava consumando. Il pitcher di St.Louis, Harry Brecheen, concesse due valide consecutive ai Red Sox. In seguito forzò i battitori di Boston con tre battute a terra per terminare la partita con la vittoria per il titolo di Campioni del Mondo. Ma la corsa a testa bassa, quegli 82 mt. scavati in punta di piedi, col fiato sospeso in una ferita senza sangue saranno ricordati, ritagliati, elevati ad una sorta di mito del baseball tanto caro all'America. Lo sforzo individuale di Slaughter è la storia di una persona che ha deciso di affrontare il muro quotidiano delle avversità, degli affanni e del gioco duro. Altri si sono fermati, ma Enos ha continuato a testa bassa con la sua corsa in punta di piedi ed ha infranto questo muro per entrare nella leggenda col nome di The Mad Dash.  Prima della partita Enos Slaughter venne visitato dal Dr. R.Hyland a causa di un acuto dolore al braccio del giocatore. "Hai una brutta emorragia interna", disse il medico, "Se vieni colpito ancora dovrò amputarti il braccio". Slaughter rispose: "Credo che accetterò questo rischio!".